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TACOLI 



Ira le più antiche e splendide prosapie che abbiano 
fiorito nella nobilissima città di Reggio di Lombardia, è da 
annoverarsi a buon diritto quella de' Tacoli, illustrata larga- 
mente dal priore conte Nicola Tacoli, ne' suoi tre dotti vo- 
lumi di Memorie storiche della città di Reggio , 1742-48-49, 
ai quali ed alla Genealogia di questa ^famiglia, colle relative 
appendici pubblicate antecedentemente dallo stesso conte 
Nicola, rimettiamo di buon grado i desiderosi di saperne 
P antichità, le ricchezze, le alleanze, i nobili incarichi e gli 
onori ben meritati. 

Restringendoci pertanto alla sola linea diritta, ed a toc- 
care in questa gl'individui principalissimi , diremo: Come 
Tanno 1096 apparisce da'* documenti vivesse in Reggio un 
Bonitaccha^ chiamato Bonvicino dalla Tacola, per un castello 
così denominato, di cui sembra essere stato signore. Come 
Cacciaguerra ed Oliverio de'TACOLi intervennero Tanno 1136 
ad un placito dato in Reggio da Regizza, moglie dell' impe- 
ratore Lotario, insieme con varj vescovi ed alquanti nobili 
e feudatarj italiani e tedeschi. Come Panno 1141, Achille 
de' Tacoli era arcidiacono della chiesa maggiore di Reggio, 
e ne fondava un' altra sotto il titolo di S. Jacopo Zebedeo. 
Come il medesimo nell'anno 1170 dotava quest'ultima di 



483034 



TACOLI 

molti beni, erigendola in juspadronato perpetuo della sua 
casa, il quale si dura tuttavia dopo quasi sette secoli di non 
interrotta esistenza. Come Gerardo de 1 Tacoli, nel 1183 fu 
vescovo di Belluno, governando la città ancora nel temporale 
col titolo di Vicario imperiale: perchè menando i proprii 
soggetti a sostenere Pimpelo fatto sul territorio dagli uomini 
di Treviso, fu Panno 1197 ucciso in battaglia da Gualperto, 
duca delF esercito trevigiano; per la quale uccisione essendo 
per Puna parte stata interdetta la città di Trevigi, e per 
P altra da questa dichiarata nemica la famiglia de** Tacoli, a 
comporre le cose furono da Trevigi inviati a Reggio il conte 
Rodolfo, podestà, e Tommasino e Guidone, sindaci, perchè 
in nome del comune trattassero e stabilissero pace con quelli 
de 1 Tacoli, il che accadde Panno 1218, alla presenza di 
Gerardo de"* Visdomini, allora podestà di Reggio. 

E veramente in quel tempo la gente de 1 Tacoli, rappre- 
sentata da uno detto Bos, e spartitasi in varj rami, formava 
una delle più potenti consorterie di Reggio, ed otteneva e 
largiva per maritaggi colle altrui più illustri la propria am- 
bita alleanza, parteggiando per lei i Canossa, i da Rodeglia 
e i Fogliani. Per tutto ciò Gifredo e Tommaso de" 1 Tacoli 
furono consoli di Reggio Panno 1212. Rondinella vi fu creato 
cavaliere da Pietro, duca di Borbone, insieme con Berto- 
lino e Simone de 1 Fogliani nel 1282. In questo stesso anno 
Giovanni, figliuolo di Bonvicino, fu pei meriti e la nobiltà 
sua nominalo podestà di Parma, poi capitano del popolo di 
Cremona. 

Todesco nel 1308 fu capitano del popolo in Parma, 
e lo sostenne contro Giberto da Correggio. L'anno dopo Ber- 
nardino fu capitano del popolo di Lucca. 

Bonifacio nel 1321 fu scelto ambasciatore della città di 
Reggio al comune di Bologna, per dimandare soccorso di 



TÀGOLI 

gente ti 1 anni contro Cane della Scala, Passerino e Fran- 
cesco Bonacolsi, signori di Verona e di Mantova, e nemici 
de 1 Reggiani ; e de 1 meriti di lui furono così compresi i Bolo- 
gnesi, che non solo concessero per allora tre capitani con 
trecento balestrieri, ma sette anni dopo crearono Nicola, fra- 
tello dello stesso, vice capitano del proprio popolo. 

Bartolomeo, governava nel 1556 a nome di Nicola, 
patriarca di Àquileja e fratello di Carlo IV imperatore, la 
città di Belluno; ed essendo così savio in pace come prode 
in guerra, liberava Conegliano dall' 1 assedio postogli intorno 
dagli Ungari. 

Gasparino de 1 Tacoli reggeva la città di Ferrara, soste- 
nendovi il nobile incarico di giudice de^Savj, Panno 1378, 
e riformava gli statuti; poi nel 1584 fondava uno studio in 
Bologna, dotandolo di varj stabili a favore de^propri gentili 
che andassero colà a studiar Diritto. 

Baldassarre dopo il 1390 splendeva nel senato di Reggio. 

Pietro vi era pure senatore, e sostenutevi alcune ono- 
revoli ambascerie giovava a liberare la patria dalP oppres- 
sione di straniere milizie. 

Francesco facevasi giureconsulto, compiva difficili ma- 
gistrature negli Stati della serenissima Casa d^Este, e moriva 
Panno 1615. 

Alfonso, fratello suo, era similmente giureconsulto e 
gentiluomo carissimo al duca Alfonso I, col quale facevasi 
cappuccino, non reggendogli Panimo di abbandonare il suo 
signore, neppur dopo la magnanima risoluzione, per la quale 
cambiava il manto reale colle rozze lane di S. Francesco. 

Pietro di Francesco, nato Panno 1608, otteneva la lau- 
rea legale, e per essa rendevasi degno viemmeglio di quegli 
onori che la nobiltà avita gli preparava: priore più volte 
degli anziani di Reggio, governatore di San Martino d^Este, 



TACOLI 

provò col fatto che una delle più belle illustrazioni delle 
città è la sapienza de** suoi nobili. Da lui nasceva 

Achille: per aumentare, non per usare l'eredità dei 
meriti paterni; nominato pegli Estensi commissario ducale 
di Ferrara, sapeva così cattivarsi la stima di quella nobile 
città, da esservi nel 1704 ascritto all'ordine dei patrizj;poi 
nel 1710 amministratore imperiale della città e ducato della 
Mirandola, vi si reggeva con tanta sapienza che, venuti questi 
ben presto sotto il dominio Estense, gli erano di nuovo affi- 
dati Panno successivo dall' A. S. del duca Rinaldo I, che lo 
nominava pure suo gentiluomo della Camera Segreta, men- 
tre già innanzi lo aveva creato conte di Valdalbero nel Fri- 
gnano, erigendo cosi per lui quel comune e dipendenze in 
feudo nobile con mero e misto imperio. Accadeva per tal 
maniera che questa nobile famiglia (la quale sino da intorno 
il 1000 era, come vedemmo, signora della terra di Tacola, 
poi di un fertilizio nella villa detta le Piante^ poche miglia 
lunge da Reggio, che poi l'anno 1531 le fu distrutto dai 
Gonzaghi, allora in Reggio dominanti, nemici perciò alla 
potenza de' suoi nobili) riavesse finalmente nella santa pace 
nuove giurisdizioni, quasi in compenso di quelle che il fu- 
rore delle parti italiane le avevano rapito nei secoli tempe- 
stosi. Frattanto in mezzo a molta prosperità di cose pagava 
esso conte Achille, nel 1722, il debito comune dell'uomo, 
lasciando fra gli altri figliuoli il suo primogenito 

Conte Pietro, colonnello della cavalleria della Mirandola, 
ed accettissimo al suo sovrano, il ricordato duca Rinaldo I, 
della quale benevolenza volendogliene dare quel principe 
munifico una testimonianza degna del suo animo grande, nel 
1725 mutavagli la contea lontana di Valdalbero nel vicino 
marchesato di S. Possidonio, coi più ampli privilegi e le più 
estese giurisdizioni. 



T AGO LI 

So orano sciupio sialo consuete alla nobilissima famiglia 
TACOLI, conio vedemmo, le alleanze degne eli lei, queste non 
dovevano poi certamente mancare al marchese Pietro, il 
quale sposavasi primieramente nel 1715 alla contessa Lu- 
crezia, figliuola del conte Claudio Pietra, patrizio di Pavia 
e signore del castello di Silvano, indi passava Fanno 172ÌJ 
ad unirsi in secondi voti colla marchesa Lucrezia, figliuola 
del marchese Nicolò Meli-Lupi di Soragna, patrizio di Parma 
e nobile veneziano. E pure, quasi che tutto questo fosse poco, 
non appena le circostanze infauste della guerra davano luogo 
ai valorosi di mostrarsi quali essi erano, veniva questo mar- 
chese nominato nei 1735 ajutante di campo del Duca di 
Montemar, generalissimo degli eserciti Spagnuoli in Italia, 
poscia amministratore generale del Duca della Mirandola per 
S. M. Cattolica, che lo aveva temporariamente occupato, e 
finalmente passato in Ispagna ed alla magnifica Corte di Fi- 
lippo V, vi era pe" 1 suoi meriti e pel valore creato colonnello 
di cavalleria nei reali eserciti nel 1737, e poco dopo innal- 
zato al grado di gentiluomo di camera d 1 entrata e chiave 
d^oro della Maestà stessa del Re. 

Da questo marchese Pietro, tenendo ora per brevità conto 
soltanto de* 5 primogeniti, e tralasciando così gli altri rami non 
meno illustri ed allora e al presente, nasceva il marchese 
Achille che fu governatore di Brescello; e Gualtieri, generale 
maggiore, ciambellano soprintendente delle fabbriche ducali, 
ispettore generale delle poste e consigliere di Stato sotto il 
duca Ercole IH, e che, maritatosi colla nobile donna Teresa 
Cataldi, tramutò la sua stanza in Modena e quivi lasciò tra 
gli altri il suo primogenito, cioè il vivente marchese Pietro, 
il quale, nato nel 1773, fu esente delle guardie del corpo e 
ciambellano di Ercole III; poi ripristinatisi i governi italiani, 
ciambellano della guardia nobile d 1 onore di Francesco IV. 



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TACOLI 

consigliere del suo Stato, e del successore Francesco V, e 
finalmente cavaliere di giustizia del sacro militare ordine 
dei Santi Maurizio e Lazzaro di Sardegna. 

Questo nobilissimo gentiluomo reggiano , ferrarese e 
modenese, sposatosi colla nobile dama contessa Carlotta Bian- 
chi Munarini, vivente ed ultima superstite del suo illustre 
casato, trovatosi per morte privo di maschi, univa Tunica 
sua figliuola, marchesa Adelaide, dama di palazzo della R. 
Corte Estense, col ciambellano della Corte medesima, conte 
Alessandro Bellencini dei Marchesi Bagnesi, solo rampollo 
di due case istoriche, dalle quali nozze ben augurate essen- 
done poi usciti non pochi frutti, questi al presente fioriscono 
in Modena per le degne alleanze contratte e per gli onori 
conseguiti e per le cittadine ed amabili virtù, state proprie 
sempre dei loro avi e maggiori. 

Porta per arme: d 1 argento con un uccello nero mem- 
orato e beccato d** oro, spaccato di rosso. 

Sostegni: un leone d^ oro ed un^ aquila d** argento. 

Cimiero : un leone nascente d" 1 oro che innalza lo scudo 
Estense. 

Motto : In Deo spes mea. 




TANZI DI MILA'NO 






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TA.WZI DI MÌLÀTsO 



THE LIBRARY 

OFTHE 

UNIVERSITY OF ILLINOIS 



TANZI 

DI MILANO 



Tra le antiche e nobili famiglie di Milano non P ultimo 
luogo tiene la famiglia Tanzi, che da taluno fu riputata di 
origine francese, per i gigli che mostrava nella sua antica 
arma, composta di tre fasce d 1 argento e rosse, con due gigli 
rossi nella prima fascia, e sopra il cimiero un bambino nudo, 
tenendo colla destra un altro giglio. Ma il Picinelli però la 
vuole originaria della città di Genova (»). Ecco le sue parole: 
« Trae la famiglia Tanzia la sua origine dalla città di Ge- 
nova, ma crebbe con tanta prosperità in Milano, che, circa 
Panno 1400, essendo seguita in Frisonaslia la famosa riforma 
dei Canonici Regolari, Pietro Tainzio, di gloriosa memoria, 
fu il primo che, spinto da religiosa pietà e mosso dalla santa 
esemplarità dei Canonici Riformati, in Lombardia venuti, 
diede loro, e Poratorio, e le case, ed alcuni fondi in Caso- 
retto, luogo fuori di Porta Orientale, situato in lontananza 
men di due miglia, ove poi si è fabbricato un nobil tempio 
col suo monastero, ove per sei anni v* 1 ha sostenuto la carica 
d"* abate, ed indi si sono portati quei canonici a piantar in 
Milano, e la chiesa, e la canonica nobilissima della Passione. 

(i) Filippo Picinelli, nelVAteneo milanese^ pag. 40. 



I 



TANZI 

AlPesempio dello zio, acceso Anselmo Tanzio, suo generoso 
nipote (quando i furori delle guerre bollivano nei siti ame- 
nissimi delPInsubria, e fra i contrasti della Francia e i rin- 
forzi della Germania, la Spagnuola grandezza iva gettando le 
fondamenta della sua signoria) per ripararsi dai fuochi di 
Marte, corse ad ammantarsi sotto le nevi d'Agostino, e al- 
Pamore dei Canonici Regolari consegnò tutto se stesso, pren- 
dendone P abito ed abbracciandone Pinstituto. Viveva a Dio, 
viveva alla religione ed a se stesso, ma, bramoso di contri- 
buire ai prossimi, dalle miserie oppressi, opportuno respiro, 
tradusse di latino in italiano idioma il libro di Severino Boe- 
zio: De Consolatìone philosophiae, che fu stampalo in Milano 
da Agostino Vimercato Panno 1520. E perchè non solamente 
ben possedeva la toscana favella, ma era domestico delle 
italiane muse, ad imitazione di Boezio i varj metri di lui, 
con bella varietà di versi esso ancora dolcemente distinse. 
Scrisse d'Anselmo Tanzio P abate D. Celso Rufìni nel Liceo 
Lateranese, fol. 55 ». 

Fino dalPxi secolo fiorì in Milano Omodeo Tanzo, sti- 
pite di una famiglia che produsse cospicui personaggi (0. 
Giacobino Tanzi, decurione di Milano, ottenne dal pontefice 
Benedetto XII Passoluzione delP interdetto emanato da Gio- 
vanni XXII, di lui predecessore, contro i Milanesi (2). Am- 
brogio, Giacomo e Petrolo, altro Ambrogio Andrea, detto 
Andreotto, ed altro Petrolo, tutti della famiglia Tanzi, furono 
decurioni e consiglieri ducali, eletti altresi a cariche più 
cospicue in diversi tempi, come di riformatori di censo, dei 
xii di provvigione, in cui non si ammettevano se non i più 
ricchi e nobili che continuamente vivessero in Milano. Altro 
Petrolo ed altro Giacobino furono descritti fra il numero di 

(1) Giulini, Memorie di Milano, tom. IV, pag. 299. 

(2) Botta, Ponti f. dell'anno i54f. 



T A IN ZI 

120 cittadini ricchissimi, perchè pagassero al signor di Mi- 
lano diciannovemila fiorini ; e tanto i surriferiti personaggi, 
quanto altri della stessa famiglia, vengono descritti da Ka- 
facllo Fagnani (nei suoi Commentari delle famiglie nobili Mi- 
lanesi, che si conservano manoscritti in cinque volumi presso 
la Bihlioleca Ambrosiana) come segue: 

Tantiam familiam Mediolani satis vetustam esse ex vetulis 
documentis colligere possumus. Inter consiliarios , seu decu- 
riones Reipublicae Mediolani sub anno 1540 reperitur Jacobi- 
nus Tantius, qui una cum collegis curavit, ut a Benedicto XII, 
Pont. Max., absolutio impetraretur interdicti emanati per Joan- 
nem XXII ejus praedecessorem contra Mediolanenses , ut ex 
bulla Sum. Pont, sub anno 1341, et instrumento mandati, ro- 
gato per Franciscum de S. Zenone colligitur. Inter consiliarios, 
seu decuriones Mediolani, sub anno 1388, reperiuntur Jlmbrosius 
Tantius, incola Portae Orientalis, parocìxiae S. Salmtoris, Jacobus 
et Petrolus Tantii, incolae Por. Comen. par. S. Simpliciani, 
Ambrosius Tantius, Por. Rom., par. S. Calmieri, Andreas dictus 
Andriolus Tantius, incola Por. Ticin., par. S. Sebastiani, et 
Petrolus Tantius P. C. P. S. Cipriani. Reperitur Andreas, di- 
ctus Andriottus Tantius, inter duodecim provisionum Mediolani, 
ut ex cedula anni 1387, et ex incolis P. R. fuit idem Andreottus 
ex triginta sex civibus associantibus D. Praetorem ad oblationes 
anno 1487^ ad quod munus admittebantur tantum nobiliores, 
et potentiores cives, assidue Mediol. commorantes, ut apparet ex 
cedula, et ordinatone incipiente: In nomine Domini, 1387, die 
2 februarii. Etiam inter electos Portae Ticin. fuit Ambrosius 
Tantius, electus, ut confeeret censum quod vulgo reformare exti- 
mum dicebatur anno 1405, ut ex cedula dicti anni, erat ex in- 
colis Por. Ticin., et erat secundus. Erat Tantinus Tantius ex 
dnodecim provisionum anno 1587, incola Pori. Cumanae, ut 



TANZI 

ex ceduta dirti anni; et iterimi electus anno 1591, ut ex rela- 
tione incipiente 1391, indictione 14, die Generis XP*, mensis 
septembris. Fuit etiam idem Tantinus ex correctoribus census 
dicto anno 1391, cum benefìcio literarum principis, quod durante 
hujusmodi occupatione nulla ex ejus causis curreret instantia, 
ut ex ipsis literis dat. Mediol. die XV martii, 1595. Fuerunt 
alter Jacobinus Tantius , et Petrolus Tantius, descripti inter 
centum vigiliti cives ditiores , qui solverent domino Mediolani 
decem novem millia florenos in executione decreti farti sub die 
22 martii, 1395. Signat. Paganus Milanus, et ex ordinatione 
elicti anni solvit Jacobus fior. XXXll, et Petrolus florenos XX 
ut ex dicto decreto. Ambrosius Tantius fuit consiliarius anno 
1 409, cum jam numerus 900 consiliariorum ad 72 redactus 
esset, et confìrmatus per alios sex menses a Duce Mediolani, 
ut ex literis datis die 12 februarii, 1409. Signat. Ubertus. Fuit 
Facinus Tantius creatus civis Mediolanensis a Duce Mediolani, 
ut ex literis ab ipso Duce datis sub die 24 maii, 1457, cum 
esset a Castillatio oriundus. 

Facino de Taivzi, creato cittadino milanese dal duca Fran- 
cesco I Sforza (0, dallo stesso gli fu accordata la dispensa 
per poter acquistar beni in Marzano, vescovado di Lodi (2). 
Il duca Gio. Galeazzo e la duchessa Bona Sforza Visconti lo 
esentarono dei carichi reali e personali (3), e gli fu confer- 
mata F esenzione del dazio di pane, vino, carne ed altri og- 
getti vendibili nelF osteria di S. Maria della Frasca nell'Ales- 
sandrino (4), ed in fine ebbe lettera delli stessi Duci perchè 
non venisse fatta molestia ai fanti mandati per custodia della 
stessa osteria (5). 

(1) Vedi privilegio 28 maggio, 1487, riportato in fine. 

(2) Vedi dispensa 2 maggio, 1462, idem. 

(3) Vedi privilegio 12 febbrajo, 1477. 

(4) Vedi conferma 18 febbrajo, 1477. 
(s) Vedi lettera 14 agosto 1478. 



TANZI 

Fra i 150 cittadini, clic con titolo di magnifici spettabili 
nobili egregii e prudenti nomini furono dagli abitanti di 
Porta Muova destinati a prestare il giuramento di fedeltà, nel 
1470, al primog. di Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, 
al riferire del detto Fagnani, trovasi descritto il sig. Francesco 
Tainzi, figlio del fu Giovanni; e fra li decurioni del consiglio 
generale di Milano, del 1474, fa menzione del sig. Cristoforo 
Tanzi, abitante in Porla Ticinese, sotto la parocebia di San- 
fAmbrosino; di Giovanni, abitante in Porta Romana, sotto 
la parocchia di S. Calimero, e di Bartolomeo, abitante in 
Porla Orientale, sotto la parocchia di S. Paolo in Compito. 

Dal su narrato, colPautorità del Fagnani e delle carte 
conservate dalla famiglia, risultano dal 1535 al 1515 dician- 
nove soggetti di questa famiglia consiglieri e decurioni del 
consiglio generale di Milano, e fra questi, nel 1388, Petrolo, 
capo stipite della famiglia, dal quale insino a noi vien pro- 
vata la genealogia con autentici documenti. 

Otto soggetti conta questa famiglia fra i nobili deputati 
della veneranda fabbrica della Metropolitana di Milano, 1570, 
in avanti descritti in autentico certificato rilasciato dal can- 
celliere ed archivista della delta veneranda fabbrica, e fra 
questi annoverasi pure il citato Petrolo. 

Giuseppe Volpi, patrizio di Bari, che con molta eleganza 
verso la metà dello scorso secolo scrisse in due voi. Visto- 
ria della famiglia Risconti e delle cose avvenute sotto di essi (i), 
dalla pag. 92 alla 110 della seconda Parte, si ferma a par- 
lare di questa nobilissima famiglia di Milano, fatta cittadina 
di Bari per le ragioni che addurremo più avanti. 

Guidetto Alessio de 1 Cassini di Zovenico da Canturio, 
nelP ultimo suo testamento instituì eredi Ambrogio, Beltramolo 

(i) Il primo volume che contiene la prima Parte fu pubblicato in Napoli nel 1737, in-4.°; 
ed il secondo voi. che contiene la seconda Parte nel 1748, ambo usciti dai torchi di Felice Mosca. 



TAINZI 

e Andreolo suoi fratelli, con lesse che uno succedesse ali 1 al- 
tro, e, morendo tutti, ordinò che delle sue facoltà si fondasse 
un altare nella chiesa di S. Pietro di Vighizzolo, pieve di 
Canturio, secondo il consiglio e parere di Maffiolo Tanzi suo 
avolo, di due altri della famiglia Tanzi, e di tre migliori 
uomini di Vighizzolo, i quali tutti constitui esecutori di que- 
sta sua volontà, dando loro facoltà di eleggere il Rettore del- 
l'altare, il quale vi dovesse celebrare una messa cotidiana. 
E cosi seguì, che essendo morti i detti tre fratelli, Domenico 
de Aycardis, come procuratore di Maffiolo, di Pietro e di 
Cherubino Tanzi, di Guglielmo di Novidrade, di Paolo del- 
l'Acqua e di Simpliciano di Zovenico, comparve nella curia 
arcivescovile di Milano, facendo istanza che si adempisse la 
volontà del detto Guidotto, e in virtù di decreto pubblicato 
dalla detta curia, fu stipulato Pistromento di fondazione del 
beneficio per lo notajo Ambrosio di Arozio, ai 2 di gennajo 
dell'anno 1576, in cui fu stabilito, coli 1 assenso della mede- 
sima curia, che il beneficio si dovesse sempre provedere a 
presentazione de 1 nominati sei, e dei loro eredi e successori, 
descrivendovi tutti i beni che si assegnavano per il mante- 
nimento decoroso di un sacerdote, com 1 è stato sempre pra- 
ticato dai discendenti dei sopraddetti. 

Trattano della famiglia Tanzi, oltre ai fin qui ora citati 
scrittori Picinelli, Giulini, Fagnani, Volpi, ecc., anche i se- 
guenti: Filippo Argellati, alla pag. 1476 del volume 11 della 
Biblioteca dei scrittori milanesi, colla scorta del Morigia, capo 
ultimo del lib. IV, scrive: Sane inter venustissimas ac nobiles 
hujus urbis familias recensentur Tantia. Il dottor Giovan An- 
drea Irico in una lettera a Cari 1 Antonio Tanzi, intitolata De 
Origine Tantiae familiae virisque illustribus ex ea genitis. Isi- 
doro Isolani, che nel 1518 in un suo panegirico esponendo 
le grandezze di Milano alla presenza del Senato e degli 



TAISZI 

ambasciatori dei principi, Ira le famiglie che ivi rispondevano 
per onori ed aulica nobillà, annoverò la famiglia Taiszi, la 
quale trovasi pure onorevolmente riposta tra le nobili ed 
antiche nel Catalogo manoscritto del dottore collcgialo Dia- 
mante Marinone, esistente presso la citata Biblioteca Ambro- 
siana; e da Gio. Pietro Crescenzio, nel suo Anfiteatro Romano, 
par. i, pag. 60, viene registrato tra quelle ammesse al nobile 
collegio dei fisici di questa città. 

Passando alla genealogia di questa famiglia, ci serviremo 
di quella già stata riconosciuta dal ducale magistrato politico 
camerale di Milano, con decreto del giorno 4 luglio, 1791, 
aggiungendovi quella del non meno cospicuo ramo stabilito 
in Bari, colle aggiunte sino ai nostri giorni. 

Pietro o Petrolo Tanzi, nominato di sopra, fu altro dei 
compadroni della cappellania eretta nella chiesa parocchiale 
di Vighizzolo, sotto l 1 invocazione di S. Antonio, col giuspa- 
dronato a favore di Maffiolo, Pietro e Cherubino Tanzi e loro 
discendenti. Fu inoltre decurione e consigliere del consiglio 
generale di Milano nel 1588, dei nobili della veneranda fab- 
brica del duomo negli anni 1392, 1394 e 1596, uno dei 120 
più ricchi cittadini trascelti a sborsare a Giovanni Galeazzo, 
conte di Virtù, diciannovemila fiorini. Da lui discende Enrico, 
privilegiato e familiare ducale nel 1389, 1425 e 1428. 

Giovanni, figlio di Enrico, fu decurione e del consiglio 
generale dei 900 nobili di Milano. Ed uno dei nobili deputati 
alla veneranda fabbrica del Duomo agli anni 1459 e 1460. 
Egli fu padre della seguente prole: 

1.° Gabriele, che ha fatto il ramo di Milano; 

2.° Francesco, da cui discendono i Tanzi di Bari, e 

5.° Bartolomeo, decurione di Milano nel 1474, e marito 
in prime nozze di Maddalena Trivulzio, che gli partorì Am- 
brogio, dottor fisico collegiate nel 1511: Gio. Antonio, regio 

QJ ' CJ / ' CJ 



TANZI 

segretario delF eccellentissimo Senato di Milano nel 1524, 
ed Enrico od Arrigo, console dei Milanesi in Bari nel 1516, 
cavaliere di S. Pietro e conte palatino, creato dal pontefice 
Leone X nel 1520. Nella citata Storia Viscontea del Volpi si 
legge quanto segue, da cui si desume il motivo che indusse 
la famiglia Tanzi a fissare il suo domicilio nella città di 
Bari: 

« E incominciando da Bartolomeo, questi con una signora 
» dei Trivulzi procreò, tra gli altri figliuoli, Arrigo, il quale 
» fu fatto console dei Milanesi nel regno di Napoli, mentre 
» grandissima alleanza era tra quei Duchi e questi Re, colla 
» quale occasione venne ad abitare in Bari, sede principale 
w di quella nazione, e a sue istanze V imperatore Carlo V e 
» Giovanna di lui madre, confermarono i privilegi a questo 
» ufficio conceduti dal re Ferrante, come ne dimostra il di- 
» ploma dato in Brusselles ai 50 di settembre delFanno 1516, 
» in cui egli è chiamato col titolo di Vir nobilis (i). E creder 
» si deve che sia stato un uomo molto riputato; impercioc- 
» che dal papa Leone X fu creato cavaliere di San Pietro 
» del numero dei partecipanti, e conte palatino, con facoltà 
» di dottorare in teologia, in legge civile e canonica e in 
» medicina, di creare notaj, e di legittimar bastardi, come 
» si legge nel breve spedito da San Pietro ai 20 di agosto 
» delPanno 1520, che era V ottavo del di lui pontificato (2), 
» in virtù del quale ai 13 di aprile delPanno 1529, sesto 
» del pontificato di Clemente VII, legittimò Gian Pietro, Gian 
» Maria ed Ortensio de Matteis, giovanetti Baresi, nati da 
» liberi genitori, abilitandoli per autorità apostolica a tutti gli 
» onori, gradi e successioni, come se da legittimo matrimonio 

(1) Pergamena in casa Tanzi, per not. Bernardino Landi da Madaloni, abitator di Bari, 
ai 2G di aprile, isig. 

(2) Pergamena in casa Tanzi. 



T A IN ZI 

» fossero siali procreali (0. Non ebbe Arrigo figliuoli Icgil- 
» limi, corno colui che non fu mai accasalo, ma da Caterina 
» Hainoni da Canlurio, sua donna, trasse Gabriello, die legit- 
» limò per rescritto del principe (2), Girolamo ed Annibale. 
» Nel li>54 venne a morte in Trani, dove fé 1 testamento (■■»), 
» e in esso lasciò eredi nei beni che possedeva in Bari il dello 
» Gabriello e Francesco suo nipote, nato da Giampietro suo 
» cugino, col peso di somministrare gli alimenti al nominato 
» Girolamo, e di edificare nella chiesa arcivescovile di Bari 
» una cappella ad onore di S. Antonio di Padova e di S. Ar- 
» rigo, di cui costituì primo rettore lo stesso Annibale, e 
» dopo la di lui morte ordinò che i di lui successori si pre- 
» sentassero alla curia arcivescovile dalla famiglia Tanzi, as- 
» segnando loro annui ducati cinquanta, con che dovessero 
» celebrare in essa una messa in tutti i giorni festivi, un 1 altra 
» nei sabati, ed un anniversario perpetuo con messa grande 
» nel dì della sua morte, e pregando il reverendissimo Cesare 
» Lambertini da Trani, vescovo dell'* Isola, suo amicissimo, 
» di cui abbiamo un trattato De Jure palronatus, stampato 
)> in Venezia nelFanno 1584 w, che ne stendesse la fonda- 
» zione con quelle leggi che stimasse convenienti, secondo 
» quei sentimenti che gli aveva comunicati; e in questa cap- 
» pella ordinò che il suo corpo, trasportato in Bari, fosse 
» seppellito. Nei beni di Milano istituì erede Giannantonio suo 
» fratello, ed alcuni legati fece a favore di Caterina, sua so- 
)> rella, monaca in S. Agostino di Milano. In esecuzione del 
» qual testamento il nominato vescovo delPIsola, dopo aver 
» consacrato sacerdote Annibale, distese la fondazione del 
«beneficio in una pergamena, data in Trani ai 17 di febbrajo 

(1) Pergamena in casa Tanzi. 

(2) Not. Nicolamaria Romanelli, ai 24 di marzo dell'anno 1356. 

(3) Nicola de Fabritiis da Trani, a 1 28 di settembre dell'anno 1334. 

(4) Niccolò Toppi, nella Biblioteca Napoletana, pag. 63. 



TANZI 

» deiranno 1536 (»); ed ai 24 del seguente mese di marzo, 
» Gabriello Tainzi avendo pagalo al Capitolo dell 1 arci\ esco- 
» vado settanta ducati, ebbe la cappella del Corpo di Cristo, 
» che era dirimpetto alla fonte battesimale, presso quella di 
» San Paolo , con facoltà di cavarvi la sepoltura per la sua 
)> famiglia, dove eresse un quadro della Vergine Santissima 
» coi Santi Antonio ed Arrigo, dipinto dalPeccellente pen- 
)> nello di Paolo Veronese; e cavatavi la sepoltura, in essa 
» fé 1 sotterrare il corpo di Arrigo, che, trasportato da Trani, 
» era stato insino a quel tempo depositato nella detta cap- 
» pella di S. Paolo (2) ». 

Gabriele di Arrigo Tanzi, nominato di sopra, non avendo 
prole, e cosi pure i suoi fratelli, istituì erede Gian Pietro 
Tanzi, figliuolo di Gian Paolo suo cugino, con condizione di 
chiamarsi Arrigo Tainzi; ma essendo a lui premorto senza 
lasciar figliuoli, dichiarò erede Gabriello, secondogenito del 
suddetto Giovanni Paolo, in difetto del quale chiamò Gio. 
Paolo, ed ordinò quod dictas Enricus, sit nuncupandus, sinis 
heres universalis, non possit , nec ex quacumque causa, etìam 
necessaria, alienare, nec alìquo modo distrahere bona sua sta- 
bilia eidem legata; nec Iwredes legitimi, et successores ejusdem 
magnifici Enrici similiter in futurum vendere valeant, nec aliquo 
modo distrahere dieta bona sua stabilia, sed in futurum succe- 
dant heredes dictis Enrici, et sic gradatim, ne bona ipsa exìre 
habeant a domo Tantia', come si legge nel suo testamento (3); 
nel quale lasciò ancora a Bernardino e Marc'' Antonio Tanzi, 
suoi figliuoli naturali, trecento ducati per ciascuno, ed a 



(1) Pergamena in casa Tanzi, firmata di mano di monsignor Cesare Lambertini, vescovo 
dell'Isola, e munita col suggello delle sue armi, impresso in cera rossa in una scatola di legno 
tondo, pendente. 

(2) Not. Nicolamaria Romanelli, ai 24 di marzo dell'anno 1336. 

(3) Testamento di Gabriele Tanzi in pergamena, scritto dal notajo Bernardino de Tatiis, 
ai io di maggio dell'anno 1383, in casa Tanzi. 



TANZI 

Isabella, parimente sua figliuola naturale, venti once di carlini 
cf argento e quaranta di corredo, affinchè si potesse maritare 
con qualche onoralo cittadino di Bari, colle quali disposizioni 
morì il 17 settembre dclPanno 1556 («). Di Giambernardino 
e Marc'* Antonio così si legge nel catasto, fatto in Bari nelPanno 
1568, a pag. 490: 

« Lo magnifico Joan Bernardino Tanza, monito per editto, 
» non comparse, ma comparse il magnifico Marcantonio suo 
» fra tre, et declarò altro non possidere detto magnifico Gio. 
» Bernardino, eccetto annui ducati cinquanta, quali se li pa- 
» gano per il magnifico Gabrielino Tajnza, come erede del 
» qu. magnifico Gabriele, et fatta comprobatione con la ce- 
» dula produtta per Gio. Paulo Tanza, come patre, et legit- 
» timo adminislratore del detto Gabrielino concorda, et così 
» extimati detti annui ducati cinquanta dedutti al detto Ga- 
» brielino in ducati cinquecento. E alla pag. 595 : Lo magni- 
» fico Marc 1 Antonio Tanza, comparse, et cum juramento pre- 
» sento P infrascritta cedula, continente, ut infra; et primo, lui 
» essere di anni trentasette, la magnifica Portia moglie, di 
» anni trentacinque, tiene in sua casa un servitore di anni 
» vinti, una servitrice di anni quindeci, vive nobilmente sopra 
» le sue facoltà, esercitando P officio di alfiero della nova 
» milicia, et possiede i beni infrascritti vid. In primis esige 
)> quolibet anno cum potestate aifrancandi da li heredi del 
» qu. magnifico Gabriele Tanzi annui ducati cinquanta di 
» censo sopra tutta la facoltà et beni di essi magnifici heredi, 
» extimato detto censo per ducati cinquecento. Non taxatur 
» de persona, quia nobiliter vivit ». 



(i) Pergamena del Senato di Milano^ in data de 1 24 di ottobre dell'anno issg, per la le- 
gittimazione delle persone di Giampaolo e di Giampietro Tanzi, acciocché potessero adire l' eredità 
di Gabriello Tanzi nel regno di Napoli. 



TANZI 

Marcantonio prese per moglie Porzia Pascale (•), e fu 
padre di Vittoria, che, maritatasi con Marcantonio Maffei, 
mercante veneziano (2), ebbe dal suo matrimonio, tra gli altri, 
Giambattista Maffei, che nel 1619 era barone di Carbonara (3), 
ma di lui non si ebbe paternità. 

RAMO DI BARI 

Francesco, fratello di Bartolomeo, fu uno degli eletti a 
prestare il giuramento di fedeltà al Duca di Milano nel 1470, 
e procreò Gio. Pietro (*), decurione di Milano nel 1508, dei 
dodici di provvisione nel 1515, e deputato alla veneranda 
fabbrica del duomo nel 1525. Portatosi in Bari nel 1526, 
quivi mori dopo pochi mesi, e fu sepolto nella chiesa di 
S. Pietro Maggiore dei Minori Osservanti, lasciando quattro 
fidi ed altrettante figlie. 

I maschi furono: 

1.° Francesco, che nell'anno 1534 fu fatto erede di 
Arrigo Tanzi insieme con Gabriele, figliuolo legittimato dal 
suddetto Arrigo, come si è già osservato, e morì nello stesso 
anno. 

2.° Galeazzo. 

3.° Giacomo, il quale dopo la morte di Annibale, figlio 
naturale del detto Gabriele, fu investito del beneficio fon- 
dato nel duomo di Bari, con bolla spedita da Scipione Ve- 
norio, vicario dell'arcivescovo di questa città (s). 

(1) Not. Giuseppe di Ruggiero, nel testamento di Marc'Antonio Maffei, rogato il 7 di set- 
tembre dell'anno 1607, e aperto agli u dello stesso mese. 

(2) Capitoli matrimoniali di Vittoria Tanzi con Marc'Antonio Maffei, ai 17 di febbrajo del- 
l'anno 1388, per mano del not. Stefano de Santis. Catasto di Bari dell'anno 1598, pag 423. 

(5) Catasto di Bari dell'anno 1619, pag. 704. 

(4) Notajo Modesto de Santis da Milano, ai 13 maggio dell'anno isi3. Pergamena in casa 
Tanzi. 

(s) 4 febbrajo, 1362. 



TANZI 

4.° Giampaolo, compadrone della cappellania di Vighiz- 
zolo, che da Isabella Colica ebbe Giampietro e Gabriele, 
chiamati da Gabriele seniore alla sua credila nel modo su 
espresso, oltre un altro Giampietro, Antonia e Margherita, dei 
quali si ragionerà in seguito. 

Il primo, Giovanni Pietro, essendo premorto a Gabriele, 
suo padre nel 1557 passò a Bari per amministrare Teredilà 
di Gabriele, detto Gabrielino, suo secondogenito. Assegnò a 
Giambernardino ed a Mar e 1 Anton io Tanzi alcuni beni per la 
somma di 600 ducati di rendita, e nel 1568 fu descritto nel ca- 
tasto di Bari tra i forestieri possidenti, colle seguenti parole: 

u Lo magnifico Giovan Paulo Tanza di Milano, patre et 
» legittimo administratore de la heredilà, et beni del ma- 
il gnifico Gabrielino Tanza, suo legitimo figlio, herede testa- 
» mentario del qu. magnifico Gabriele Tanza, monito detto 
» magnifico Gabrielino per editto, comparse per esso Io detto 
» magnifico Gio. Paolo, et presentò cum juramento la infra- 
» scritta cedula, continente ut infra. Et primo esso magnifico 
» administratore essere d^nni cinquanta, Isabella, moglie, 
» d^anni quaranta, Antonia (Tanni dieci, Margarita di anni 
» dui, et Gabrielino d^anni quattordici in circa, suoi figli, 
» absente detto magnifico Gabrielino de la città, et detto Gio. 
» Paulo con sua moglie e famiglia presenti colT infrascritto 
» clerico Jacobo Tanzi suo fratello (Tanni cinquantacinque ». 

Che Isabella Cotica fosse moglie di Gian Paolo Tanzi, 
ed appartenesse a cospicua famiglia di Milano, lo attesta, 
oltre i molti istromenti stipulati in Bari negli anni 1572 e 73 
dal notajo Colajanni, nei quali si legge: Magnifica Isabella 
Cufica de Mediolano ad praesens commorans et habitatrix civi- 
tatis Bari, legitima uxor magnifici Joannis Pauli Tanzi de 
Mediolano, eic.\ anche il suo testamento, rogato dal notajo 
Caldarone, in cui detto notajo dichiara che essendosi conferito 



TANZI 

ad domus magnifici Gabrielini Tanse de Mediolano , sitas et 
positas intus Barum in vicinio ruge Francigene, in quibus ha- 
bitant magnifici Joannes Paulus Tanza et Isabella Cotica, con- 
juges de Mediolano , invenimus dictam Isabellam in quadam 
camera dictarum domorum, jacentem in lecto, corporis infirmiate 
detemptam, etc, quae quidem magnifica Isabella asseruit corani 
nobis in vulgari sermone: Come temendo, che si partisse da questa 
vita senza far testamento , ordinò e fece suoi eredi li magnifici 
Gabrielino, Gio. Pietro, Antonia e Margherita Tanzi, suoi figli 
legittimi e naturali, nati da essa e dal magnifico Gio. Paolo suo 
marito, etc, con condizione però, che lo detto magnifico Gioan 
Paulo, suo marito, sia et debbia essere integro usufruttuario dì 
tutti i suoi beni, etc, durante la vita di detto suo marito, ecc., 
ratificando, emolgendo, et approbando tutte le cose desposte et 
fatte de" 1 detti suoi beni per lo detto magnifico Gioan Paulo suo 
marito in la città di Milano, siccome a cose fatte di suo ordine, 
saputa, etc, e finalmente ordinò, che il suo corpo fosse se- 
polto in la maggior ecclesia de Bari, et proprio in la cappella 
delli Tanzi. 

Gian Paolo, dopo la morte della moglie, ritornò in Mi- 
lano, e quivi morì, lasciando in Bari Gabriele; che nell'anno 
1582 monacò sua sorella Margherita nel monastero di S. Sco- 
lastica, e poco dopo sposò Dorotea Visconti, con la quale fu 
registrato nel catasto di Bari in questa guisa: 

« Gabriele Tanza, milanese, d'anni 44. - Dorotea Vi- 
» sconti uxor ann. 27. - Francisco, figlio, anni 11. - Giuseppe, 
» figlio, anni 7 ì j ì . - Errico, figlio, anni 6. - Gio. Paolo, 
» figlio, anni 4. -Gio. Battista, figlio, anni 2 */ 2 . Sabella^ figlia, 
» anni 1 ». 

« Di più vi è un altro, nominato il signor Gio. Antonio 
» Tanzi, figlio di Bernardino, detto Baron Tanzi, il quale 
» è nobile, ma è d'altra famiglia, che per essere rimasto 



TANZI 

» nell'età di (limi anni orfano di padre e madre, si allevò in 
» casa nostra, essendo rimasto suo tutore il nostro bisavo 
» Francesco Tainzi, e fu sempre dello Bernardino, nominalo 
» della nostra famiglia. Questo Bernardino fu padre della 
» q. donna Scolastica Tainzi (i), che è stala ahbadessa mol- 
» fauni nel monastero tanto celebre di Santa Scolastica qui 
» in Bari, dove era stato accasato (2), et per certo sdegno 
» che havea preso seco la serenissima Isabella, duchessa di 
» Milano, si parli da Bari per Milano, dove di nuovo s ''accasò, 
» et ebbe con la seconda moglie il detto sig. Gio. Antonio, 
» et una femmina, che andò poi monaca in S. Agostino; 
» et il detto sig. Gio. Antonio, detto il Baroncino, io Io 
» conobbi in Milano Tanno 1585, che fui lì. Habitava fuori 
» di Porta Nuova delli due portoni, subito uscito la Porta a 
» man dritta: haveva un bel figliuolo, nominato Gio Ballista, 
» alPhora di età di dodici anni. Li parenti nostri per linea 
» di nostro padre sono il sig. Alessandro Gallina, e fratelli 
» figli et heredi del q. sig. Gio. Battista Gallina (3), e della 
» signora Giulia Sormani, li quali in quel tempo habitavano 
» a Porta Ticinese nella strada di S. Marta a S. Maurilio, poi 
» hanno mutato casa; et questo signor Alessandro intendo sia 
» il più grosso gentiP huomo sia in Milano; li quali fratelli 



(1) Bernardino Tanzi, ai 7 di novembre dell'anno 1831, cedette al monistero di S. Scola- 
stica, di questa città, un credito di ducati 33G che aveva verso Trusiana Bacca, per le doli 
di D. Scolastica Tanzi sua figliuola. Istrumento per lo nolajo Nicolamaria Bomanelli. 

Nella facciata della chiesa di S. Scolastica di Bari si legge la seguente iscrizione, posta in 
un marmo colle armi della famiglia Tanzi, le quali sono ristesse che si usano dai discendenti di 
Giampaolo: Templumhoc divae Scolasticae din dicatum, Antonini Puteus Barensis, et Canusìnae 
sedis archiepiscopus_, amabil. Scolaslicae Tansae Abatissae^, celerarumque sacramtm Virginum 
precibus consecravit anno a Virginis partii maj Gregorio XIII Pont. Max. et Philippo de Austria 
Rege, imictissimo. 

(2) Not. Nicola di Not. Stefano di Comite da Bari scrisse i capitoli del matrimonio di Ber- 
nardino Tanzi da Milano con Biccarda di Letto da Bari, nell'anno 1496. 

(5) D. Giovanni Siloni nei Monumenti genealogici della famiglia Gallina^ stampati in 
Milano nell'anno 1735: Scrive che da questo Alessandro discende il signor D. Luigi Gallina, conte 
del Palazzo Cesareo, che era nato nell'anno 1720, e vivea nel dello anno 1755. 



TANZI 

» hanno havulo una gran nemicitia con casa Spetiani; dove 
» han speso più di cinquanta mila scudi, spero hora siano 
» acquietati. Di più havemo parentela con li signori Crivelli 
» del suddetto Cantù, che eran quattro fratelli, li signori 
» Gio. Bartolomeo, Gio. Antonio, Alessandro (questi due sono 
)> stati gran giocatori di pallone) et Cesare, cavaliere dei Santi 
» Maurizio e Lazzaro, et uno delli dodici gentil' huomini 
)> della tavola dell'altezza serenissima di Savoja. Erano stretti 
» parenti del non mai a bastanza lodato P. F. Francesco Pa- 
» nigarola, e questi due ultimi, cioè signori Alessandro e 
)> Cesare, hebbero per moglie due nipoti del q. signor car- 
» dinal Alciati. Ultimamente il signor Alessandro era fatto 
» referendario in Como: non so se adesso ne viva più nessuno. 
» La suddetta qu. nostra madre era sorella del signor Ber- 
)> nardo Colici, quale morse Tanno 1583, lasciò un figliuolo 
» Girolamo, et due femmine Antonia, et Isabella: non so se 
» habitano in Milano, overo in villa in casato vicino a Rose; 
» et Canigo con la madre Veronica habitava in Milano in 
» Porta Ticinese in strada Bagnerà, qual'è all'incontro della 
w casa del conte signor Pietro Antonio Lodato, et va a San 
» Giorgio in Palazzo nella casa che era nostra, qual si vendè 
» al q. Gio. Ambrosio Fravacino, orefice et giojelliero mollo 
» ricco. Erano secondi cugini di nostra madre quattro fra- 
)> telli, li signori Gio. Ambrogio Colici, Gio. Francesco, dottor 
» di collegio, qual' habitava in contrada de Maravegli, incontro 
» a S. Sindacatore (che in regno si dice Visitatore), Pietro 
» Paulo, quale si accasò a Romagnano sul Novarese, e visse 
» poco, e Girolamo, quali credo sian tutti morti (*). Era terzo 

(ì) Di questi quattro fratelli, D. Giovanni Sitoni nell'albero genealogico della famiglia di 
Cuticis, stampato in Milano nell'anno 1757, ne ha registrati solamente tre, cioè Gianambrogio, 
Gianfrancesco e Pietropaolo; e del primo scrive che derivano Marc'Àntonio, padre di quattro figliuole, 
procreate con Teresa Niguarda; e Ferdinando, padre di tre altre, avute da Giulia de Muzj, le quali 
vivevano nel detto anno 173 7. Altre femmine egli non ha poste nel detto albero, e però vi manca 
Isabella con tutta la sua linea. 



T A IV ZI 

» Cugino della suddetta Destra madre il signor Giulio Cesare 
» Maggi, qua] habitava all' ultimo palazzo vicino alla Balla, 
» incontro alli signori Àrconali. Qual signor Ghilio Cesare fu 
» ammazzalo a tradimento su la porla di casa sua da un suo 
» carnai cugino, figlio del signor Barlolomeo Maggi; il qual 
)> traditore, nò ha poco tempo, fé 1 una morte disperatissima. 
)> Hcreditò, non havendo lasciali figli, la signora Giulia sua 
» sorella, maritata col dottor signor Giuseppe Castiglioni di 
)> Como, nepote del quondam signor cardinal Castiglioni, il 
» quale haveva havuta una figliuola dalla signora Giulia, la 
» signora Francesca, qual maritò al signor Giampaolo Balbi, 
» e due figliuoli, li signori Girolamo e Filippo, i quali nel 
» suddetto tempo che fui in Milano erano di età di otto et dieci 
» anni, spero siano vivi. Una cugina di nostra madre, della 
» stessa casa Colici, fu maritala al signor Bonifacio Aliprandi, 
» delli quali non mi ricordai di cercar conto. Per parte di 
» padre ne sono parenti due monache nel monastero di San 
» Michele, vicino a S. Ambrogio, D. Clementia Martignona, 
)> et sua sorella, della quale non mi ricordo il nome in Como: 
» il signor dottor Gio. Andrea Lambertenga, et suo figlio 
» dollore, il signor Jacomo Barretta, qual si cambiò il co- 
» gnome paterno per un 1 eredità di mille e duecento scudi 
» d 1 entrata, lasciatoli da un suo parente in Pavia. Intesi poi 
» che questo gentiNiuomo sia fatto Gesuita. Per essere qua- 
» ranfotto anni che partimmo da Milano, non so se sono ri- 
» masti altri parenti stretti, si ben per il passato havemo 
» havuto parentela con casa Trivulzj, che fu madre del qu. 
» signor Henrico Tainzi, fratel cugino del signor Gio. Paolo 
» nostro avolo, et per resto di dote risquotevamo del qu. sig. 
» conte Gio. Giacomo Trivulzj un livello perpetuo che dubito 
» sia perso per mancamento di quella casa. Havevamo paren- 
» tela con casa Visconti, et con casa Carcano. Circa la nobiltà 



TANZI 

)> della nostra famiglia non posso darne tanta pienezza per 
» causa che Gio. Paulo mio padre, prima di venire in questa 
» città di Bari, con sua casa, ripose nel monastero di monache 
» di S. Michele in Milano tutte le nostre scritture, et anche 
w alcune casse di mobili, poiché ivi slavano quattro sue so- 
» relle monache, una delle quali era abbadessa. A caso si 
» attaccò fuoco in detto monistero, e restò bruciata la mag- 
» gior parte di quello, dove in particolare slavano queste 
» nostre casse con molto nostro danno. Noi havemo una cap- 
» pella, et sepoltura in S. Marco nel borgo di Porta Comana 
» de* 1 frati di S. Agostino, antica, credo più di 230 anni; nella 
)) fondatione, e compra della quale si fa menzione della no- 
» bilia di nostra famiglia, che susseguentemente ha sempre 
)> vissuta nobile; et nostro avo Gio. Pietro Tainzi era sempre 
)> eletto uno degli dodici di provvisione, ovvero degli eletti 
» dell' Hospedale grande, che sempre sono nobili. Sarebbe 
» di bisogno trovare nelli libri della communità di Milano, 
» dove si notano questi eletti, cominciando dall'anno 1500 
» infino al 1525, perchè all'anno 1526 il detto nostro avo 
» venne in Bari, e fra pochi mesi passò a miglior vita, e fu 
» seppellito in S. Pietro di Bari, frati Osservanti. Ma non so a 
» chi potessimo dar carico, eccetto al signor Alessandro Gal- 
)> lina, il quale è molto stimalo e ricco, et ha fatto nobilis- 
» simi parentadi, ma lui è tanto grosso, che non vi è simile 
» in Milano, e sarebbe di bisogno ne dasse carico ad altri » . 
Mori Gabriele in Bari, e la sua discendenza si legge 
descritta nell'unita Tavola terza genealogica. I suoi figliuoli, 
il 5 dicembre dell'anno 1619, ottennero dichiarazione del 
collegio dei dottori di Milano, che la loro famiglia era la 
stessa antichissima della eletta città, nella quale molti di essi 
esercitarono cariche onorevoli, solite a concedersi a' più nobili e 
potenti, ecc. 



T A IV ZI 



RAMO DI MILANO 



Gabriele Tanzi, figlio di Giovanni e fratello dei su men- 
tovati Bartolomeo e Francesco, fu uno dei delegati per Porta 
Comasina a prestare il giuramento di fedeltà al primogenito 
di Galeazzo Maria Sforza Visconti, duca di Milano. Da lui 
discende: 

Gio. Giacomo, uno dei xn magnifici cittadini di Milano, 
destinali nel 1518 per recarsi ad esaminare le operazioni 
che dovevano rendere PAdda navigabile fino a Milano. Fu 
fratello di Anselmo, canonico Lateranense, rammentato di 
sopra. 

Andrea, figlio di Giacomo, procreò Gio. Giacomo, che 
fu padre di Cristoforo e di Girolamo, dai quali si formarono 
due distinte linee tuttora fiorenti, dei quali prendiamo a 
ragionare: 



RAMO DI CRISTOFORO 



Cristoforo fu salutato notajo del Collegio dei Nobili con- 
siglieri collegiali di Milano. Matricola 23 agosto 1640. Egli 
fu padre di Andrea e di Gerolamo. 

Andrea, compadrone della succennata cappellania di 
Vighizzolo. Da lui ebbe i natali il Perillustre signor Carlo 
Federico, padre di 



TANZI 

Giuseppe, che, essendo stato nominato amministratore 
della R. Economia de'Sali, fu dall'imperatore Carlo VI, in 
benemerenza de'' suoi servigi e de 1 vantaggi procurati al regio 
Erario nel disimpegno delle sue incumbenze, regalato di un 
medaglione rappresentante il ritratto di S. M., e di un'an- 
nua pensione di 400 filippi. Vedi patenti 12 marzo, 1727, 
e 28 febbrajo, 1753. ~ Ebbe per moglie la signora Bianca 
Chiesa, figlia di Antonio, di famiglia patrizia e delle principali 
della città di Genova, ammessa al governo e all'amministra- 
zione della Repubblica, le di cui sorelle furono maritate: 
Ersilia nella patrizia e senatoria famiglia Rovereto di Genova, 
e Barbara in casa Giustiniani, ducale di delta città, come 
risulta da certificato in forma autentica 27 settembre, 1786, 
rilasciato da quella Repubblica. Di questo ragguardevole ma- 
trimonio si fa cenno nell'onorifico diploma comitale concesso 
dall'imperatore Giuseppe II a questa famiglia. 

Figlio del prelodato Giuseppe fu il nobile ed illustre 
conte Antonio, regio feudatario di Blevio nella provincia di 
Zezio Superiore, creato Conte dall'imperatore Giuseppe II, 
marito della nobile Teresa Pecis e padre di Ottavio Ernesto, 
che segue; di Rosa, maritata nella patrizia famiglia bergamasca 
Del Zappo, feudataria di Monte Donato e del Castello del 
Vescovo; e di Matilde, maritata nella nobile famiglia Boselli 
di Parma. 

II conte Ottavio Ernesto fu marito della contessa Ales- 
sandrina di Modron, figlia del conte Luigi, dalla quale ebbe il 
conte Adolfo, capitano di granatieri nel reggimento Austriaco 
Arciduca Carlo. 



TANZI 



LINEA DI GIROLAMO 

Girolamo, compadrone della cappellania di S. Antonio 
di Vighizzolo, fu marito della nobile Calidonia Schenardi, e 
padre di 

Angelo Maria, compadrone della cappellania suddetta; fu 
marito della signora Teresa Passera, figlia del dottor fisico 
Alessandro, e nipote del benemerito parroco di S. Stefano 
D. Francesco Passera, che col suo testamento 50 marzo, 1756, 
lasciò erede della pingue sua sostanza lo Spedale Maggiore di 
Milano; inoltre con istromento 22 marzo, 1741, rogato Carlo 
Della Valle, fondò una cappellania per una messa quotidiana, 
riservando il diritto della nomina in via di donazione al suo 
nipote D. Girolamo Tanzi ed a 1 suoi discendenti maschi in pri- 
mogenitura, con facoltà di poter tenere il detto Cappellano 
tanto in città quanto in campagna per comodo della famiglia. 

Girolamo, figlio di Angelo Maria, fu regio amministra- 
tore e cassiere generale dell 1 azienda de* 1 Tabacchi nel 1740, 
e venne rimunerato dalFimp. Maria Teresa di un brevetto di 
colonnello nel 1745. Fu inoltre compadrone di tre padronati 
ecclesiastici. Sua moglie, Paola Schira, figlia del tenente 
colonnello Carlo, gli partorì Gaspare, che segue, e Camillo. 
(Fedi Tav. IV.) 

Gaspare, compadrone come sopra, fu marito della nobile 
Francesca Calvi, figlia del G. C. Paolo, e padre di Gaetano, 
che segue, e di Ignazio. (Vedi Tav. IV.) 

Gaetano, dottor fisico, fu compadrone delle tre cappel- 
lanie come sopra. Sposò la nobile Giuseppa Ruggeri, figlia 
del nobile Donato, cavaliere Gerosolimitano, di Roma. Ebbe 



TANZI 

cinque figli (V. Tav. IV.), e fra questi il vivente Giuseppe, 
compadrone dei tre sunnominati patronati, delegalo ai LL. 
PP. EE. pei nobili e civili decaduti poveri vergognosi, contri- 
buente a varii Stabilimenti di Beneficenza, ed Amministra- 
tore di Cause Pie. Si ammogliò colla nobil donna Margherita 
Spini, del fu consigliere nob. Giulio, e da questo matrimonio 
ha tre figli: nobile Giulio, nobile Gaetano e nobile Adolfo. 
— NelFanno 1844 il nob. Giuseppe Tanzi fu dall'imperatore 
Ferdinando I onorato col seguente Diploma, che riportiamo 
tradotto dal tedesco, non tanto per provare la nobiltà ed i 
pregi personali che adornano questo benemerito cittadino, 
quanto per servire di descrizione alle unite Tavole cogli 
Stemmi. 



Noi Ferdinando Primo, per la grazia di Dio Imperatore 
d'Austria, Re cP Ungheria e Boemia, V di questo nome, Be di 
Lombardia e Venezia, Dalmazia, Croazia, Slavonia, Gallizia, 
Lodomiria ed llliria', Arciduca oV Austria, Duca di Lorena, 
Salisburgo, Stiria, Carinzia, Carniola, alta e bassa Slesia; Gran 
Duca di Transilvania, Margravio di Moravia; Conte Princi- 
pesco di Filisburgo, Tir oh. 

Imitando l'esempio de^ nostri Serenissimi Predecessori, ab- 
biamo sempre riguardato come uno de s nostri essenziali doveri, 
e come uno de* più belli privilegi della nostra Sovranità di pre- 
miare quelli che, oltre essere onesti e probi, ebbero ineriti distinti 
sia in servigi Militari, sìa in impieghi Civili, sia nelle Scienze, 
o sia che abbiano contribuito in qualunque altro modo all'utile 
pubblico col compiacerli alle loro ragionevoli ed ossequiose inchieste 
affinchè altri, spronati da lodevol zelo, procurino di rendersi Essi 
pure meritevoli per il pubblico bene, ed affinchè i loro discendenti, 



T A IN ZI 

i quali ereditano l'onorevole premio (fa'* meriti de' loro „ Inlenati, 
si rammentino sempre d'immitarli, e rendersi degni della Nobile 
Ioìo origine. 

La nostra attenzione è perciò diretta senza interruzione a 
non trascurare i distinti meriti. Noi abbiamo ingiunto per doveri 
a tutti quanti i nostri Impiegati e loro Superiori di darci a 
conoscere quelle persone che si sono rese meritevoli dei nostri 
distinti riguardi. 

Ora ci è giunto a cognizione dalla dimanda stala presentata 
al Trono, coi relativi rapporti delle ingiunte autorità, che il 
signor Giuseppe Tanzi di Milano appartiene ed una Famiglia 
che si è sempre sostenuta da più secoli in onorevole posizione, 
oltre che si è prestalo per molti anni per assistere i bisognosi, 
e che diede prove di particola!' zelo nel tempo del Colera 
pel bene de* 1 suoi Concittadini, e perciò 

Vogliamo ed ordiniamo che il signor Giuseppe De Tanzi 
di Milano e legittimi discendenti d'ambo i sessi ora ed in avve- 
nire sieno ritenuti da tutti per Nobili negli Stati dell' Impero 
Austriaco, e che debbano essere partecipi di tutti i privilegi ap- 
partenenti a Nobiltà. 

Per prova permanente di questa nostra Sovrana risoluzione 
abbiamo confermato e concediamo al Nobile sig. Giuseppe De 
Tanzi di farne uso della qui descritta arma gentilizia, di cui 
erano i suoi Antenati già in possesso, mediante Decreto del 
Magistrato Politico Camerale del 26 Marzo, 1749^ a riguardo 
del Giureconsulto e Causidico Collegiato Ignazio, e Dottore 
Fisico Gaetano, Zio e Genitore del Nobile signor Giuseppe De 
Tanzi, con i seguenti determinati colori, ed ecco come: Lo scudo 
è inquartato: il quarto superiore a destra come anche V inferiore 
a sinistra sono campi d'argento; il superiore a sinistra è in 
campo azzurro, e l'inferiore a destra è in campo d'oro. Nel 
quarto superiore a destra in campo d'argento sorge un Leone 



TANZI 

rosso , rivolto in dentro che manda fuori la lingua di color rosso; 
nel quarto superiore a sinistra in campo azzurro appare la 
lettera T in scrittura lapidaria, in oro: il quarto inferiore in 
campo d'oro ha tre fasce , delle quali la superiore è di color 
rosso, e le altre due di color azzurro; finalmente nel sinistro 
quarto inferiore in campo d'argento salta fuori dal pie del bordo 
un cavallo bajo imbrigliato. Posa sullo scudo un elmo aperto 
gentilizio di torneo con fermaglio d'oro, ornato da collana con 
medaglia d'oro: dalla cima dell'elmo pendono a destra lambrec- 
chini rossi, ed a sinistra azzurri, quelli ombreggiati d'argento, 
e questi ombreggiati d?oro. Sullo stesso appare im" 1 aquila nera 
raggiante che spinge fuori la lingua di color rosso. 

Noi autorizziamo il Nobile signor Giuseppe De Tanzi 
e la sua legittima discendenza d'ambi i sessi di usare e di 
portare d'ora innanzi ed in tutti i tempi l'arma qui descritta, 
senza però portar lesione a diritti di chi avesse già un'arma 
eguale. 

Particolarmente Noi ordiniamo a tutte le autorità del nostro 
Impero, tanto Ecclesiastiche che Civili, di riconoscere per veri 
Nobili il signor Giuseppe De Tanzi e la sua discendenza, e 
come tali li onorino e li lascino usare della Nobiltà Austriaca, 
e non debbono mettere loro alcun impedimento ne permettere che 
ciò succeda per mezzo d'altri Cittadini, giacche tutti quelli che 
contravvenissero a questo nostro ordine incorrerebbero nella nostra 
disgrazia e sapremmo punirli con corrispondente castigo. 

In fede di che Noi abbiamo sottoscritto di propria Mano 
questo Diploma ed attaccato il nostro proprio particola)' Sovrano 
gran Sigillo, del quale Noi ci serviamo come Imperatore d'Austria, 
ed abbiamo ordinato di consegnare lo stesso al Nobile signor 
Giuseppe De Tanzi ed alla sua legittima discendenza. 

Dato il 17 Febbrajo dell'anno 1844, e spedito per mezzo 
del nostro caro e fedele Conte Carlo d'Inzaghi, Gran Croce 



TANZ1 

del (' Ordì ne Ini por tale austriaco di Leopoldo, dell' Ordine Co- 
stantiniano. dell'Ordine di S. Giorgio di Parma, nostro attuale 
intimo Consigliere e Camerlingo, Cancelliere Supremo dell'unita 
Cancelleria di Corte. 

Presidente della Commissione degli Studj, membro onorario 
di molte Accademie, eie, etc, s etc. 

Dalla Nostra Capitale dell'Impero e Città di Residenza 
Vienna, a 4 Luglio, 1844. 

Vanno decimo del Nostro Regno. FERDINANDO. 

Carlo Conte DInzaghi 

Barone Francesco di Pillendorf 

Barone Giovanni Hardicgla di Jaden. 

Dietro Supremo Ordine di Sua Maestà 
Imperiale Reale Apostolica, 
Cavaliere Francesco Nadserng 
7. R. Consigliere Aulico. 

Regis. Joseph Emil Trimmel 
Regist. Director della I. R. A. Cancelleria. 



DOCUMENTI 



I. 



« Franciscus Sfortia Vicecomes, Dux Mediolani et Papiae, Angleriaeque comes, ac 
Cremonae dominus, recepta supplicatione tenoris luijusmodi videlicet: Illus. princeps, sup- 
plicatur humiliter dominatio vestra parte fidelissimi servitoris Facini de Tanliis de Castel- 
larlo, de praesenli habitatoris vestrae civitatis Mediolani, ut cum affectet effici, et creari 
civis ejusdem vestrae civitatis Mediolani, ad cujus ampliationem, et commoda dispositus 
est puro animo semper intendere, dignetur vestra benigna dominatio faciendo eidem sup- 
plicanti gratiam specialem per patentes litteras vestras ex certa scientia, et omni modo, 
via, jure, causa, et forma quibus melius possit, ctiam de vestrae poteslatis plenitudine, 
praenominatum supplicantem, ejusque filios, et descendentes, ac descendentium descen- 
denles facere, et creare cives, et de jurisdictione dictae vestrae civitatis Mediolani, ita, et 
taliter quod ab hodierna die in antea contrahere, distrahere, emere, acquirere, vendere, et 

■ alienare, caeteraque facere, agere, et exercere possint, tam in judicio, quam extra, sicut, 

■ et quemadmodum alii cives, incolae, et originarli dictae vestrae civitatis possunt, et posse 
i noscuntur, decernendo etiam ipsos, et ipsorum quemlibet fungi posse in ipsa vestra civilate 

Mediolani, ejusque ducatu, et ubique terrarum, illis omnibus juribus, honoribus, privilegiis, 
gratiis, exemptionibus, immunitalibus, prerogativis, et aliis quibuscumque, quibus alii vestii 
cives, vere legitimi, incolae, et originari! ejusdem vestrae civitatis uli, et gaudcre posse 
noscuntur, perinde ac sidictus supplicans, ejusque filii, et descendentes, ac descendentium 
descendentes cives vestri naturales, incolae, et originarli dictae vestrae civitatis hactenus 
per immemorata tempora extitissent, et hoc non obstantibus aliquibus legibus, slalulis, ordi- 
nibus, nec decretis seu provisionibus in contrarium disponenlibus, quibus specialiter, et 
expresse, ac ex certa scientia, et de vestrae plenitudine potestalis derogare dignemini, sup- 
plendo de eadem potestate vestra omni defectui cujuslibet solemnitatis, quae dici posset in 
praemissis fuisse servanda, ac mandare Domino Vicario, nec non duodecim provisionum, ac 
Sindicis communis vestri Mediolani, et aliis omnibus, et singulis ad quod spectat, et spedare 
poterit quomodolibet in fulurum, quatenus eundem supplicantem cum filiis, et descenden- 
libus recipiant, et accipiant in cives, ac numero, et consortio aggregent aliorum vestrorum 
civium Mediolani, praedictamque concessionem, et gratiam vestram servent, et faciant invio- 
labiter observari. Volentes igitur praenominato Facino benigniter bac in re compiacere, 
praesertim cum speremus ipsuni Facinum, de cujus virtutibus, prudenlia, et discrelione 
satis informati sumus si in numero aliorum civium hujus inclitae urbis Mediolani noslrae 
assumatur, non modicum ornamenti, et utilitatis eidem civitati allaturum. Harum serie ex 
certa scientia, ac omni modo, jure, via, et forma, quibus melius, et validius possumus, 
etiam de nostrae potestatis plenitudine praenominatum Facinum, ejusque filios, et descen- 
dentes, ac descendentium descendentes in infinitum cives, et de jurisdictione civitatis nostrae 



VANII 

Mediolani, el potestatis ejusdem, facimus, constituimus, et creamus, ita, et taliter quod ipse 

supplicans. ejusque lilii. el descendentes, ac dcsceiulenliuin descendonlos, do cablerò con- 
trahere, distrahere, acquirere, emere, vendere, et alienare, caeteraque agere, lacere, et 
exereere possint tain in indici», quani extra, SÌGUt, et queinadniodont alii antiqui eives, inco- 
lae, et originarli praedictae nostrae civitatis possunt, et posse noscuntur, decernentes etiara 

ipsos, et eonun quemlibet fungi posso in dieta civilalo nostra Mediolani, et ejus ducati!, 
et ubiqne terranun noslrarum, el alibi illis omnibus juribus, slalulis, ordinibus, provisio- 
nibns, lionoribns, privilegiis, paelis, convcnlionil)iis, cxeinplionibns, immuni tatibus, prae- 
rogativis, et aliis quibuscumque, quibus alii nostri cives vere legilimi, antiqui, incolae natu- 
rales, ac originarli ejusdem civitatis nostrae Mediolani, et ibidem functiones, et onera su- 
bentes, et subsliluenles l'ungi possunt, et gaudere, et proinde ac si cives, incolae naluralcs, 
et originari! ejusdem civitatis bactenus per immemorata tempora conlinerc exctitissent: et 
bacc omnia non obslanlibus aliquibus legibus, statutis, ordinibus, vcl decretis, seu provi- 
sionibus, vel consuetudinibus, aut aliis in contrarium disponentibus quoquomodo, vel aliter 
formani danlibus, quibus in ac parte spccialiler, et exprcsse ex certa scienlia, et de nostrae 
poleslalis plenitudine dcrogamus, supplentes de eadem potestate nostra omni defectui 
cujuslibct solemnitatis, tam inlrinsicae, quam extrinsicae, ac formalis, quae dici posset in 
praemissis fuissc serranda: caelerum, decernimus, et mandamus quod praedictus suppli- 
camus, ejusque filii, et descendentes, ac descendentium descendentes ut supra, et ipsorum 
quilibet prò illis facullatibus, et bonis, quas, et quae, in dieta nostra civitate Mediolani, et 
ejus ducatu de praescnti habent, ac in futurum acquirent, teneantur incumbentia onera su- 
slinere, secundum quod, et prò ut faciunt, et tenentur alii nostri cives ejusdem civitatis, 
decernentibus quoque, et volumus quod per praemissa nulla tenus derogetur, neque prae- 
judicitur alicui communi, collegio, vel universitati, aut singulari personae cum quibus, sui 
quo, vel qua diclus supplicans, ejusque filii, et descendentes onera sustinere tenerentur 
prò bonis hactenus acquisitis, nec per praesentes tollimus, quin onera praedicta prò bonis 
ejusmodi suslineant, et sustinere debeant, uti et quemadmodum facere debeant ante prae- 
sentem concessionem nostrani; decernimus etiam, et volumus, quod praedictus supplicans 
ejusque filii, et descendentes, ac descendentium descendentes, praetestu ejusdem nostra 
civilitalis non possint, nec debeant uti, et gaudere beneficio, nec praerogativa non solvendi 
datium Rippae nec datium velus mercanliae dictae civitatis nostrae Mediolani, nec etiam talis 
civilitas aliquid adoperetur excludendo dispositionem statuti communis Mediolani positi sub 
rubrica de rcpraesaliis, quod incipit: Nulla mulicr se nubat et nisi postquam personaliter, 
et continue, seu prò majori parte temporis decennii babitaverit, et firmam residentiam 
fecerit in dieta nostra civitate Mediolani, vel ejus ducatu, cum tota sua familia, aut saltem 
tanta cum quanta abitasset in loco originis vel alibi, ethabeat, et possident in dieta nostra 
civitate Mediolani, vel ejus ducati bona immobilia valoris florenorum ducentum a sol. 52 im- 

> perialium prò iloreno monetae currenlis, et onera sustineant cum communi, et civibus prae- 

> dictae nostrae civitatis, et aliter talis civilitas et concessio nulla prorsus, et irrita babeatur 

> quo ad dalia praedicta, et statutum similiter ipsa tamen civilitate in reliquis firma manente, 

> volentes etiam quod ipse supplicans infra dies quindecim proxime futuros teneatur has 
•> nostras civilitatis litteras facere registrari ad officium provisionum communis nostri Medio- 
lani, atque j tirare in manibus vicarii quatenus se perpetuo fore fidelem, et legalem nobis, 

'■> et descendentibus nostris, et statui nostro, ac praefalae communitati nostrae Mediolani, 
mandantes insuper magistris intratarum nostrarum et aliis officialibus nostris praesentibus, 

> et futuris, ad quos special, et spectabit quatenus liane concessionem nostram, et omnia 
inibì contenta de caetero perpetuo valitura servent firmiter et faciant inviolabiliter observari. 

■> In quorum idem, etc, datum Mediolani, die vigesimo octavo maii 1457. » 



TANZI 

II. 

« Franciscus Sfortia Vicccomes, Dux Mediolani et Papiae, Angleriaeque comes, ac 
" Cremonae dominus. Recepta supplicatione tenoris infrascripti videlicet: Illus. et clemen- 
» tissime princeps: Affeclat D. dominationis vestrae. Fidelissimus servitor Facinus deTantiis 
» emere, et acquirere non nulla bona immobilia situata, et jacentia in loco, et territorio 
» Marzani episcopatus V." Laudae non nullis personis, quae bona ipse Fazinus dubitat emere, 
» et acquirere non posse, obstantibus maxime ordinibus, statutis, et decretis dominationis 
» vestrae, et Com. V. ri Laudae in effectu disponentibus, quod nulla res immobilis supposita 
" jurisdictioni D. ni potestatis vestri Laudae posse traferri in non suppositum Com. V. ri Laudae, 
« qua de re motus est ipse Fazinus recursum babere ad fontem gratiarum D.ni vestrae, quae 
» semper solita fuit civibus, et subditis dominationis vestrae praedictis compiacere. Humili- 
» ter supplicat idem Fazinus praefatae D. V. gratiam specialem implorando, ut dignemini 
» per vestras oppnas., et patentes litteras ipsi Fazino licenliam dare, et concedere, ut ipse 
» Fazinus, posset et valeat emere, et acquirere a quibuslibet persona, et personis communi, 
" collegio, capitulo, et universitate quaelibet bona immobilia situata, et jacentia in loco, et 
» territorio Marzani episcopatus Laudae, et hoc tuta, libere, et impune, et quod quilibet ido- 
» neus notarius possit, et valeat quaelibet instrumenta proinde conficere, et rogare, et testes, 
» et secundi notarii interesse, aliquibus statutis, decretis, provisionibus, et ordinibus D. V. 
» et Com. V.r' Laudae, nec aliquibus aliis in contrarium disponentibus non obstantibus, quibus 
» omnibus, et omni eorum cffectui ex cerla scientia, et de vestra potentatis plenitudine etiam 
» absolute, et motu proprio derogare dignemini, ut mediante gratia D. V. idem Fazinus 
» obtentum suum assequi valeat, prò ut firmiter credit fore de mente Dom. vestrae cui se 
n recomendat, quod quidem eo facilius V. ra celsitudo dispensare potest, quam locus ipse 
» Marzani cum omni ejus territorio est civium Mediolanentium, et bona ejusmodi vendendo 
» eidem Fazino de Mediolanense in Mediolanensem tranferentur: cum autem ejusmodi bona, 
» licetin agro Laudensi posila sint, de Mediolanense tamen in Mediolanensem tranferuntur, 
» quo fit, ut nibil admodum innovali videatur, cumque nemini ex inde afferalur injuria, et 
» parlium conventa immobilia sint, contentamur, et harum serie concedimus, et dispensa- 
» mus, quod quaelibet persona, immobilia habens in diclis terra, et territorio Marzani eju- 
» sdem agri nostri Laudensis, eidem Fazino vendere, et alienare, ac in cum quovis alio titulo 
" concedere, tranferre, et prò ut partes convenient, possit et valeat ac licet, et licitum sit 
» ipseque Fazinus emere, et acquirere, ac quovis alio titulo a quibuscumque persona, et 
» personis bona habentibus ut supra accipere possit, et valeat, ac prò ut parlibus ipsis 
» melius videbitur, et placuerit, et ex ipsa bona retinere proinde ac si Fazinus ipse civis 
» verus naturalis, et originarius Laudensis, ac jurisdictioni potestali nostri Laudae supposilus 
» esset. Quodque quilibet idoneus notarius de premissis unum, et plura prò ut expedicens 
» fuerit instrumentum, et instrumenta conficere, ac eis testes, et secundi notarii oportuni 
» interesse tute, libere, et impune, ac prò ut requiritur bis de quibus supra in supplica- 
» tione fit mentio, et aliis in contrarium facienlibus, vel aliter formam dantibus quomodolibet 
» non attentis, quibus in quantum obviarent, vel aliter formam darentin liac parte dumtaxat 
» ex certa scientia derogamus, bonis tamen ipsis transuentibus cum onere suo, et obligatione 
» hyppotecae solvendi onera in illa parte, in qua prò bonis ipsis solvitur de praesenli, ac 
» eliam sine praejudicio jurium tertii, et fori, quibus in nullo intendimus derogare, et per 
» respectum ad ipsa jura tertii, et fori liane nostrani concessionem nullius fore roboris, vel 
» momenti, volumus, decernimus, et jubemus. In quorum testimonium praesenles fieri, et re- 
» gistrari jussimus, nostrique sigilli munimine roborari. Dat. Mediolani die quinta maii 1462 ». 



TANZI 

HI. 

« Bona, et Joannes Galeaz Maria Sfortia Vicecomites, Duces Mediolani et prò ea fide 
et devotione, quibus nobilis vir Facinus de Tanliis III. qui. folicis nicmoriac Doni. Fran- 
ciscum Sforliani soceruin, et avuni nostrum colendissimuni prosequebalur, iniinnnilalcin 
et exemplioncni prò se, et filiis suis ac dcsccndcnlibus, nec non prò cjus Massariis, Me- 
zadris, ficlabilibus colonis, inquilinis, laboraloribus, molinariis, pensionariis qnibnscuniqiie 
ab omnibus, et singulis Taleis, Taxis, muluis, focolaribus, subsidiis, imposi lionibus, con- 
tributionibus, exactionibus, factionibus, colleclis, traversis, angariis et perangariis aliisque 
omnibus realibus, personalibus, atquc mixlis a praelibato principe obtinuit, sicut celsitu- 
dinis suae litterae declarant datae Mediolani die penultimo septembris 14G2, signatae 
manu propria Ex. suae, et Joannes, quae postea usque in bodiernum diem fuerunt, et 
sunt observatae. Cum autem praedictus Facinus in ejus singulari fide, et devotione erga 
nos statumque nostrum assiduae perseveraverit, congruum quoque est ut in exemptionc 
sibi concessa perseveret. Quare tenore praesenlium ex certa scientia, et de nostrae pote- 
stalis plenitudine etiam absolutae praedictam immunita tem, exemplionem, et lilteras, ad 
quas nos referimus, et omnia et singula in eis contenta ad verbum ut jacent, confirmamus 
ratificamus, corroboramus, laudamus, convalidamus, ac denuo concedimus. Mandantes 
magistris utriusque camerae nostrae, ac caeteris omnibus officialibus nostris praesentibus, 
et futuris, quibus spectat, ut ipsa immunitatis et exemplionis litteras, de quibus plenis- 
simam notitiam habemus ad unquam ut jacent, et bac nostras eas confirmantes, observent 
et faciant inviolabiliter observari, aliquibus in contrarium non attentis. In quorum testi- 
monium praesentes fieri jussimus, et registrari, nostrique sigilli impressione muniri. Ex 
arce nostra Portae Jovis, Mediolani, die 12 februarii 1477. » 

Bartholomeus Calcbus. 

IV. 

« Bona, et Joannes Galeaz Maria Sfortia Vicecomites, Duces Mediolani ab III. quondam 
'> felicis memoriae domino consorte et palre nostro colendissimo concessa fuit immunitas 
» viro nobili Facino de Tantiis civi, et mercatori nostro Mediolanensi, ejusque filiis, et descen- 
» dentibus in perpetuum, a datio panis, vini, et carnium vendendarum in ejus hospitio sito 
" inter comunitatis Alexandriae et Thortonae, ut constat litteris patentibus dominationis suae 
» datis Varisii die 12 octobris 1476, signat. Gabriel. Nos vero requisiti prò confirmatione 
» ipsius immunitatis, precibus dicli Facini libentissime obtemperamus quandoquidem ejus 
» singularis in nos fides, et devotio, summumque in rebus nostris studium a nobis majora 
» promercatur; quarum tenore praesentium ex certa scientia, et de nostrae potestalis pleni- 
» tudine praedictam immunitatem, seu concessionem, ac litteras, ad quas nos referimus, ac 
» omnia et singula in eis contenta, ut jacent ad litteram confirmamus, approbamus, conva- 
» lidamus et ratificamus, ac quatenus expediat denuo concedimus. Mandantes magistris intra- 
» tarum nostrarum referendario Alexandriae, ac caeteris omnibus officialibus nostris prae- 
» sentibus, et futuris, ut suprascriptus litteras, et has nostras eas confirmantes, ac de novo 
« concedentes, observent, et faciant inviolabiliter observari; aliquibus in contrarium non 
» attentis. In quorum testimonium praesentes fieri jussimus, et registrari, nostrique sigilli 
•> impressione muniri. Ex arce nostra Portae Jovis Mediolani, die 18 februarii 1477. »? 

Bartholomeus Calcbus. 



TANZI 



Vi 

« Bona, et Joannes Galeaz Maria Sfortia Vicecomites, Duces Mediolani, etc. ». 

Avendo con commissione nostra el nobile Facino Tancio, cittadino nostro Milanese 
dilecto, mandato certo numero de fanti per conservazione del loco suo de San Zuliano della 
Frasca del districto de Alexandria, per tenore della presente comandiamo ad tutti et singuli 
capitani, capo squadra, nomini d'arme, stipendiati, et subditi nostri tanto da piedi, quanto 
da cavallo, che ad epsi fanti, ne al dicto loco de S. Zuliano non dagbino impazzo, ne molestia 
alcuna, ma lassino liberamente stare essi fanti per conservazione di dicto loco, come avemo 
dicto, bene siamo contenti, che nel passare per dicto loco ad ogni uno sedia delle victuaglie 
per suo uso per li suoi dinari, pagando quello che sia licito, et honesto. Dat. Mediolani, die 
14 augusti 1478. Per Rozascum, Cichus. 

VI. 

« Bona, et Joannes Galeaz Maria Sfortia Vicecomites, Duces Mediolani, etc. Universitas 
« mercatorum civitatis nostrae Mediolani elegerunt nobilem virum Joannem Jacobum de 
» Tantiis, civem, et mercatorem Mediolanensem in consulem, et rectorem Lombardorum in 
» regno Siciliae commoranlium, vel negoliantium nobis subditorum prò anno praesenti caepto 
» kalendas proxime praeteriti martii, ut liquet litteris paten'tibus, datis die 15 proxime prae- 
» feriti mensis februarii, subscriplis per Joannem de Scarosiis notarium abbatum, et uni- 
» versitatis ipsorum mercatorum, ac impressis corum sigillo. Cum autem nominatus Joannes 
» Jacobus hujusmodi clectionis confirmationem nospostulaverit,suaelibenter morem gessimus 
» voluntati; quandoquidem prò sua integritate prudentia, et probitate piene confidimus ipsum 
» ejusmodi officium diligenter, et recte amministra tu rum: igitur praedictam eleclionem tenore 
» praesenlium confirmamus, et quatenus expediat nominatimi Joannem Jacobum nos faci- 
» mus, constituimus, creamus et deputamus consulem, et rectorem Lombardorum regni 
» Siciliae commorantium aut negotiantium nobis subditorum bis modo, et forma, quibus prae- 
» dictis litteris, ad quas nos referimus ad unguem continetur. Iniungentes Lombardis, et ne- 
» goliantibus praedictis: officiales vero praefati regni orantes, ut nominato Joanni Jacobo prò 
» administratione ejusmodi offici favoribus assistant, et juvaminibus quibuslibet opportunis. 
» In quorum, etc. Ex arce nostra Portae Jovis, Mediolani, die quinta aprilis 1479 ». 

VII. 

Patente di Nobile concessa alti conti Antonio ed Ernesto Tanzi. 

Il Presidente e Consigliere del Regio Magistrato Politico Camerale 
dello Stato di Milano. 

In conseguenza del ricorso, con il quale fino dall'anno 1786 il conte don Antonio 
Tanzi produsse parte delle prove riguardanti le qualità dei suoi maggiori, esistenti negli 
atti del cessato Consiglio di Governo, ed indicò le diligenze che stava praticando per unire 
tutti li documenti riguardanti la sua famiglia, stati smarriti durante la sua minore età, affine 
di produrle in serie completa a giustificazione dell'antica nobiltà della medesima: sono stati 



TANZI 

detti documenti ora prodotti al Magistrato Politico Camerale, accompagnati da nuovo ricorso, 
con il quale il predetto conte don Antonio padre, e conio don Ernesto figlio Tanzi, hanno supplì* 
caio ohe la stessa loro famiglia, oltre li privilegii ottonali dalla munificenza sovrana degli augu- 
stissimi Maria Teresa e Giuseppe il di gloriosa memoria, venga dichiarata nobile e descritta nel 
relativo elenco, a tornirne dell* editto araldico, 20 novembre, 17(lì). Consideratosi dal Dicastero 
Che in tale istanza non trattavasi di nobiltà acquistala per privilegio, ma di nobiltà derivata 
dai maggiori, ha intrapreso sulle prove date il proprio giudizio ed eccitalo su di esse previa- 
mente il re d'arnie e con le di lui occorrenze prese in allento e particolare esame li ricapiti 
prodotti, ha da questi rilevalo: Constare di un'antica illustre generica nobiltà, documentala dalla 
testimonianza dei più accreditati scrittori in opere, così pubbliche che manoscritte, cnun- 
ziando li riguardcvoli soggetti che si sono segnalali per nobili cariche ed incombenze mu- 
nicipali onorevolmente sostenute, e resisi per ricchezze, per onori ed immunità di cui furono 
insigniti e rimunerati dagli antichi Sovrani di questo Sialo, e trovansi li nomi di detti per- 
sonaggi riportati dettagliatamente nella comparizione dei Petenti, ritenuta negli atti. Si è 
ricercato poi che da delta generica viene desunta e comprovata l'unione con la linea specifica, 
avente un nobile capo stipile nella persona di Pietro Tanzi, il quale nel 1588 fu decurione, 
ossia consigliere di Milano nel Consiglio dei novecento deputati della veneranda fabbrica del 
Duomo negli anni 1592 e 1594, ed esser egli stato nei suoi tempi in tanto credito di ric- 
chezze e stima, che fu ritenuto per altro dei 120 cittadini più ricchi della città, e compa- 
drone pure del giuspadronato della cappellania di S. Antonio nella chiesa di Vighizzolo. 

Da questi traggono la discendenza loro l'atavo del tritavo sig. Enrico Tanzi, privi- 
legiato e famigliare ducale nel 1425 e 1428, il signor Gabriele prò avo del tritavo, che 
fu pure decurione di Milano e nobile deputato nella predelta veneranda fabbrica negli 
anni 1459 e 1460, il signor Gabriele, prò avo del tritavo, che fu altro dei mag.' e prud.' 
uomini che elessero i deputati per Porla Comasina a prestare il giuramento di fedeltà al 
primogenito di Galeazzo Maria Sforza, nel 1470. Nipote di questo fu Gio. Antonio, altro dei 
regi segretari del Senato di questa città: e quindi il sig. Giacomo, avo del tritavo, fu nel 
1518 altro de' magnifici cittadini stati prescelti ad esaminare le operazioni da farsi per ren- 
dere navigabile l'Adda, oltre la successione delle già nominate prime età sopra i due secoli, 
tutti nobili, non meno distinte sono quelle dei successivi gradi, la discendenza dei quali, sino 
ai comparenti, è del pari comprovata con duplicati documenti, nei quali si ravvisa l'attributo 
costante dei predicati d'onore, secondo l'uso dei tempi, è continuato senza interruzione lo 
esercizio del predetto giuspadronato della cappellania di Vighizzolo. Aggiungonsi sotto l'età 
dell'avo, illus. sig. Giuseppe, i di lui meriti e benemerenze acquistatesi presso l'augustissimo 
imperatore Carlo VI, dal quale, per i servigi prestati in qualità di regio amministratore del- 
l'economica Amministrazione dei Sali, gli fu contrassegnalo il sovrano aggradimento, mediante 
un medaglione d'oro col ritratto della Maestà Sovrana, annesso alla lettera patente del giorno 
12 marzo, 1727, e con annua pensione di filippi 400, assegnateli in rimunerazione del 
di lui zelo e vantaggi procurati al R. erario nelle incombenze sostenute, come da altra pa- 
tente, 28 di febbrajo, 1755. Non meno onorifiche si è rilevato essere le aderenze di questa 
ed altre distinte nobili famiglie, essendosi comprovato che dal signor Francesco Tanzi, fra- 
tello del proavo del tritavo, soprannominato signor Gabriello, discende la famiglia Tanzi, tra- 
sferitasi e tuttora domiciliata in Bari, ove vive nobilmente con molto lustro e splendore. Ed 
altronde fra i matrimonj nobili, rimarchevoli sono quello dell'avo con la sig. a Bianca Chiesa, 
famiglia patrizia genovese, delle principali di quella città, ammessa al governo ed ammini- 
strazione della Repubblica, le sorelle della quale, altra fu maritata nella patrizia e senatoria 
famiglia Rovereto; altra in casa Giustiniani, famiglia ducale della predetta città di Genova: 
quello altresì del conte D. Antonio, decorrente con la nobile donna Teresa Pecis, figlia 



TANZI 

deiriilus. don Antonio, confeudatario di Masselengo, fratello del regio consigliere D. Giuseppe 
Pecis, li cui meriti sono rilevati particolarmente nel cesareo reale diploma delli IO gennaro, 
1787. Le figlie finalmente del ricorrente, donna Rosa e donna Matilde, trovansi accasate in 
nobili famiglie, la prima, cioè, colTillus. e nobile don Giovanni dal Zoppo, patrizio Berga- 
masco, uno dei cento decurioni e consiglieri della città di Bergamo, feudatario di Monte 
Donato e del castello detto del Vescovo nel Bolognese, e maggiorasco alla Corte di Mezzate 
nel Bergamasco; la seconda coll'illus. e nobile conte Carlo Boselli, cavaliere Parmigiano; 
oltre tali circostanze di famiglia, ha il Dicastero preso altresì in considerazione le qualità 
personali del conte D. Antonio, ricorrente, descritto nel diploma delPaug. Maria Teresa, del 
27 febbrajo, 1768, il quale per avere con somma accuratezza e sollecitudine procurato il 
vantaggio del R. erario, segnatamente in occasione della seguita redenzione dell'I. R. ufficio 
di corrier maggiore, posponendo il proprio interesse, si meritò dalla munificenza sovrana 
un ampio gratuito testimonio del di lei aggradimento, elevandolo al ceto, ordine e grado 
di nobile della Lombardia Austriaca, coi suoi discendenti, e similmente dall'augustissimo 
imperatore Giuseppe II fu decorato del titolo di conte, a contemplazione della somma inte- 
grità con cui ha sostenuto senza emolumento l'amministrazione della tesoreria dell'I. R. 
Monte di Santa Teresa, e lodevolmente disimpegnate altre regie incombenze, accennale nel 
cesareo regio diploma, IO gennajo, 1787; e stante poi l'obbligo ivi ingiunto dell'acquisto di 
un feudo, corrispondente al titolo di conte, ha soddisfatto abbondantemente anche a questo 
obbligo coll'acquisto dei focolari componenti il Comune di Blevio nella pieve di Zezio Supe- 
riore, nel contado di Como. Dietro il complesso di tali risultanze, riscontrate dai prodotti 
ricapiti, e più lungamente dettagliate nell' accennata comparizione, essendo al Magistrato 
Politico Camerale constate per prove indubitate, così dell'antichità e generica specifica no- 
biltà della linea dei conti ricorrenti, illustrata dalle surriferite generali e particolari quali- 
ficazioni, come pure dei requisiti voluti dai veglianti editti, e di essere pure fornito di pingue 
facoltà e dovizie, che li abilitano a prodursi e mantenersi con tutto il maggior decoro, è 
passato a dichiarare nobile di antica generosa nobiltà la loro famiglia, a termine dell'editto 
araldico, 20 novembre, 1769, e in coerenza di tale determinazione ha ordinato che ella in 
testa dei comparenti, conte don Antonio, padre, e conte don Ernesto, figlio Tanzi, sia de- 
scritta nell'elenco delle famiglie nobili per lutti gli effetti d'onore, prerogative, distinzioni 
solite accordarsi ai veri nobili, e perchè pure sia noto alli stessi ricorrenti, come ad ognuno 
una tale dichiarazione ha ordinato di rilasciare, come rilascia a favore della nobile loro fa- 
miglia la presente patente, che servirà di testimonio legale a perpetuo della emanata riso- 
luzione, e con essa vengono restituiti li documenti originali che andavano uniti, e di cui 
hanno corredata la loro istanza. 

Data in Milano, li 4 luglio, 1791. 

Firmalo Boara. 
Segnato Barone de' Giusti. 

Dal Magistrato Politico Camerale. 

Sottoscritto Maroni, segretario. 

In calce, Patente di nobile alli conte don Antonio e conte don Ernesto, padre e 
figlio Tanzi. 

Collaz. e sigili, col sigillo del Regio Ducal Magistrato Politico Camerale. 




ALBERO GENEALOGICO 

DELLA NOMLE ED ANTICA 

FAMIGLIA TANZI 

DI MILANO 


Tav. J. 

Pietro, detto Petrolo, 
del consiglio generale di Milano, nel J588 

1 

Enrico, 

familiare ducale 

1 

Giovanni, 

del consiglio generale dei 900 di Milano 

I 


1 1 

Gabriele, 1470, Bartolomc 

uno dei delegati a prestare decurione 

il giuramento di fedeltà di M 

al primogenito 

di Galeazzo Maria Sforza 

Visconti, 

per Porta Comasina, 

(Fedi Tav. III). 


1 
:o, 1474, Francesco, 
della città delegato come il fratello 
lano a prestare 

il giuramento di fedeltà 

al primogenito 

del Duca di Milano, 

per Porta Nuova, 

(Vedi Tav. II). 


1 
Enrico od Arrigo, Gio. Ai 
console dei Milanesi a Bari, segretario dell 1 
cavaliere di S. Pietro, Senato d 
e conte palatino 

1 

Gabriele, seniore, 

lasciò erede Gio. Pietro, 

figlio di Gio. Paolo, 

coir obbligo di chiamarsi 

Enrico, e morendo questi 

gli altri suoi fratelli. 


I 
itonio, Ambrogio, 
eccellentissimo dottor fisico 
i Milano. nel 

collegio di Milano. 

s 



TANZI 



Tav. II. 



Francesco,, 
(Fedi Tav. I.) 

I 

Gio. Pietro, 

decurione di Milano, ne! IS13 

I 

Gio. Paolo, 

capo stipite della famiglia 

stabilita in Bari 

per conseguire l'eredità 

lasciata da Gabriele, seniore 



Gio. Pietro, 

erede di Gabriele, seniore, 

coir obbligo di chiamarsi 

Enrico. 



Gabriele, detto Gabrielino, 
successe nell 1 eredità 
al fratello Gio. Pietro 



Francesco 



Giuseppe 



Gio. Paolo 



Gio. Battista 



Niccolò 
Margherita 



Antonio 

I 
Giuseppe 

i 

Gio. Luigi, 

tenente-colonnello, 

comandante militare 

nella provincia di Bari 

capitanato 



Gio. Pietro 



Elisabetta 



Giuseppe 



Carlo 

! 

Gio. Luigi, 

attuale compadrone 

della cappellania 

ecclesiastica 

di Vighizzolo. 



I 

Gabriele, 

cav. Gerosolimitano, 

tenente 

nel reggimento 

di Lucanica. 



TANZI 



Tav. ili 



Gabriele, (Fedi Tav. I.) 
I 

I I 

Gio. Giacomo. 1ÌJ18 Anselmo. 

I canonico Lateranense. 
Gio. Andrea, VóG'ò 

I 
Gio. Giacomo 



Cristoforo Girolamo, 1642, 

| G. C. Notaro 

Andrea 11, 1709, [ 

compadrone della cappcllania Angelo Maria, 1690 

di Vigilinolo (Fedi Tav. IF). 

I 
Carlo Federico 

! 

Kob. Giuseppe, 

amministratore dell' economia 

sopra le saline, 

premiato dall'imperatore Carlo VI 

con medaglia d'oro 

ed un'annua pensione 

I 

Conte Antonio, 1787, 

feudatario di Blevio 

nella provincia di Zezio superiore, 

creato conte dall'imperatore 

Giuseppe II 

I 

Conte Ottavio Ernesto, 

compadrone della cappellania 

eretta in Vighizzolo 

Conte Adolfo, 

capitano di granatieri 

nel reggimento 

austriaco 
Arciduca Carlo. 



Tav. IV. 



TAJXZI 



Girolamo, 
compadrone della cappellania di S. Antonio in Vighizzolo, 1601 

Angelo Maria, 

compadrone della cappellania 

di Vighizzolo, 1649 

(Fedi Tav. III.) 

I 

Nob. Girolamo, 

regio amministratore 

nell'azienda dei Tabacchi, 

rimunerato con brevetto di colonnello 

dall'imperatrice Maria Teresa, 174S 



Nob. Gaspare, 
compadrone come sopra 



Nob. Gaetano, 

dottor fisico, 

compadrone come sopra 



Nob. Camillo 

I 
Nob. Cesare 

] 
Nob. Camillo 



Ignazio, 

dottore causidico 

collegiato, ecc., ecc. 

1 
Ernesto, sacerdote. 



Nob. Giulio, Nob. Paolo Nobile Giuseppe, 

impiegato compadrone 

alla | i della cappellania 

registratura Alfonso Ca ^. lo di Vighizzolo 

dell'I. Regio e di tre altri patronati 

Governo ecclesiastici, 

di delegato ai Luoghi Pii Elemosinieri 

Lombardia pei nobili e civili poveri vergognosi, 

ed uno degli azionisti 
Nob. Carlo contribuenti a varii stabilimenti 

di Beneficenza, ecc. 



Luigi 



Nob. Giulio 



Nob. Gaetano 



Nob. Adolfo 



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TEMPI DI FIRENZE 




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TETTONI DI NOVARA 



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TETTONI 



(Juesta famiglia, fiorente anche oggidì in Novara e Ro- 
magnano, divisa in tre rami (0, risplendè ne 1 rimoti tempi 
tra le più cospicue e potenti casate della città di Novara, 
possedendo molti feudi, e dando in ogni epoca distintissimi 
personaggi. 

Alcuni genealogisti la pretendono originata dagli antichi 
Teutoni, i quali, discesi coi Cimbri in Italia, vennero scon- 
fitti da Mario. Inter, populos qui cum Cimbris Italiani ingressi, 
a Mario fuerunt deleti, alios non invento quam Theutones, Tu- 
gurignos } Ambrones, et Tugenos s quos Theutones accessisse 
socios, atque auxiliares, auctore Possidonio testatnr Strabo. Altri 
invece la vogliono derivata da un barone tedesco passato in 
Italia sotto gli stendardi di Carlo Magno in sul principio del 
secolo ix. Ma eccoci a quelle solite origini che gli scrittori 
del seicento e settecento erano sì prodighi di dare alfita- 
liane famiglie, di cui tessevano la genealogica storia, le quali, 
se si dovessero ritenere per veritiere, le prosapie d"* Italia 
sarebbero quasi tutte originarie o tedesche, od angle, o scoz- 
zesi, e venute in Italia con Carlo Magno e con Federico Bar- 
barossa, ad eccezione di altre poche, che derivarono o dagli 
antichi Romani, o dai Longobardi, o da qualche semidio della 

mitologia Le epoche dei due grandi imperatori, Carlo 

Magno e Federico Barbarossa, servirono ai suddetti scrittori 

(i) Vedi Tavole Genealogiche nel fine. 



TETTONI 

di base inconcussa a narrare la storia di una famiglia, e 
benché la sana critica evidentemente provi nulla esservi di 
sicuro al di là del secolo x, pure a quegli scrittori, per sod- 
disfare air ambizione degli ultimi rappresentanti di famiglia 
illustre, non parve loro bastantemente lodata e resa celebre 
se non la derivano da que' tempi lontanissimi e da quelle 
nazioni straniere. 

Per tal modo lontana tradizione di famiglia ed alcune 
pergamene proverebbero essere la famiglia Tettoni, origi- 
nata da un marchese Guglielmo, quondam Anselmo di Telone 
di altro Anselmo. Ciò provato, avrebbe comune lo stipite con 
parecchie illustri italiane prosapie, e fra le altre coi Marchesi 
di Saluzzo, del Carretto, di Ceva, ecc., ecc., procreati tutti 
da quel primo Manfredo, che, secondo l'albero genealogico 
dei Marchesi di Saluzzo, fu padre di Tete o Telone. 

II poter provare una lontana origine, e nello stesso tempo 
trovarla comune con le dette celebri famiglie, è senza dubbio 
un titolo che molto onora la casata di cui ora prendiamo a 
descrivere. Ma non avendo noi bastanti prove onde poterlo 
asserire con quella sicurezza che Pitoni francheggia, abbando- 
niamo il pensiero d'ingolfarci in tali questioni genealogiche, 
ricordandoci dell' ammonimento dell'erudito Muratori a que- 
sto riguardo, il quale affermò, che lungi dal nuocere alla 
chiarezza dì una famiglia, il non poterne trovare la relativa 
origine è un evidente argomento della sua antichità. 

Ora passiamo alle notizie positive che gli storici di No- 
vara ci tramandarono intorno cotesta famiglia. 

Nell'anno 1272 (0, Guglielmino Brusato, uomo ardi- 
mentoso, e che ambiva alla signoria di Novara, uccise Filippo 

(1) In questo secolo, e segnatamente nell'anno 1243, mori Odone Teltoni, vescovo di Novara, 
crealo da Gregorio IX, che sedette sei anni e due mesi. (Vedi Colta, Museo Novarese, il Galcsino 
e Cronologia de' sommi Pontefici. 



TETTO NI 

Musso, costituito da Napo della Tono podestà del comune. 
Irritato Napo si porlo alla lesta di numerosa soldatesca per 
punire i rivoltosi. Condusse in ostaggio a Milano molti dei 
più polenti cittadini, e costituì il fratello Francesco rettore 
della città. Fu allora che costui temendo altri sediziosi per- 
turbamenti, per abbattere la potenza dei nobili ampliò le for- 
tificazioni dclPantico castello, inchiudendovi pure il palazzo 
della nobile famiglia Tettoni, come scrive su questo propo- 
sito, il Piolto in sua Indice: 

Novariam per tiranniam occupabat Franciscus de la Turre, 
anno Chrìsli 1272, cujus praetorem urbem Novariae, gubernan- 
tem prò ipso tiranno cui nomen eral Philippus Mussus, occidit 
D. Guglielmus Brusatus F. D. Jacobi, qua de re motus Fran- 
ciscus Turrianus , lune Novariae condidit castrum cum Turri 
satis super q. alta in medio edificata, includenda in ipso castro 
palatami nobilium de Thetonis, ut scribit Corius, etc. Vedi inol- 
tre Bianchini, Morbio, ecc. 

Il Cotta nel Museo Novarese narra che sul finire dello 
stesso secolo (xm) Galeazzo Visconti menò sotto le sue ban- 
diere in Milano i seguenti guerrieri, siccome i più temuti 
per la potenza ed autorità loro fra i cittadini: 

Opicino Tornielli del fu Robaldone, 
Cavallone Cavallazzo, 
Romagnolo Tornielli, 
Ottone Lionardo ; 
Lanfranco Baliotto, 
Francesco Tettoni, 
Francescano Rozato^ 
Guglielmo Varrone. 

Indi lo stesso autore segue a dire, che Giovanni II, mar- 
chese di Monferrato, dopo aver occupata la città di Novara, 



TETTONI 

creò a centurioni di quella città, con ampia autorità sopra 
la vita e sostanze dei cittadini, i seguenti, d^ambo le fazioni 
Guelfe e Ghibelline: 

Giacomino Curzio, 
Gio. Fabro, 
Tommaso Merenda, 
Giovannino Prina, 
Iloffino Capiatta, 
Francesco Baldo, 
Gregorio Ferrari, 
Franceschino Tettom Barba , 
Filippo Scrivante, 
Marchino Mortara, 
Andrino Lomeno, 
Giovanni Fosso. 

Un Giorgio Tettom trovasi nel 1310 essere compreso 
neiristromento di pace conchiusa in Novara tra le suddette 
fazioni alla presenza delFimperatore Arrigo VII, ciberà stato 
creato arbitro delle parti. Su questo proposito il Bianchini 
si esprime con tali parole : 

« Venne Enrico ansioso eziandio (T imporre sul suo 
capo la corona Lombarda e V imperiale diadema. Giunto 
in Novara colla di lui consorte Margherita, prese alloggio 
nel palazzo vescovile, ricevette ivi gli ambasciatori di Guido 
della Torre, capitano perpetuo del popolo di Milano, e nel 
giorno 20 dicembre compose la pace tra le due fazioni 
Guelfe e Ghibelline, facendone rogare pubblico istromento, 
nel quale intervennero de** cittadini Guglielmino Brusati, 
Lanfranco Boniperto, Fulgino Cavallazzi, Bonifazio Brusati, 



Azzo Capra, Guglielmo Bruno Monti, Filippo Tornielli, 
Giorgio Tettoie, Enrico de"* Stretti, Ugone Nibbia, Ardizzo 



TETTONI 

» Barbavara ed altri, non clic Francesco Guasco e Rolando 
» Cavallazzi, sindaci e procuratori del Comune : presenti al- 
» Patto furonvi sci vescovi, tra i quali Papiniano della Ko- 
» vere, già vescovo di Novara ed allora di Panna, Vallerano, 
» vescovo di Costanza, figlio dello stesso Enrico, ed Amedeo, 
» conte di Savoja, con altri illustri personaggi. Si convenne in 
» cosi solenne trattalo che si deponessero dall'una e dall'ai? 
» tra parte tutti i dissidj, rancori ed odj; che si rimettessero 
)> scambievolmente tutti i danni e le offese sì nelle persone 
» che ne' beni ; che si restituissero alla patria e nel possesso 
» de' loro diritti e poderi que' cittadini che erano stali esiliati, 
» baciandosi in segno di perpetua pace a vicenda le parti. » 

L'atto solenne di questa pace venne rogato da Giovanni 
da Sessa, pubblico notajo, ed è concepito nei seguenti termini: 

In nomine Domini Amen. Anno nativitatis ejusdem mille- 
simo tricentesimo decimo. Vili indici. , 20 die memi decembri, 
pontif. D. Clementis Papae V, An. VI, Per hoc praesens publi- 
cum instrumentum cunclis appareat praesentibus et futuris, quod 
Seren. princeps D. Henricus, Dei gratin Romanorum rex seni- 
per Auguslus, apud JYovariam in Sede sua Majestatis existens, 
volens civitatem suam Novariensem, civesque, homines, et habitantes 
ipsius civitatis et distructus ejusdem tranquilliter patriis et piis 
actibus reformare, et sic re formata Deo propitio conservare, con- 
vocatis corani se quibusdam ex dictis civibus, specialiter duarum 
partium inter se diutius discordanlium, quorum nomina inferius 
describuntur , quorum partium una vocatur pars Brusatorum 
et Caballatiorum , et alia vocatur Torniellorum , ipsis inferius 
nominatis , nomine suo, et aliorum de parte sua, et sibi aclhe- 
rentium coram ipso D. Rege propter hoc specialiter comparen- 
tibus, post multos contractus examinatos et deliberationes , et 
Consilia super hoc habitos, habitas et habita, cum Praelatis, 
Comitibus, Marchionibus et pluribus aliis suis Proceribus sibi 



TETTOJXI 

slssistentibus, ac etiam cum pluribus sapienlibus civibus dictae 
civitatis JSovariae, parcialibus, ut dicebatur, tam ex regia au- 
ctoritate, quarti ex potestate et bay Ha sibi data et concessa per 
ipsos cives super guerrìs et discordiis, odiis et rancoriis inter 
ipsos cives hactenus vertentibus, et super depredantibus et emer- 
gentibus ab eisdem pronunciava et praecepit et statuit in modum, 
quod sequitur: 

In primis, quod inter omnes cives praedictos et partes prae- 
dictas, et earum sequaces, et sibi adherentes sint, ut vigeanl de 
caetero vera et perpetua pax, et unitas, amputatisi et depositis 
trine inde quibuslibet dissidiis, r ancor ibus et odiorum fontibus, 
arcessentibus sectis et actibus specialibus quibuscumque. 

Item, quo diidem cives invicem sibi condonent et remittant 
omnes ruinas, et offensas in personis, vel rebus illatas, et quam- 
libet emendam et restitutionem ex ejusmodi et offensarum occa- 
sione debitam , a quìbus nihilominus omnibus idem D. Rex 
auctoritate et potestate praedicta ex nunc omnes et singulos ipso- 
rum absolvit et liberal perpetuo. 

Item, quod UH ex memoratis civibus, qui exulabant a civitate 
praedicta, occasione praedictae discordiae ex nunc revertantur ad 
jura propria, et bona, eaque recipiant, et habeant, et eis gaudeant 
piene, et libere, sicut prius, sine contradictione cujuscumque. 
Ad quae nihilominus idem Sereniss. Rex, ex nunc eos restituita 
et decrevit prò restitutis haberi', ita et quod nemini ipsorum in 
bonis, et jurìbus suis praediclis, quamvis obsistat praescriptio 
a tempore, quo civitate exiverunt, praejudicet. 

ltem\ relaxavit omnia bona quibus suppositi forent hactenus 
a dicto tempore cìtra cives praedictos, qui exulabant a civitate 
praedicta, sive per offensam magnani vel parvam, vel alia qua- 
cumque de causa; omnesque collectas, sed laleas quandocumque 
impositas remisit ejsdem, absolvens eos a praediclis omnibus et 
a poenis, et a mullis, quas hujusmodi occasione incurrissent, ac 



TETTO NI 

quibuslibct condemnatìonibus-, sententiis et poenis propter hoc 
latis, rei stattilis in eos: ita quod omnes cives preteriteti liane 
pacem, et suprascripta omnia et singula observenl, et faciant 
cimi e/Jectu obsavari; sub centum Ubrarum auri et indignatio- 
nem ipsius D. Regis poena ; et debito praestito ab eis super hoc 
j tiramento, quod UH ex dictis cknbus, qui mine sunt in ipsius 
D. lìcgis Praesentia constituli, per se, et suis omnibus pacem, 
et unitalem pacis, intravenienlibus osculis, et praedicta omnia 
ex mine acceptant, approbant, et amolgant (sic), et a suis sequa- 
cibus fauloribus curent, et faciant prò viribus obsermri. 

Haec autem ut promittit d'ictus Dominus Rex super di- 
scordiis praedictis ad praesens pronunciavit, et statuti, retenta et 
reservala sibi omnimoda poteslale, ea omnia et singula interpre- 
tandi, declarandi, supplendi, et corrigendi, et super aliis ubique, 
et quotiescumque voluerit pronunciandi et statuendo prò ut vide- 
bitur expedire. 

Nomina vero civium et personarum civitatis praedictae in 
praesentia dicli D. Regis propter hoc vocatarum, et praesentium 
sunt haec: D. Gulielmus Brusatus, Lanfrancus Bonipertus, Fol- 
gerius Caballatius, Bonifacius Brusatus, Azo Capra, Gulielmus 
Brunomontus , Rosinus Caballatius, Joannes Brusatus, Ardici- 
nus Brusatus, Philippus Torniellus, Georgius Tettonus, Euri- 
cus DelaStricta, Ugo Nibia, Ardicio Barbavara, Lanfrancus 
Bonipertus, Danesius Decumis, Viralla Torniellus, Franciscus 
Gritta, Joannes Torniellus filius, D. Galvagni. Item Franciscus 
Guascus, et Bollandus Caballatius sindici, et procuratores, com- 
munis civitatis praedictae, qui omnes et singuli supradicti uma- 
niter et concorditer nomine suo, et nominibus quibus supra 
auditam et intellectam supradictam dicti D. Regis sententiam, 
ipsam, et omnia ejus caputila sponte, et gratiante acceplaverunt, 
approbaverunt, et amalogaverunt, condonantes et remittentes sibi 
iìwicem omnes injurias, restitutiones, emendas praedictas: se se 



TETTONI 

in sìgnam pacis invicem osculantes. Volentes dictas D. Rex, et 
cives et sindaci suprascripti , ac praecipientes nobis Bernardo et 
Joanni et notariis infrascriptis, ut de praedictis omnibus et sin- 
gulis faciamus unum vel plura instrumenta, quod prò personis, 
quas praesens negotium tangit, fuerit necessarium. 

Acta sunt haec apud Novariam in domo episcopi, prae- 
sentibus D. Balduino, Arcliiep. Treverensi; Papiniano, epis. 
Parmen; Theobaldeo, epis. Leodiensi; Gerardo, epis. Basiliensi; 
Aymone epis. Gabeniensì , Episcopo Constantinae ', Valdramo 
fratri D. Regis Amadeo, Comite Sabaudiae, Guidone de Filan- 
dria , comite Zallandria; Moriallo Marcinone Malaspina, et 
pluribus aliis testibus fide dignis ad praemissa vocatis et rogatis 
subs, etc. 

Ego autem Bernardus de Mezenta Yeron-Belzoren., civis 
sacrosanctae romanae ecclesiae, ac sacri imperii auctoritate no- 
tarìus, supradictis omnibus et singulis , una cum Joanne De- 
Sessa Notario infrascripto praesens fuit, et liane cartam manu 
propria scripsi, signoque meo consueto signavi, et tradito fide- 
liter rogai. 

Ego Joannes De-Sessa, dìctus de Antea Clemens Lubiensis 
civis , publicus imperiali auctoritate notarius, praemissis om- 
nibus, et singulis una cum Bernardo suprascripto notario praesens 
fui, et liane Cartam dicti Bernardi manuscriptam meo signo 
signavi rogatus. 

Giovanni Visconti, eletto nel 1529 vescovo di Novara, 
determinò di rendersi assoluto signore d^ssa città anche nel 
temporale. A giungere felicemente lo scopo che si aveva 
prefisso, incominciò dal P affezionarsi i Cavallazzi ed i Tettoni, 
facendo nominare a podestà di Milano due distinti personaggi 
di tali illustri famiglie, quai furono Lanfranco Cavallazzi e 
Franceschino Tettom (•). Quanto grande ed autorevole fosse 

(1) Vedi Compendii storici del Bianchini. 



TETTO INI 

in quo 1 tempi la carica di podestà ce la descrive il celebre 
Muraioli nella Dissertazione xlvi, là dove afferma e mostra 
ad evidenza che quella dignità non si rifiutava neppur dai 
principi ed eminenti signori, anzi si diceva che ad essa chia- 
mati andavano come a signoria. I soggetti sopra cui dovea 
cadere reiezione si solevano scegliere nelle città alleate e 
di fazione congiunte, e talora si commetteva ad esse la cura 
di nominare il più saggio cittadino che fosse atto ed idoneo 
a quel governo, e fosse ad un tempo creato cavaliere. I per- 
sonaggi però più illustri per nobiltà, più saggi per lunga 
esperienza e senno, e più strenui per valore nel comando 
dell'armi, erano sempre i preferiti. Ond' è che il precitato 
Muratori avverte, come i podestà nelle città libere di quei 
tempi si hanno a riputare uomini di riguardevole nobiltà di 
sangue e rinomati per senno tra le famiglie italiane. Al po- 
destà apparteneva il politico reggimento del popolo, ed il 
trasportare l 1 esercito là dove richiedeva il bisogno. Ei con- 
duceva pel suo servigio almeno due giudici e due nobili ca- 
valieri. Ai primi spettava la risoluzione delle cause criminali 
e civili decisioni; ai secondi il far la guardia del palazzo e 
della di lui persona, e l'assisterla colle armi per l'esercizio 
della giustizia e pel castigo de 1 rei. In alcune città d'Italia 
essi godevano di un potere più esteso, e aveano a loro dis- 
posizione più ministri e più larga Corte. In Ferrara, per 
esempio, era legge che dal podestà dovessero dipendere 
quattro giudici e due cavalieri; in Modena, otto serventi ed 
otto uomini armati a cavallo. In occasione poi che il podestà 
faceva l'ingresso nella città destinata al suo reggimento, 
moveano ad incontrarlo solennemente tutte le dignità del 
paese con immenso corteo. Veniva dal pergamo recitala una 
orazione in lode; disponevansi sontuosi apparali ovunque, 
ed il concorso popolare era numerosissimo. 



TETTONI 

NelPanno 1347 Isabella dal Fiesco, moglie di Luchino 
Visconti, signore di Milano, avendo dimostrato al marito de- 
siderio di recarsi a Venezia, onde sciogliere il voto da lei 
fatto pel felice suo parto, ne ottenne compiuto il permesso. 
Anzi volendo Luchino che quel viaggio si facesse con tutta 
quella pompa regale da distinguere P illustre sua prosapia, 
diede ordine che tutte le città delegassero cospicui perso- 
naggi ad accompagnarla, e fra queste Novara spedi France- 
scano Tettoisi, Romagnollo Tornielli e P ambasciatore di 
Bobbio (0. 

La soppressa chiesa e convento di S. Francesco in No- 
vara venne edificata Panno 1359 nel centro della città e 
precisamente sul Guasto dei Cavallazzi, luogo cosi chiamalo 
per la distruzione del palazzo di quella potente famiglia per 
opera dei Tornielli, dei Tettoixi, dei Nibbia e dei Piolti, 
acerrimi nemici dei Cavallazzi. Q. vulgo Guastimi Caballatio- 
rum appellabat, in quo olim Caballatìi perpulcrum palatium 
possidebant , quod a Torni ellìs } Thetonis, Nibiis ac Plotis 
dirutum fuerat: p. eo q. oe ipsi Caballalii factionem Guelfuam 
sequebant et in ipso loco^ anno Christi 1559, ceplum fuit edificavi 
templum in honorem S. Francisci, cum dormitorio ac claustro 
prope Ecclesiam: et ex eleemosìnis civium praesertim Torniello- 
rum s ac Catiorum et aliorum mirifice crevìt templum ipsum ad 
quod sepulcra Catiorum, Torniellorum, Leonardorum , Cata- 
neorum^ Nibiarum, Plotorum, Piscatorum ac Thetonorum et 
aliorum q. erant in ipsa S. Luchae Ecclesia traslata fuerunt 
de ipso anno 1359. Et reliqui pars, etc. 

Molle altre notizie storiche abbiamo intorno a colesla 
famiglia, che si attingono dalP Azario, dal Corio, dal Fiamma, 
dal Bescapè, Piotto, Cotta, Ferrari, Bianchini, Morbio ed altri 
molti, che per amor di brevità ommettiamo. 

(i) Bianchini, Compendio storico. — Morbio, Storia di Novara. 



TETTO NI 

Furono in seguito molli distinti rampolli della nobile 
famiglia Lettoni ascritti al corpo nobile decurionalc della 
città di Novara ( { \ e fra i suoi consoli di giustizia (=). 

Due erano le qualità nobili e gentilizie con ordine pri- 
moscnialc in Novara: una decurionalc, L altra consolare di 

e) 

giustizia, amenduc patrizie e da epoca immemorabile. 

La decurionalc componea Lordine più eminente dei lx 
palrizj, con amministrazione governativa ne* tempi repubbli- 
cani, e soltanto economica ne* tempi di governo. 

La consolare componeva l'ordine di xlviii soggetti di 
famiglie prescelte fra le decurionali o altrimenti nobili, con 
giurisdizione nel civile eziandio di maggiore magistrato in 
prima cognizione ed anche ulteriori interlocutorie o esecu- 
tive, cumulativa col podestà, vegliando il sistema di governo 
caducato nel 15 novembre, 1770, per le regie costituzioni ( 5 ). 

Riguardo ali* origine e prerogative del decurionato ab- 
biamo le seguenti notizie, pubblicale dalla dotta penna del- 
Lavv. Bianchini, erudito istoriografo della citlà di Novara, 
e che noi crediamo pregio deli* opera il qui riportarle. 
« Novara, sino d'allora quando da Cornelio Tacito veniva in- 
» dicala come uno dei più importanti municipii della Gallia 
» Cisalpina, ebbe i suoi decurioni, che in un co 1 duumviri 
» e gli edili tenevano la somma delle cose della citlà: in 
» molli de* 5 nostri antichi marmi veggonsi le sigle L. D. D. D. 
» Zoco Dato Decreto Decurionum, forinola che prova Pesi- 
» stenza in que** lontani tempi di un ordine tanto elevato di 
» cittadini. Avendo i Goti conservato agli Italiani le loro leggi 

(1) Piotto, in sua Indice. — Statuti della citlà di Novara^ ecc., ecc. 

(2) Nella sala delle congreghe degli antichi consoli di giustizia si vede dipinto lo stemma 
gentilizio della famiglia colle sottoposte parole: Car. Joannes Andreas Tettonus ex D. Consulibus 
Juslitiae^ etc. 

(3) Prove di nobiltà della famiglia Prina, fatte avanti la R. Camera dei Conti in Torino, pel 
riconoscimento della nobiltà. 



TETTONI 

» e le magistrature alla foggia romana, conservassi pure 
» nella città durante il periodo della dominazione di quel 
» popolo, la instituzione del corpo decurionale; ma venuti i 
» Longobardi ed i Franchi, assoggettate le città dell' 1 Italia su- 
» periore al governo dei duchi e dei conti, scomparve ogni 
)> traccia delF antico libero municipale reggimento, e de 1 de- 
)> curioni non più se ne fece menzione; e allora che a traverso 
» della barbarie de 1 secoli i popoli delle città Lombarde in- 
» sorsero contro gli imperadori di Germania, ed i loro gover- 
» natori, a rivendicare la propria libertà, niuna classe della 
» cittadinanza fu distinta. Imperocché tutti i padri di famiglia, 
» come si addice a democrazia, vollero aver parte nel governo, 
» e formaronsi perciò quelle numerosissime civiche rappre- 
» sentanze denominate Credenza. Come che la Repubblica 
» siasi sotto de 1 Visconti convertita in principato, tuttavia il 
» governo municipale sentiva ancora del popolare, dacché 
» assai numerosi eransi mantenuti i pubblici consigli. Cosi 
» andava la bisogna in Novara, quando Francesco Sforza I, 
» che erasi nelPanno 1448 impadronito di questa città, mal 
» soffrendo che ancora sussistessero le norme del governo 
» democratico, ridusse nel 14o5 i membri del corpo muni- 
» cipale a soli 60 Bonos vires, cives civitatis Novariae: da 
» questa modificazione sorse il moderno corpo dei sessanta 
» decurioni, e sebbene in origine tal carica fosse elettiva, 
» trovandosi la città assoggettata alla dominazione Spagnuola, 
)> di sempre funesta ricordanza, la nobiltà nel 1608 rese ere- 
» ditario nei loro discendenti il seggio decurionale, e la città 
» ed il distretto vennero amministrati da soli nobili, ogni 
» altra classe dagli uffici municipali esclusa. Cessò quel pri- 
» vilegio nel 1770 per le provvide leggi emanate dal sapien- 
» tissimo re Carlo Emmanuele HI di Sardegna, di sempre 
» benedetta memoria, ed in ogni altro diritto ai decurioni 



Tiri TONI 

» non rimase se non quello di eleggere nel loro ordine il 

» sindaco e sci consiglieri per far parie della moderna rap- 

» prosenlanza municipale. » 

u II Piotti nel citalo indice riferisce i nomi delle fami- 

» glie Novaresi clic sedevano nell'anno 1540, e sono: 
Catiorum - Caccia, Languidorum - Langhi, 

Torniellorum - Torniclli, Pespolalorum - Vespolale, 

Plotorum - Piotti ^ Teslarum - Testa, 

Bonipertorum - Boniperti , Balioforum - Bagliotti, 
Cataneorum - Cataneo, Boliotorum - Boliolti, 

Advocatorum - A.vogadro, Leonardorum - Leonardi, 
Barbavariorum - Barbavara, Martiornm - Marzi, 
Nibioriim - Nibbia, Gritarum - Gritti, 

Bollinorum - Bollini, Paltronorum (de Palronis^j - 

Scribantorum - Scrivanti, Patroni, 

Velatorum - Velati, Camodearum - Camodea, 

Chichadorum - Siccardi, Fossatorum - Fossati, 

Cabalatiorum qui et Mai di" Guazalorum - Guazoti , 

cebantur - Cavallazzi, Faletorum - Paletti, 

Buziorum - Buzzi , Qui de Briona est cognomen - 

Rozatorum - Rosali, Briona, 

Claporum - Chiappa, Thetonorum - Tettoni, 

Baldorum - Baldi, Saccorum - Sacchi, 

A Izanendinorum -Alzanendi, Sicalìorum - Cicali, 
Nolorum - Noli, Rampinorum - Rampini, 

Nasorum - Nasi, Sexiorum (de Sessio) - Sessa, 

Carlorum - Carli, Restarum - Resta, 

Cazamorum - Cazami, Qui de Fortibus est cognomen - 

Piscatorum - Pescatori, Forti. 

« Un" 1 altra serie di decurioni che sedevano dopo la 

» metà del quattordicesimo secolo, leggiamo nel citato Piotlo, 

» ed è la seguente: 



TETTONI 


Zanardus Torniellus , 


Petrus de Scavris, 


Thomacìus de Catiis, 


Petrus de Benioctiis, 


Petrus de la Porta, 


Augustinus de Majo, 


Jo. Brusatus, 


Balsarinus de Bonipertis , 


Bartol. de Catiis, 


Marchìonus de Arduinis, 


Serafinus de Nibiis, 


Philippinus de Baldo , 


Gabriel de Leonardis^ 


Bertolinus de Boxìo^ 


Aldinus Cicada, 


Bertolinus Capitaneus Casa- 


Slephanus de Ravizzonibus , 


leggìi, 


Franciscus de Advocatis, 


Lanfranchinus de Boliottis, 


Obericus de Baliottis, 


Jo. Andrea de iellate, 


Paulinus de Leonardis, 


Opicinus de Reveslate, 


Dominicus de Semema, 


Cominus de Magnano, 


Balthassar de Brusatis, Leg. 


Philippus de Varronis, 


Doc, 


Antonius de Prinis, 


Oldricus de Torniellis i 


Joannes de Zafferis , 


Jacob. D. Bergontii de Brusatis. 


Quiricus Captaneus Castelletti, 


Maffeus Tornìellus, 


Antonius de Pultronis, 


Jo. Ma. de Fortibus^ 


Franciscus de Grittis, 


Barthol. D. Jo. de Catiis, 


Jacobinus de Butiis , 


Filip. de Scrivantis pi. quond. 


Deffendens de Baliotlis , 


D. Andrini, 


Arcangelus de Nibia, 


Jo. Thomas D. Barthol. de 


Guilelmus de Malisariis , 


Berbavariis, 


Petrinus de Cavaliano, 


Antonius de Fespolato, 


Antonius de Falentibus, 


Gregorius de Piscatoribus , 


Bernardus de Plotis, 


Bartholomeus de Portiis, 


Sessinus de Sesso, 


Jacobus de Manno, 


Bartholomeus de Galarate, 


Gaudentius Alzalendine^ 


Lanfranchinus de la Porta, 


Andrinus de The toni s 


Andrinus de Cimiliano, 


Domin. de Languì dis , 


Mundinus de Advocatis. 


Guidetus de Barba, 





TE ITO INI 

Nel Tarmi si sono resi celebri in questa famiglia due 
Franceschini, il Franccschino o Lanfranco, che fu podestà di 
Milano, siccome più sopra accennammo, ed il conte Rinaldo 
che servì gli Spagnuoli sotto il regno di Filippo li (mentre 
teneva il governo di Milano il Duca di Terranuova), perso- 
naggio assai noto per la sua spedizione nella Valtellina. Gli 
storici vallcllinesi pretendono che costui fosse di bassa con- 
dizione e ridotto a professare il mestiere delParmi pel fal- 
limento del suo negozio. Ma quando si voglia considerare 
T impresa da lui assunta con intelligenza del governatore di 
Milano, si dedurrà che esso non poteva essere che perso- 
naggio d^alta stima. Anzi a provarlo noi troviamo neir opu- 
scolo dell 1 avvocato Gojo, che la Roggia Crotta, ora Busca, 
situata nel territorio di Ghemme, spettava al conte Rinaldo 
Tettoni, e in causa della patita confìsca de 1 suoi beni, alie- 
nata dalla regia camera al conte Girolamo Piatti, per con- 
tratto del 3 agosto, 1597, rogato Crasso ; e quindi per altro 
contratto del 28 marzo, 1606, rogato dai notaj Bevilacqua e 
Farra, passata ai conti Langoschi e Ludovica Busca. Fu mo- 
glie di questo Rinaldo Tettom la contessa Ottavia Foppa, 
della quale a perenne memoria conservasi 1" iscrizione lapi- 
daria nella chiesa di S. Maria alla Passione di Milano, che 
noi riportiamo al termine di questi cenni. Rilevasi pure dalla 
detta lapide che Rinaldo Tettom fu conte di Farra, Ghemme, 
Carpignano, Gionzana e feudatario di Landiona. Gli è quindi 
tessendo le gesta di questo distinto personaggio una illu- 
strazione interessante della storia della Valtellina, noi ripu- 
tiamo non inutile il riferire quanto scrive di esso il Quadrio 
della sua Storia, e dar così uno schiarimento intorno ad un 
individuo o ignorato, o obliato dagli storici novaresi: 



TETTOM 
RINALDO TETTONI SUE AZIONI E VICENDE 

« Cagion primaria ne fu Rinaldo Tettone, mercadanle 
» di Milano, che da un colai fallimento ridotto a pescare nel 
» torbido il proprio sostentamento, s^era fatto capitano dei 
» Farabutti. Essendosi lui pur aggiunti per suoi primarj com- 
» pagni Giovan Antonio Rubiata e Carlo Balcone, uomini 
» amendue della stessa farina che lui, costoro, poste insieme 
» quanto più segretamente fu loro possibile, alcune compa- 
» pagnie di vagabondi e fuorusciti, disegnato aveano di en- 
» trare nella Valtellina e ne* 5 suoi contadi, saccheggiando 
» quanto la fortuna avesse lor presentato alle mani. E per 
» incamminare la loro impresa con minori contrasti, premessa 
» una parte delle loro genti per la via di Lecco, col restante 
» dell' 1 altra il Tettone stesso s 1 incamminò per la via di Como. 
» Presentatosi alle porte della città, e pubblicandosi per ca- 
» pilan generale, destinato a liberar la Valtellina e contadi 
» adjacenti dai Protestanti, domandolle con franco ardire non 
» solo alloggio, ma provvisioni e barcheggio. Ma non egual 
» disposizione di soddisfarlo trovò ne' Comaschi; onde do- 
» vette perciò inaspettatamente venir con loro alle mani, e la 
» cagion fu questa: 

« Era allora governatore di Milano il Duca di Terranova, 
)> il quale per avventura facendola da politico spagnuolo, ben 
» consapevole era dell 1 impresa dal Tettone meditala, per- 
» ciocche comunque scrivano alcuni scrittori, che fu tentata 
» senza alcuna pubblica autorità, non era, non dirò verisimile, 
» ma neppur possibile che in quello stato in cui sedeva il 
» governo, un privato si fosse arrischiato a quella non age- 
» vole ne segreta opera; e continuato avesse ad assoldar molte 
» genti, senza mano de 1 superiori. Ad ogni modo, per non 



TETTONI 

» comparirne esso colpevole appo il Sovrano, nò averne guai, 
» (piando P attentato non fosse riuscito felicemente, stimò di 
» tenersi coperto, e a più simulare inviò ordine al govcrna- 
« loie di Como, che era allora il marchese Orazio Pallavicino, 
» di non ammettere in città il Tettoine ne le sue genti. Vo- 
)> lendo quindi il Pallavicino ubbidire e volendo il Tettoine 
» usar forza, gli fu dai Comaschi ostilmente corrisposto col 
» fuoco, e fu volta da essi la gente di lui in fuga e dispersa; 
» con rimanervi prigionieri di guerra il Rubiala ed il Balcone 
» che vestivano il carico di capitani : ed il Tettoine stesso vi 
)> sarebbe rimaso se con la velocità del cavallo non si fosse 
» forzatamente ajntato a sottrarsi. Così svanita V impresa, il 
» Duca di Terranova per più tenersi segreto, prendendo oc- 
» casione dalle insolenze del Tettoie e da' 1 suoi capitani 
» contro a* 1 Comaschi tentate, fé" 1 immantinente decapitare e 
» il Rubiata ed il Balcone, il che avvenne ai 20 febbrajo 
» delTanno stesso, 1585: ed il Tettoine che fuggendo erasi 
» posto in salvo , condannò a perpetuo esiglio. Così con 
» queste sue procedure il Duca di Terranova ebbe apparente 
» campo a scusarsi cogli ambasciadori delle leghe che furon 
» a lui spediti a querelarsi di tal impresa contro la conven- 
» zione tentala. Ma non avrebbe il Tettoine colti pure alPim- 
» provviso i Grigioni, ne trovati ignoranti de* 1 suoi tentativi, 
» poiché essendosi, verso il fine del novembre del precedente 
» anno 1584, il Rubiata avanzato nel luogo di Gera sulle 
» Tré-Pievi, per introdur di là nella Valtellina pratiche a 
» favor de 1 suoi disegni, ed ivi abbattutosi in Tommaso di 
» Sondrio: egli aveva lui, sotto parola di segretezza, corau- 
» nicati i suoi pensieri, gloriandosi inoltre d 1 aver in Valtellina 
» già più compagni della sua cospirazione, perchè il Morone 
» a lui eziandio porgesse mano ad accrescerne il numero. A 
» vieppiù invogliamelo, millantava il Rubiala che erano già 



TETTONI 

cinque anni che a nome del card. Borromeo, a cui si spac- 
ciava congiunto di parentela, pensava a liberare gli angustiati 
Cattolici di quelle parti dal giogo de 1 Protestanti. Le truppe 
a tale effetto già in gran parte assoldate, prestamente si 
sarebbero ivi in Gera vedute ad unirsi e far campo, ne 
altro a lui più mancare, salvo che unicamente desiderava 
che Morone stesso i suoi uffizi impiegasse co* 1 suoi patriotti, 
perchè convenissero nel 11 ideata risoluzione. Il Morone però, 
perchè plebeo, ma scaltro, simulando, per tal novella, col 
Rubiata un 5 infinita allegrezza, riguardo specialmente alla 
Cattolica religione, della cui difesa trattava, e infinite pro- 
messe lui facendo, con soscriversi al trattato, in iscambio 
di arruolar per quelPimpostore seguaci, tosto pensò a non 
tradir il suo Principe. Però la notizia di tal congiura fé 1 
egli per mezzo di alcuni Sondriesi suoi amici, pervenire alle 
orecchie di Rodolfo, conte di Schawenstein, governatore 
e generale di tutta la Valle, al quale per tema di cadere 
in sospetto al Rubiata non osò scrivere : licenziato poi egli 
dal Rubiata benignamente con molte promesse, portossi 
da Gioachimo di Jockverg, podestà di Fruona, e dallo stesso 
capitan generale e governatore della Valle, rilevando loro 
tutto il segreto di tal congiura, i quali non frammiser un 
momento ad avvisarne le tre leghe: si mosser però questi 
immantinente ai confini a presediare contra i minacciati 
movimenti gli eventi tutti, e vi accorsero prontamente le 
truppe altresì della Valtellina. Ma sventate, come dissi, le 
idee del Tettone, e non avendo più i Grigioni da temer 
di lui, rivolsero questi contro i Vallellinesi, caduti di ciò 
in sospetto, le ostilità. Il Rubiata, per dar più forza alle 
sue imposture, si era col Morone gloriato, che diversi 
personaggi de" 1 più illustri della Valle già aveano seco lui 
cospirato nello stesso disegno, nominandone in particolare 



TETT0N1 

» Vincenzo Quadrio, cancellici* generale della Valle, e Fabio 

» Quadrio, ainendue di Ponte, Giambattista Torelli di Villa, 
» Nicolò Venosta di Grozio, prevosto del Capitolo episcopale 
» di Coirà, e Vincenzo Quadrio, figlio del dello cancelliere, 
» e canonico dello stesso Capitolo. 11 Moronc, eccedendo da 
» furbo villano i termini di fedeltà, avea tulli qucsli deposti 
» in giudizio, ed accusali, convenendo con essi Grigioni clic 
» fosse e<di slcsso in un cosdi accusati catturato come com- 
» plice, altresì per rimaner segreto. In fatti si procede dai 
» detti Grigioni contraessi denunziati con ogni rigore, ed il 
» canonico Vincenzo Quadrio e Giambattista Torelli, come più 
» aggravati dal Morone, furono nel gennajo posti alla tortura 
a senza discrezione alcuna, ma finalmente terminato il prò- 
» cesso e purgatisi delle accuse, furono rilasciati di carcere 
» ed assoluti ». 

Filippo Pallavicino, abate delF ordine dei Certosini di 
Pavia, nel suo poema intitolato Gerusalemme distrutta, canto I, 
stanz. 100, fa comparire nelle legioni romane due centurie 
delle seguenti famiglie novaresi (0: 

Reveslati, Ardizzon Catia, 

Vellati, Bergon Cavallazzo, 

Avvocati, Policarpo Bruciato, 

Bragoni, Gerio dei Geri, 

Gallico, Valenti, 

Chiappi, Nibbia, 

Bollini, Gritti, 

Carli, Porta, 

Calcaterra, Leonardi, 

Trevi, Calciati, 

Scrivanti, Pescatori, 

(i) Colla, Museo Novarese. 







TETTONI 


Testa, 




Capri, 


Torelli, 




Zaffiri, 


Barbi, 




Scarla, 


Pallavicini, 




Barbavara, 


Robaldo Torniello, 


Langhi, 


Albucio, 




Canobi, 


Liprandon 


Boniperti, 


Brandrano il gran bruciato, 


Cattanei, 




Emilio Plotlo, 


Bagliotti, 




Boniperti, 


Tettoni, 




Dorato ed Apollo Barciocchi. 


Gallarati, 







NelPeccIesiastica carriera oltre POddone Tettoni (supe- 
riormente menzionato), che fu vescovo di Novara, si annove- 
rano di quella cattedrale quindici canonici, e tra questi merita 
un cenno particolare il canonico Lorenzo, nativo di Roma- 
gnano e morto da pochi anni; uomo distinto per grande 
erudizione ed amore nelle belle lettere, e segnalatamente 
della lingua latina. Esso compose la seguente iscrizione, che 
venne posta nel luogo ove si trovò Turna di S. Silano nella 
chiesa già dei Benedettini, di sua patria, per diligenza del 
zelante sacerdote Curioni e del paroco Saverio Tosi nel 1770, 
il 50 novembre (0. 

SAB.COPHAGUM 

In Quo Per Diu Divi Sifoni Cineres Sub Ara Maxima 
Delituerant Erectum Prid. Kal. Decembris 1771 A. M. Aurelio 
Ep. Novar. Ili Idus Jan., 1772, Recognitum Heine Pietatis 
Ergo Favendae, Excitandae Templi Aediles Possuerunt. 

(i) Gregory , Storia della letteratura ed arti vercellesi. 



TRITONI 

11 Bianchini, nelle Cose rimarchevoli della città di Novara (0, 
largisce nobili elogi a coleslo personaggio per le doti emi- 
nenti, or qui da noi riferite, che Io elevarono dalla comune 
degli uomini, e si esprime nel seguente modo : 

« Copiosa è la galleria de* 1 quadri posseduti dal canonico 
» Lorenzo Maria Tettoni, personaggio quanto erudito, allrcl- 
» tanto amatore delle arti belle. Àmmiransi particolarmente 
» in quella la testa di Lutero, che dagli intelligenti si ritiene 
» opera del divin Raffaello. Quattro piccole tavole rappresen- 
» tanti la Vergine Annunziata, la Visitazione e la Nascita del 
)> Salvatore del celebre nostro Gaudenzo Ferrari; dello stesso 
» artista sono due altre tavole, sulle quali operò a mezza 
» figura S. Giambattista e S. Maurizio, come pure gli abboz- 
» zetti di S. Bonaventura, della cena e della flagellazione. 
» Alle opere del Gaudenzo fan corteggio quelle del più valente 
» de* 1 suoi scolari il Lanino., del quale veggonsi il Nazzareno 
» alla colonna, S. Antonio, S. Francesco e S. Carlo, eseguili 
» in tela e di statura quasi naturale : nel nudo di quel Re- 
» dentore alla colonna è tanta la verità e P espressione che 
» a patire con esso c'invita. Onorala sede in detta pinacoteca 
» trovarono pure Guido Reni, col quadro della Vergine che 
» adora il Bambino; G. C. Procaccini per la Maddalena cogli 
» Angioli e per una Madonna col divino Infante; così pure 
» la scuola di Tiziano, mercè del martirio di una Santa. An- 
» che r esimio nostro Mazzola lasciò di sé in questa raccolta 
» cara memoria con una tavola, sulla quale operò la Vergine 
» Madre, il morto Gesù, S. Giovanni e la Maddalena ed altra 
» Maria, lavoro cui dal tempo sarà il pregio accresciuto. » 

Nelle lettere poi e nell'arti belle di questa famiglia si 
segnalarono un Giorgio, un Francesco, un Rinaldo, dei quali 
trovasi onorevole menzione nella dedicatoria dei Consigli del 

(2) Pag. 18G. 



TETTONI 

Piolto e nel Museo novarese del Colla; ed ultimamente il 
Vincenzo Bartolomeo, che insegnò pel corso di venti anni 
la geometria pratica e l'architettura civile nel collegio dei 
RR. PP. Gesuiti di Novara. Scrisse due trattati su quelle 
materie, i quali speriamo che saranno quanto prima di pub- 
blica ragione col mezzo della stampa. Il Gregory, nella 
Storia della letteratura ed arti di Vercelli, fa di lui il seguente 
elogio: 

« Tettom Vincenzo Bartolomeo , nato in Romagnano 
» Tanno 1785, figlio di un ricco proprietario, si consacrò 
» con trasporto allo studio della pittura e dell' architettura. » 

« Noi abbiamo visto in Novara alcuni suoi lavori a raa- 
» tita ed a olio che meritano lode ed incoraggiamento. » 

Il Pessina, nel suo Quadro storico dei sistemi filosofici (*), 
fa menzione di un individuo di questa famiglia, profondo 
nelle filosofiche scienze; e si esprime con queste parole: 
« Lo studio di Locke dopo l'opera di Baldinotti attirò in 
» Italia molli proseliti, fra i quali possiamo nominare a ca- 
)> gione d'onore il Sarti, il Pavesi, il Tettoni, il Capo-Casale 
» ed il Briganti. » Di questo stesso Tettom, fiorito nello 
scorso secolo, venne alla luce un Trattato dei principii del 
diritto nazionale e pubblico. 

Nel numero dei giureconsulti, conti e cavalieri del col- 
legio di Novara vennero ascritti nove individui della nobile 
famiglia Tettoni. E tra questi è degno di menzione Fran- 
cesco Antonio, insigne giureconsulto, che è nominato nel 
diploma dato dal collegio dei giureconsulti di Novara al- 
l' eminentissimo cardinale Federico Caccia, arcivescovo di 
Milano, annoverandolo fra suoi. 

Noteremo per ultimo che dall'anno 1300 a nostri giorni 
produsse questa famiglia 27 notaj collegiali, che rogarono in 

(i) Milano, Tipografia Silvestri, 1848. pag. n 2. 



TETTO M 

Milano, [Novara, llomagnano, ecc., la maggior parlo de* 1 quali 
si trovano notali nello unite Tavole genealogiche. À provare 
(pianto nobile e distinto fosse l'esercizio del notariato, ripor- 
tiamo le seguenti parole del chiarissimo Oldclli, nel suo Di- 
zionario storico-ragionato degli uomini illustri del Cantori Ti- 
cino: a Sanno gli eruditi, clic a qucsl' epoca (secolo xvi) 
» l'uffizio notarile non si conferiva che a persone distinte 
» e accreditate per dottrina, per probità e per nascita. Chi 
» poi bramasse erudirsi su questo ben degno argomento, e 
» vedere la stima in cui si aveva anticamente il notariato 
» presso le diverse genti e nazioni, legga l'opera di France- 
» sco Osio, giureconsulto milanese,, intitolata: De antiqua Ta- 
» bellionum nobilitate, stampata in Milano Panno 1656, siccome 
» ancora P altra consimile produzione del P. D. Placido Puc- 
» cinelli Cassinese, ma assai più estesa, stampata anch'essa 
» in Milano nel 1654, che ha per titolo: Della fede e nobiltà 
» del notajo, colle serie di molti soggetti insigni per sangue, di- 
» gnità, lettere ed armi. Amendue questi autori provano assai 
» bene il loro assunto, e massimamente con leggi ed esempi. 
» Aggiungo qui, a giusto onore del detto notariato e de' no- 
» tari, quanto scrisse del collegio dei notari di Pavia un mo- 
» derno eh. autore. Ad essi medesimi adunque rivolto, così 
» gli encomia: ..... Di/fatti il trovarvi^ già da sei secoli per 
lo mènO) condecorati di collegio e di costituzioni, senza cui né 
può reggere, né si dà nella Repubblica alcuno stabilimento o 
corpo morale, vantando così quelP antichità d'origine che è base 
e misura della nobiltà, e di cui è prova il rescritto di Federico II, 
imperatore, dei 14 febbrajo del 1227, col quale, dopo aver tra 
noi soppresse tutte le sociali ragunanze^ perchè credette perni- 
ciose a' suoi diritti di supremato ed al bene dello Stato, da sif- 
fatta generale interdizione volle esentato il vostro collegio, come 
che destinato a vegliare sulla legalità degli alti pubblici, e ad 



TETTONI 

ovviarne le falsificazioni e le frodi, i successivi imperiali, regi e 
ducali diplomi del 1311, 1566, 1495 e 1592, diretti a con- 
fermare il collegio stesso nelle antiche prerogative, ed in quella 
segnatamente della privativa giurisdizione di conoscere e prov- 
vedere ne' casi predetti di falsificazione; l'attributo di dignità, 
che il Senato di Milano nel 1745, conformandosi alle leggi Ro- 
mane, accordò al vostro ufficio, e quello di nobile e spettabile 
al vostro collegio, il giudizio del Tribunale Araldico, che nel 
1714 con piena cognizione di causa assicurò al collegio mede- 
simo ed a voi stessi tutte le accennate onorificenze. La legisla- 
zione vostra statutaria, dai Sovrani sanzionata, che esclude dal 
vostro rango le persone di estrazione e costumatezza meno che 
onesta, facendo di ciò giudici ed arbitri voi stessi; gli antichi 
giuspadronati, fregi non ultimi oV onore, che collegialmente pos- 
sedete in più luoghi; il lustro alla vostra professione, già com- 
partito coli' aggregarla al dignitoso ruolo di quella facoltà, che 
dalle cattedre pubblicamente s' insegnano, e ciò non pure in que- 
sta celebre nostra Università dopo il di lei ristabilimento e di- 
ploma imperiale del 1361/ ma anche assai prima, come riscon- 
trasi dal registro de^ Comizj tenuti dal vostro collegio ai 13 e 
27 febbrajo, 1543 .... Titoli son tutti, che decisamente carat- 
terizzano l'onestà e nobiltà del vostro ufficio. 



Monumenti della famiglia Tettoini, tuttora esistenti nei 

o: 

I. 



diversi luoghi che ora diremo: 



In Romagnano: 

, DOMUS CONSTRUCTA AT REFUGIUM 
DE FAMILIA TETTOIE MCCCCXXIX 

Questa famiglia, nelFanno 1429 scacciata dalla città di 
Novara, si rifuggì in Romagnano, ivi edificando un sontuoso 



T ET TOM 

palazzo, la cui settima parie è oggidì pure posseduta dalli» 
famiglia di imo dei redattori di quest'opera. 

IL 

In Milano nella chiesa di S. Maria della Passione: 

D. O. M. 

CO. OCTAVIAE FOPPAE 

RAJNALDI TETTONI CO. FARRAE 

AGAMII CARPIGNAM JOINZANAE 

ET LANDIONAE FEUDATARII 

UXORI 

MASCULAE FORTITUDINE 

AIMMIQUE W ADVERSIS PARITER 

ET SECUNDIS MARITI CASIRUS 

SEMPER IINVICTI 

CO. JO. BAP. TETTOINUS MATRI B. M. P. 

VIX1T ANNOS LXXVII 

OBIIT KAL. MARTII MDCXXXIV 



TETTONI 

III. 

In Milano nella suddetta chiesa: 

D. O. M. 

JO. BAPTISTA TETTONUS SACERDOS 

COMES ET PHEUDATA11ICS 

CHAEMI 

CUJUS OSSA HIC JACENT PUS FIDELIUM 

HAEC LEGENTIUM PRECIBUS SE 

COMENDAT 

CONDEPUTATI PIAE DOMUS SAN.* VALERIAE 

EJUSDEM DEFUNCTI VOTIS 

POSUERUNT 

OBIIT AN, SAL. MDCXL. Ili IDUS SEPTEMBRIS 

IV. 

NelF atrio del duomo di Novara, iscrizione lapidaria con 
gli stemmi delle famiglie Tettoni e Caccia. 

FATALEM HANC AEDEM, ET SACELLUM B. M. V. 

DICATUM EXTRUI JUSSIT JOA. FRAIVSCIS. CACCIUS 

FEUD. LANDIONAE CUM BUSSA QUOTIDIANA 

FRANC. CACCIA CAPIT. BARTH. FILIIS UXOR RELICTIS 

PREREPTIS. IMMATURO FATO FILIIS MASCULIS MISSAS. 

TRES IN HEBDOMADA AD1UNXIT 

MARGARITA CACCIA FILIA SOLA SUPERSTES, 

ET J. C. CARI. S RINALDUS TETTONUS JUGALES, 

PIAM MAJORUM MENTEM EXEQUENTES CONVENTA 

CUM. R. R. P. P. DOTE ANNO MDCLXXVI. PERFECERE. 



TETTOIM 



V. 



Neil 1 alrio stesso della cattedrale di Novara, monumento 
con busto: 

D. O. M. 

QUIESCIT IN DOMINO 

JOANNES MARCUS 

JOANNIS FRANCISCI FI. TETTONUS 

DE ROMANIANO 

CIVIS, ET CANONICUS CHATED. NOVARIAE 

SUBOECONOMUS APOSTOLICUS REG. ET DUC. 

CUM IN SDIS, ET SIBI ILLATIS TRIBULATIONIBUS 

DIVINAM BONITATEM 

AC. B. MARIAE V. CLEMENTIAM 

ENIXE DEPRECATUS ESSET IN SANCTUM 

INCID1T CONCILIUM 

UT FABRICAM EJUSD. ECCLES. CATHED. 

HAEREDEM INSTITUERET PRO UT INSTITUIT 

AN. MDCXXVI AETATIS SUAE LXVIII 

POTESTATE DATA. D. D. CANONICIS 

IPSAM HAEREDITATEM ALIENANDI 

SI ISTAM ECCLESIAM IN NOVAM CONVERTERE 

VEL LAUTE EXORNARE 

CONTINGERET 

OBIIT AN. MDCXXXIV. V. K. OCTOBRIS 

AETATIS SUAE AN. LXXVI 



TETTONI 

VI. 

In un pregevole manoscritto di patrie notizie, esistente 
presso la biblioteca di Novara, creduto lavoro dell' erudi- 
tissimo abate Frasconi, leggesi la seguente iscrizione a Gio. 
Marco Tettoni : 

d. o. M. 

JOANNI MARCO TETTONO , 

CIVI NOVARIEN. ET CAN. CATHED. 

CUJUS FABRICAM HAERED. INSTIT. 

FACULTATE ADJECTA IIAEREDIT ALIENARE 

SI ECCLESIA 

QUAE RELIGIOSI VIRI MUNIFICENTIA 

LAETATUR 

DOVARI VEL EXORNARI 

CONTINGAT 

HOC UN LOCO SIBI PRAELECTO 

QUIESCENTI 

CANONICI EN TESTAM. EXECUTORES 

PERPET. PIETAT. MONUMENTICI 

P. P. 

OBIIT IV CAL. OCTOB. ANN. MDCXXX1V 

AETATIS VERO SUAE LXXVI 

« Questa iscrizione (così segue a dire il Raccoglitore) 
» io ho trascritta fedelmente dalle schede e da altre me- 
» morie di un celebre letterato novarese, presso di me esi- 
)> stenti, perchè la lapide originale o fu infranta nel levarla 
» da quel luogo nella chiesa ove era stata collocata, o che 
» in appresso venne smarrita. » 



ti: no ini 

Dal testamento del 28 novembre del 1626, del canonico 

Gio. Marco TettonB (viene per lo più nelle carie esistenti nel- 
T archivio della cattedrale così denominato', come anche nella 
predella iscrizione) risulta driver egli ordinalo, clic la fab- 
brica della cattedrale, da esso lui istituita sua crede univer- 
sale, iti un luogo chiaro e riguardevole , e se saia possibile nel 
pilone dove sia la sedia dclli Signori Podestà dalla parte che 
riguarda verso il pulpito, sia tenuta a fargli costruire un deposilo 
bello ed onorabile con una statua di marmore bianco, l'iscrizione 
seguente a lettere nere di belli e veri caratteri ', acciò si possano 
facilmente leggere per memoria perpetua, quale dovrà servire 
per esempio ad altri per far del bene, e massime alle chiese^ che 
sono la casa del Signore, B. K. M. e suoi Santi: 

Quiescit in Domino Illus. et Reveren. D. Joannes Marcus 
Titonius, civis Novariae, can. cathedralis et subeconomus ap. 
ac due. qui cum suis et sibi illatis tribulationibus divinavi boni- 
talem et R. M. V, clementiam enim deprecatus esset in Sanclum 
insidet et fabricam ejus Ecclesiae Cathedralis haeredem consli- 
tueret prout constituit anno 1626, aetatis suae XVIII. Pole~ 
state data M. III. et M. RR. DD. canonicis ipsam haeredila- 
tem obinari (sic) si istam Ecclesiam in novam converlam^ vel 

tante exornare contingat. Obiit die men anni . . . 

at in ejus testamento (.in f lindo) J. Marcus Tetlonus scripsit 
et subscripsit propria marni. 

«Nel secondo suo codicillo. delT ultimo di eiusno del- 
» Panno 1627, egli ordina, che dopo la sua morte si vendano 
» tutti i suoi mobili, vesti, cotte, rocchetti, cappa e quella 
» nuova argenteria, coralli ed anelli che si troveranno in casa, 
» e col danaro si facciano più pezzi di tappezzeria di raselti 
» di Venezia, fatti a fili gialli e turchini con le sue colonne 
» e frisi, o simili per Pabbellimento di tutto il coro de^Sigg. 



TETTONI 

Canonici, ed ove pure risiede Mons. Rev. Vescovo nel modo 
e forma che si coprono, ma con le tappezzerie di Fian- 
dra, donate dalle benedette memorie de' Mons. Rev. Vescovi 
Speciano e Bescapè, che siano in cielo, e sopra ciascheduno 
d'essi pezzi di tappezzeria se li metterà nel muro di sopra 
la mia arma Tettoia, qual dovrà esser fabbricata per mano 
di eccellente ricamatore, più bella e vaga che sia possi- 
bile, e si potrà pigliare il modello di detta arme dalla pit- 
tura qual'è sopra il cammino della mia sala, levando Parma 
Torniella, qual'è della mia signora madre. Ordina sotto 
pena della perdita di essa, e d'esser devoluta alla chiesa 
di San Gaudenzio, non di darla in prestilo fuori della cat- 
tedrale ». 



VII. 



In Roma, nella chiesa di S. Maria dell'Orto, vedesi que- 
st'altra iscrizione: 

D. O. M. 

JOANNI BAPTISTAE T1TOMO ROM ANI A INO ET EJUS 

UXORI ANNAE, BLASIUS TITONIUS EORUM FILIUS 

AMORIS PATERNI COMPOS ADHUC VIVEESS 

MONUMENTUM POSUIT (0. 

L'arma di questa famiglia consiste in uno scudo fasciato 
d'azzurro e di oro, col capo dell'impero. Porta per cimiero 
una spada col motto: Duke per patria mori. 



(«) Vedi Galetti ; Iscrizioni pedemontane. Roma, 17G0 ; pag. 144. 



ALBEtU 

DELI 



FAMIGLI 

DI NOVARA, MI 



Giorgio, 14G1, 



Carlo Rinaldo, 1407, 
console di giustizia 

I 
Lanfranco 

Rinaldo, 
linea estinta in Milano. 



Quirico, 1493. 



Carlo 
Si crede quello che col frate 
discacciai 



Lanfranco, 



Quii 



Gio. Battista, 

canonico della cattedrale 

di Novara. 

Instiluì la cappella gentilizia dei Santi Gio. Battista ed Antoi, 
con sepoltura nella parrocchiale di Romagnano, 
tu U 1 ora di proprietà delle due famiglie ivi possidenti. 



Gio. Marco, 

canonico della cattedrale di Novara. 

cui lasciò pingue eredità, 

come dall'iscrizione riportata. 



Gio. Francesco, 1390 



Gio. Battista, 1652 



Gio. Francesco Olivo, 1G88 



Ramo esistente in Novara 



Francesco Antonio, 1721 

I 

I 

Carlo Francesco, 17o0 

i 

I 
Giuseppe Antonio 



Gio. Battista, 

not. e G. C. di Milano, 

da cui una linea ivi estinta. 



Carlo Francesco, 
nolajo collegiato, vivente. 



Giuseppe., 
ingegnere, vivente. 



Carlo Rinaldo 



LOGICO 



\\c.\ 



FETTONI 



IAGNANO, ECC. 



1.420. 

è rifuggiate in Roniagnano, 
i Visconti 



lino, 1430 



Simone, 1490 

I 



Lanfranco 



Antonio Maria, 15o6, 

giureconsulto 

e notajo apostolico di Milano 






I 
Giovanni Battista 



Lanfranco 



Agostino, not., 1384 



Filippo, 1458 



:H Rinaldo, G. C., 1GI5, 
41 di Margherita Caccia, 
ib all' iscrizione lapidaria 

posta nell'atrio 
«il cattedrale di Novara 



Filippo, 

militò in Ispagna, 

ramo estintosi nel 1824 

in Luigi, dottor fisico 

in Trecate. 



Francesco, 

notajo apostolico, 

linea estinta in Milano. 



Carlo Rinaldo, 

da cui una linea estintasi 

in Novara. 



Vincenzo, 
notajo, 16ì»7 



islente in Novara 



Pietro Francesco, 
not. colleg., 1694 

I 
Ercole Salvatore, 1744, 
I servizio della R. Casa di Savoja 

I 
Vcenzo Bartolomeo, n. 1783, 
vivente 



Giacomo Filippo Ercole, fu al servizio 
militare di Spagna. 

Marno stabilito in Roniagnano 



Carlo Antonio, notajo, 1G81 

I 
Carlo Maria, 1720 



Lorenzo, 
canonico della cattedrale 
di Novara. \ 



I I I I 

line, n. 18 16 Giovanni Pietro Vincenzo 

I I , I 

ilrco Luigi Angiolo, Enrico Domenico, 

n. 1845. n. 1847. 



Giuseppe Antonio, 
notajo collegiato 

Giuseppe Maria, notajo 

i 

Carlo, 

dottor fisico, vivente 

Achille, nato nel 1845. 



THIENE 



Ijircondata questa iHuslre Famiglia dal lustro di tanti uo- 
mini celebri, sì ecclesiastici come militari e letterali, risplende tra 
le prime senza alcun dubbio di Vicenza. Lo storico Pagliarino, 
circa la sua origine, varie opinioni riporta, ma non conclude ; onde 
noi, tralasciale le cose incerte e dubbiose, daremo principio da 
Vicenza, che è certo il focolare di questa gran famiglia, abbenchè 
dalla città di Thiene prendano questi signori la loro origine ed il 
nome. Fu da remotissimo tempo annoverata nella corporazione 
nobile di Vicenza, ed in ogni tempo diede uomini illustri in lettere 
ed armi. Ebbe questa due cardinali ; il primo nel 1191, e 1' altro 
nel 1345 (1). Simeone fu gran cancelliere di Martino dalla Scala, 
signore di Vicenza e di Verona, il quale ad esso e a' suoi eredi 
concesse d'inserire il cane nello stemma, e lo investì di cinquan- 
tadue ville. Giovanni fu consigliere di Carlo III re di Napoli (2), 
ed in di lui assenza governò quello Stato come vice-re; indi, pas- 
sato al servizio del Visconte, governò Milano nel 1392 nella pupil- 
lare età di Filippo Maria, Clemente, Giacomo, Leonardo e France- 
sco. Nel 1469 questa illustre casa venne innalzata dall'imperatore 
Federico III, coi suoi discendenti, al titolo comitale del sacro Ro- 
mano impero e di Conti di Thiene, e concesse loro altresì d' inse- 
rire l'aquila imperiale nel loro stemma. Tutti questi privilegi fu- 
rono poscia confermati da Massimiliano II nel 1566 e da Rodolfo II 

H) Ciacconio, Vite dei pontefici e cardinali. 

(2) Sansuiuo, Storia delle famiglie nobili a" Italia. 



T H I E IN E 

nel 1577. Moltissimi della famiglia servirono gloriosamente la 
patria e principi esteri, come ambasciatori o governatori o ge- 
nerali. Gaetano fondò la religione dei chierici regolari teatini, 
da esso denominati, e come santo si venera sugli altari. Altro 
Gaetano fu gran confaloniere d' Ungheria ed ebbe in moglie Ilde- 
garda contessa di Lambergh. Lodovico servì Francesco 1 re di 
Francia come condottiere di gente d' armi ; passò poscia a servire 
Ercole duca di Ferrara, e per esso fu due volte ambasciatore a 
Francesco I di Francia, il quale nel 1543 concesse a lui e suoi 
discendenti di aggiungere il giglio nel suo stemma. Ottavio servì 
in varii onorifici impieghi il duca Alfonso di Ferrara, ed ottenne il 
feudo di Scandiano col titolo di Marchese. Diversi individui furono 
fregiati di ordini da varie potenze, oltre a quelli di Malta e S. Mi- 
chele. 

Di questa famiglia esiste un ramo in Francia, uno nel Belgio 
ed uno in Svizzera. In Vicenza è attualmente e degnamente rap- 
presentata dall'illustrissimo conte Antonio Thiene fu Giangiacomo, 
maritalo in Colleoni Porlo contessa Teresa. 

Figli: Gaetano, Annibale, Orazio. 

Figlie: Maria Maddalena mar. 3 in Ballina dott. r Giovanni 
Ettore. 

Lavinia, in Da Schio nobile Americo. 







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THE UBRMN 

OF 1Ht 



TOLOMEI 



( di Siena ) 



JLia famiglia Tolomei è tra le più cospicue Italiane per antichità di ori- 
gine, per potenza e grandezza, per nobiltà degli uffici sostenuti e per uo- 
mini preclarissimi in ogni ramo dello scibile umano. 

Primo autore dei Tolomei in Siena vogliono molti fosse un Baldastricca 
venuto nei primi anni del Secolo ottavo sotto Gregorio a lavarsi nelle on- 
de battesimali a Roma, e che esso si nominasse Tolomeo, vantando la sua 
origine dai Tolomei re di Egitto. II Malavolti invece dice, che i Tolomei 
venissero con Ottone III nel 940, mentre il Tommasi li vuole discendenti 
dai Francesi; ma il Critico giudizioso nulla può affermare giacché gl'in- 
cendi ripetuti per opera delle fazioni, distruggendone gli archivi, ci la- 
sciarono in continua incertezza fino all'undecimo Secolo in cui tro- 
viamo i Tolomei imparentati colle case più celebri e padroni di castella e 
di feudi, il die ci è prova della loro potenza, e dell'altissimo conto in 
cui essi erano tenuti anche in antecedenza. Infatti Tolomeo Tolomei di 
pubblica commissione si recò a rallegrarsi con Alessandro III della sua 
esaltazione al pontificato e niun Comizio Imperiale si tenne in Toscana, 
senza che i Tolomei vi prendessero parte : indizio cerio di stabilita po- 
tenza. 

Nel secolo XII questa famiglia era si numerosa che godette del privi- 
legio di occupare contemporaneamente due posti nei Maestrali ; nel 4209 
fabbricò il gran palazzo, che meglio diremo Fortilizio, avanti S. Cristofo- 



2 TOLOMEI 

ro ; nemica fino dal 4460 della famiglia Salimbeni e sempre in guerra 
colla stessa, nel Secolo tredicesimo rinnovò con essa con furore crescente le 
sue contese che degenerarono in guerre civili, assistita sempre dal favore 
dell'Impero, fino a tanto che turbata per quelle la pace della Toscana, e 
riescite vane le pratiche dei Fiorentini e di altri principi per rimpaciare 
le due Famiglie, il papa nel 4337 ingiunse al Vescovo di Firenze di re- 
carsi a comporre i dissidi, nel che esso riuscì pienamente. 

Nel Secolo XIV i Tolomei, (4325) prestarono aiuto ai Fiorentini con- 
tro Castruccio, nel 4330 fecero lega coi Conti di S. Fiora, nel 4355 pre- 
starono manforte a Carlo IV in Siena, nel 4359 recarono immensi guasti 
alle Fortezze dei Perugini, nel 4360 difesero Montalcino contro la Repub- 
blica, e poco dopo rinnovarono le loro contese coi Salimbeni ed altre ne 
appiccarono coi Piccolomini, coi Malevolti e coi Marzi. Ma nel declinare 
di questo secolo scemò pure la gran potenza di questa famiglia, perchè 
molti di essa stanchi delle intestine discordie vedendosi o spogliati dei loro 
beni o costretti a cedere i loro Feudi al Comune, ed aver sparso tanto 
sangue e giltato a piene mani 1' oro, vennero nel pensiero di mutar paese 
e vari di essi si recarono a Roma, altri a Napoli, ed altri a Macerata, 
Ferrara e Pistoia. 

Dette queste cose preliminari, accenneremo più particolarmente ai nomi 
di coloro che maggiormente nobilitarono questa Famiglia, cominciando da 
quelli che ebbero voce di Santità. 

La Beata Nera dell'ordine delle Mantellate Domenicane a cui vuoisi 
un Crocifìsso parlasse, nata nel 4230, morì nel 4287 santamente qual 
visse — Il Beato 6. B., Domenicano, nato nel 4248 cessò di vivere nel 
4320 in Avignone ove vuoisi facesse miracoli — Il beato Cristofano di 
Mino, Domenicano, nel 4345 fu Vescovo Sepatense e prestò molti servigi 
a Roberto re di Napoli. — Il Beato Bonaventura d^llo stesso ordine, fu 
occupato in molte spedizioni Apostoliche e morì nel 4348 con fama di 
qualche prodigio operato. — La Beata Angiola dell'ordine delle Mantel- 
late, morì in odore di Santità nel 4340. — Il Beato Bernardo nato circa 
il 4270, fondò l'istituto degli Olivetani e morì nel 4348, vittima di carità, 
servendo gli appestati : coetanea a lui e pari di virtù fu un' altra Beata 
Angiola che morì nel 4349. — Il Beato Enea Domenicano autore di un'o- 
peretta sulla povertà di Cristo, morì nel 4348. Nel 4355 moriva la Bea- 
ta Ginocchia discepola di S. Caterina : la seguì nel Cielo nel 4379 la di 
lei sorella Beata Francesca, e nel 4407 il Beato Jacomo fratello ad en- 
trambe, autore del ramo pistoiese, che rinunziato al secolo e vestito l'a- 
bito dei predicatori mori a Venezia. — Il Beato Cristofano che per sov- 
venire ai poveri vendette perfino i suoi libri morì nel 4391. — Il Beato 
Gherardo circa in quell' epoca, otteneva la palma del martirio. — Il Bea- 
to Pietro morì a Roma nel 4408 dopo avere per umiltà vestito 1' abito d? 
laico nei Domenicani e servito alle più vili Officine di S. Sisto. — 11 Beato 



TOLOMEI 8 

Recupero coetaneo del B. Pietro, lasciò memorie delle sue virtù nelln 
Confraternita della Madonna sotto Io Spedale cui fu «scritto. — La Beata 
Luisa Domeniaanp e la Beata Tobia del ler/Zordine Serafico morirono, la 
prima nel 1437, la seconda nel -1425. — Nella chiesa di S. Cristofano di cui 
la Famiglia Tolomei tenne da tempo antichissimo il patronato, vedonsi ap- 
pese le immagini di molli tra i Beati che abbiamo menzionati. 

Ebbero fama di sommissime virtù Accurzio Tolomei Generale degli 
Umiliati nel 1240, Suor Agnese Servita nel 1399, Suor Alessandra Dome- 
nicana, e nel finire del decimoquarto Secolo, frate Errigo fondatore in 
Spagna dei Romiti di S. Girolamo; fra Bernardino osservante Commis- 
sario apostolico nel 1516, e il p. Girolamo gesuita che morì nelle Indie 
mentre anelava al martirio nel 1090. 

Tra quelli che sostennero le più grandi dignità ecclesiastiche citeremo 
G. B. Tolomei eletto Cardinale da Clemente XI, ed i due Nunzi Apostoli- 
ci G. Battista, e G. Paolo. Il primo fu mandato da Onorio IV in Sicilia 
per condurre all'obbedienza della Chiesa Re Pietro d'Aragona e poscia 
da Niccolò IV in Asia a tenere in feda quei popoli. Il secondo fu Nunzio 
in Spagna nel 1545, e Vicelegato in Alemagna nell'anno appresso. 

Nel novero dei Vescovi troviamo nel 1294 Rinaldo eletto Vescovo di 
Siena., il Beato Cristofano di Mino nel 1315 Vescovo Sepatense, fra Ia- 
como di Sozzino vescovo di Natni nel 1379, e poscia a Grosseto : esso ar- 
mò contro la patria e finì perciò miseramente. Fra Gabriello servita fu 
vescovo di S. Severo in Calabria nominatovi da Eugenio IV, Gisberto nel 
4470 lo fu di Montefiascone, Andrea, di Siracusa nel 4472., Tolomeo, di 
Vico in Regno, Giovanni, di Corneto nel 1499, Annibale, di Massa nel 
4500, Marcantonio nell'istessa epoca di Lecce e di Alessano, Claudio in- 
signe letterato, di Tolone nel 4530, Cristofano, di Sovana nel 4637, e 
e Niccolò nel 4715 di Massa e di Populonia. 

Tra i cospicui personaggi di questa famiglia che furono insigniti di ve- 
nerabili prelature, abbiamo fra Accurzio Generale nel 1240 degli Umiliati, 
il Beato Bernardo Generale nel 1322 degli Olivetani, Don Benedetto, nel 
4374 creato Abate e Signore di Antonimo, fra Eleodoro eletto Vicario-generale 
Apostolico dei Carmelitani da Adriano VI, fra Bartolommeo nominato da 
Pio II Superiore del suo Ordine a Lecce, Fulvio cappellano del Re di 
Spagna e Maestro della Chiesa maggiore di Badagos nel 1555, G. Pietro 
(del ramo Ferrarese) abbate di S. Giorgio di Braccavil in Normandia nel 
4588, Lelio di Lattanzio, abbate di Tortona e di S. Quirico presso Napoli, 
fra Andrea Inquisitore generale di Toscana nel 4345, fra Bernardino nel 
4516 Commissario Apostolico. Fra gli uomini politici meritano speciale 
menzione Tolomeo Tolomei di cui accennammo l'Ambasceria ad Alessan- 
dro III nel 4159 e più tardi nel 4470, Lottorengo, Oratore a Perugia, A- 
rezzo e Cortona nel 4228, Tavena ai Pisani nel 4249, Orlando di Baldas- 
trich a Roma nel 1251, Pietro Ambasciatore al Conte Giordano nel 1260, 



4 TOLOMEI 

Tolomeo di Rinaldo nello stesso anno al Re Manfredi, Deo a papa Grego~ 
rio nel 1273, Simone a Bonifazio Vili ed al Re Carlo nel 1294, Mino 
nella stessa epoca allo stesso Papa, Tavena ai Bolognesi nel 1305, Sozzo 
di Meo Inviato dei Guelfi Toscani al Re di Napoli per impedire la incoro- 
nazione di Errigo VI, Guccio all'Imperatore nel 1346, Niccolò, Ambasciatore 
per la Lega tra la Chiesa e i Sanesi nel 1359, Raimondo Ambasciatore ai 
Fiorentini nel 1362 e più tardi a comporre la pace tra Fiorentini e Pisani, 
Bindo di T. e Mino di A. Oratore al Papa nel 1377, Spinello ai Perugini 
nel 1383, Bertoccio, nello stesso anno a Firenze, Jacomo Segretario del 
Re di Napoli spedito ai Sanesi nel 1481, e nel 1492 da Senesi inviato ad 
Alessandro VI, Lattanzio Oratore de' Senesi a Clemente VII, Annibale Am- 
basciatore a Milano nel 1545, Girolamo Oratore a Carlo V nel 1550., Ce- 
sare Oratore della Repubblica Sanese ritirata a Montalcino per capitolare, 
nel 1559, Lelio Ambasciatore nel 1591 del Gran Duca all'Impero. 

Né solamente in Toscana e dalla Toscana la famiglia Tolomei ebbe ono- 
rificenze straordinarie. I più insigni ed elevati uffici le furono conferiti 
anche nelle rimanenti provincie Italiane : citeremo a prova della verità 
delle nostre asserzioni i documenti che ci somministra la storia. 

Nel 1289 noi troviamo un Biagio Tolomei podestà a Bologna, poi nel 
96 a Parma e nuovamente nel 98 e 99 a Bologna nel 1294 Tavena di Deo 
Tolomei podestà a Parma, e nella stessa epoca Mino di Cristofano all' ufficio 
medesimo a Perugia e poscia a Todi, indi a Gubbio : Mino di Meo grosso 
tenne nel 1299 la podesteria di Rimini, Sozzo di Deo nello stesso anno fu 
Capitano di Viterbo, e Meo di Federigo, podestà di Camerino. Arrigo di Pie- 
tro fu podestà di Volterra nel 92, Mino di Mellone di Perugia nel 93, Mino 
di Zeppa di Viterbo nel 1301. Pietro di Mino tenne il capitanato del popolo 
di Perugia nel 1309, Tavena di Deo fu podestà di Pistoia, Nello di Mino di 
Volterra, Meo di Mino di Lucca, Guccio di Guelfo di Pistoia, Guido di Lot- 
terengo di Gubbio nel 1311, Tavena di Bologna nell' anno medesimo, come 
lo furono nella stessa città Raimondo nel 1315, Nello nel 20 e 36, ed un al- 
tro Raimondo nel 1364. Biagio di Guccio fu podestà di Pistoia nel 1379, e 
nel 87 di Fermo; il conte Bindo di Bologna nel 1423; Giamo fu nel 1459 
Governatore di Foligno e poscia d' Assisi e di Nocera. Filippo di Giovanni 
( del ramo Ferrarese ) fu podestà di Reggio nel 1440, e Lionello dello stesso 
ramo, lo fu di Mantova uel 87. 

Sostennero pure uffici nobilissimi i seguenti individui di cui ci piace ac- 
cennare i nomi, come prezioso documento dell'alta venerazione in cui Siena 
tenne sempre la Famiglia Tolomei e delle rare doti d' ingegno in cui in 
ogni tempo andarono forniti i membri della medesima. 

Tavena Tolomei fece parte nel 1233 dei 15 eletti a proporre il nuovo 
Governo. Ranuccio fu tra i 60 destinati nel 66 alla riforma della città : nel 
73 e poscia nel 89 Pestaglio di Tavena fu Provveditore del Comune. Sozzo 
insieme al Vescovo di Siena nel 1302 in nome della Repubblica tenne al* 



TOLOMEI 5 

sacro fonte Caterina l'alia tli Carlo di Francia. Giovanni di Mèlo fu Messere 
nel 23 dello spedale; Goccio nel tifi fa consigliere di Curio IV, e Raimondo 
nel Cìì>S s poscia nel 70 senatore di Roma, indi nominalo Conte Palatino du 
Carlo IV. Eguale distinzione ottenne pure da Federigo III nel 52. Giovanni 
(del ramo Ferrarese ). Troviamo, che nel 69 Jacoiuo fu uno dei capi del 
Reggimento, e Baldo di Tengoccio Rettore dell'Opera nel 4360. Rertoccio 
fermò nel 1403 la pace tra Fiorentini e Senesi. Jacomo di Jacorao fu se- 
gretario nel 1481 del Re di Napoli e Francesco di Carlo nel 4509 fu 
Rettore della Metropolitana. 

Scendiamo ora a parlare degli uomini di severi studi e di lettere che 
fiorirono in questa nobilissima Famiglia. 

Primo tra questi noteremo il B. Enea che scrisse come abbiamo già 
accennato, 1' opera De paupertate Christi, poscia il R. Buonaventura che 
dettò i Miracoli di S. Ambrogio. Fra Eliodoro Generale dei Carmelitani 
pubblicò un' Opera De temporali Christi nalivitate, de sapientia et chari- 
tate Christi, de misericordia et justitia Dei, super verba : Venit Joannes 
in omnem regionem Iordanis. Giovanni Tolomei fu trai più valenti giu- 
reconsulti dell'Università Senese: abbiamo di lui alle stampe un elegante 
discorso ai suoi scolari quando si licenziò da essi. Guglielmo fu nel 4320 
Lettore primario nell'Università di Bologna, ma dipartitosene per recarsi 
a Siena, la scolaresca volle seguitarlo per profittare anche delle sue le- 
zioni in quest'ultima città. Di così onorevole testimonianza di stima e di 
affetto rimane memoria in una iscrizione posta nei chiostri di S. Domeni- 
co. Fu pure sommo giureconsulto Francesco, canonico Senese e segreta- 
rio di Enea Silvi, come tra i dottori più insigni del suo tempo va nove- 
rato Lionello ( del ramo Ferrarese ) : esso venne sepolto nel Campo 
Cesareo. Pietro nel 4524 fu pubblico Lettore a Fermo nella Università: 
G. Paolo avvocato dei Re d' Inghilterra e di Francia fece parte della Ro- 
ta Romana nel 4535, e Alfonso fu avvocato della Rota fiscale di Genova. 
Tra i poeti meritano speciale menzione, Granfione che fiorì nel 4292, 
Meiuzzo le cui rime si leggono tra quelle dei poeti antichi: fu contempo- 
raneo del Boccaccio; Jacomo pure, di cui abbiamo tenuto parola come di 
segretario del Re di Napoli, sacrificò anche alle Bluse : di Lattanzio parla 
ancora l'Ariosto; vuoisi che egli fosse il poliglotta più celebre de' suoi 
tempi. Di Lelio e Giovanni si hanno alle stampe molte Opazionitra quelle 
degl'illustri prosatori Toscani. Monsignor Claudio, vescovo di Tolone al 
dire del Gigli fu gran legale, gran poeta, grande oratore, fu inventore 
del nuovo alfabeto toscano, dei versi esametri e pentametri. Diede in 
luce molti parti del fertilissimo di lui ingegno. Il p. Lelio gesuita pubbli- 
licò un libro sui proverbi toscani ed alcune lezioni sopra il libro d'Ester: 
Alessandro traslatò un libro dei Gerolifici. Un Claudio Tolomei ebbe fama 
di buon poeta giocoso, e di lui è a nostra notizia una bella Canzone sopra il 
cardinale Alessandro Bichi. Germanico stampò la vita del B. Bernardo in 



6 TOLOMEI 

Elogi latini. Ci rimane ora a parlare degli uomini d'arme che illustrarono 
non solamente la insigne famiglia a cui appartennero, ma l'Italia ancora, 
ma duolci che il nostro elenco sarà incompleto perchè quantunque gli scrit- 
tori del Secolo XII e XIII accennino a nobili gesta delia parte Tolomea, non 
registrano i nomi gloriosi di quelli che le compirono. I primi che trovia- 
mo registrati nelle storie sono, un Incontrato Gonfaloniere nel 1251 nel 
Terzo di Gamullia, e un Piero di Cristofano Condottiero dello stesso 
Terzo 1' anno appresso; Rinaldo di Giacomo che nel 1260 fece prodigi di 
valore alla guerra di Monte Aperto, e servì poscia Alessandro IV contro 
Manfredi; Cavolino generale delle armi guelfe in Toscana che sconfisse 
nel 4268 i Senesi; Guccio nel 1262 fu capitano de' fuorusciti e venne uc- 
ciso in campo a Radicofani. Meritano pure di essere annoverati da quest'e- 
poca fino al 1300, come buoni capitani d'arme i seguenti individui che 
tutti appartennero all'illustre famiglia Tolomei, e di cui fanno onorevole 
menzione le cronache di quei tempi : Addo, Rindo grosso, Tato bianco, 
Mejo dì Pietro, Tavena di Deo, fctricca cav. gaudente, Sozzino, Fabio, 
Guccio, Gio. di Tolomeo, Ranieri di Rindo, Cione Ranuccio, Federigo di 
Rinaldo, Mino, Jacomo, tutti capitani de' Fiorentini, Sozzo capitano di Ro- 
nifazio Vili, Orlando di Raldistricca, Piero di Cristofano, Tazio di Lot- 
teringo, Stricca di Rinaldo, e Deo chiamato il fulmine della guerra pel 
continuo seguito di vittorie da lui riportate. Nel -1302 Mino Tolomei fu 
mandato dai Senesi Capitano generale a Lucca e Gioioso di Stricca a dife- 
sa di Volterra nel 4306: nello stesso anno Mino Zeppa fu Luogotenente 
generale di Roberto di Calabria. Granello nel 4346 capitanò la spedizione 
contro Giovanni da Sassoferrato, e Ralsimino quattro anni dopo venne ad 
aperta pugna con i Salimbeni; Guccio e Tavenozzo ebbero parte nel 4341 
nella guerra mossa dai Pisani contro i Lucchesi, e nel 1350 da Rinaldino 
e Ranuccio vennero occupate le borgate di Colle; Guelfo di Abbate militò 
al servigio di Todi nella stessa epoca; Jacomo di Spinello nel 4359 venne 
nominato Generale della cavalleria Senese; Riagio di Guccio ebbe nel 
4563 le insegne di cavaliere della Repubblica per le prove di valore da 
lui operate; Cittadino, già comandante delle armi degli Abruzzi e d'Aquila 
sotto il regno di Giovanna di Napoli, venne eletto poscia a Gran Giusti- 
ziere, e a capitano generale delle Valli Gratenze e Giordane, e poscia Vi- 
ce Re di Calabria da Carlo III che lo fece signore di Terrabianca e di 
altre terre. Nel XV Secolo, Giovanni zio di Pio II ebbe nome di uno dei 
più arditi capitani di quell'epoca; Rindo di Ranieri fu castellano di Spo- 
leto, e Francesco nel 4460 Commissario della Infanteria della Chiesa. 
Nel XVI Conto Tolomei ebbe i primi onori nella vittoria del 4526, Giro- 
lamo Mino e Rondo pugnarono nelle ultime guerre che desolarono la pa- 
tria loro; Lodovico, Tolomeo e Quintilio appartennero al Corpo dei 400 
gentiluomini d'arme del Gran Duca Cosimo, ed i frati Mario, Flaminio, 
Fausto ed Annibale imbrandirono la spada per la Croce di S. Giovanni. 



TOLOMKI 7 

iNel \\ll Secolo troviamo Gì B. di .Incorno (ramo Pistoiese) alfiere dei 
cavitili del Gran Duca Cosimo (l(>12). Luigi di Curio nel 4(i7<> servì il 
conte di Belgiosn in Fiandra 6 per le piove di valore date durante quel- 
1' epoca venne chiamato dal Governo Pontificio al coniando generale Spiag- 
gia Romana verso l'Adriatico: tornato poco dopo in Fiandra vi condusse a 
moglie Adriana Mermer d' Archeval, contessa di Morte gn e, e vi I raspollò nel 
78 la propria famiglia. Claudio di Filippo servì volontario nelle armate del- 
l'Imperatore Leopoldo in Transihania, fu capitano di una compagnia di 
dragoni., poscia tenente colonnello nel reggimento Neiperg. La Corte di 
Vienna lo nominò conte d\ Lippa in benemerenza dei servigi prestati. Tor- 
nato d'Alemagna, Cosimo III lo volle castellano di Grosseto. La morte lo 
colpì Governatole delle armi della Val d'Elsa. Accennati brevamente i no- 
mi di quelli che maggiormente si segnalarono nelle cose militari,, diremo 
ora alcune parole di quelli che si meritarono il titolo di benefattori del- 
l' umanità, per la munilicenza delle loro azioni, o vennero in fama per al- 
tre nobili cause. 

Abbiamo da un Contratto che trovasi negli Archivi come nel 1259 
questa famiglia donasse il suolo per erigere la chiesa dei Servi. Sap- 
piamo pure che venendo a morte nel 4289 Pestaglio di Tavena volle che 
il suo ricchissimo patrimonio diviso in tre parti, fosse elargito allo spedale 
della Misericordia, alle Monache trafisse, ed alla Madonna sotto lo spedale. 
Re Roberto di Napoli e sua moglie reduci nel 4310 da Avignone, presero 
alloggio nel loro passaggio da Siena nelle case di Granello. Francesco di 
Antonio impiegò immense somme all' erezione di uno spedale a Buoncon- 
vento, e provvide al sostentamento de' poveri Sacerdoti. Il cavaliere Giro- 
lamo d'Aldobrandino fu uno trai primi a Siena che nel 1492 favorissero 
l'istituzione di soccorrere ai vergognosi. Celso nel 4260 impiegò l' intiero 
suo patrimonio a fondare in Siena il Collegio dei Nobili. 

Giunti a questo punto, noi non sapremmo come meglio dar termine ad 
una si lunga serie, piuttosto di nomi, che di fatti ( non consentendoci i 
limiti del nostro Sommario la narrazione di molti avvenimenti storici che 
avrebbero potuto mettere in più chiara luce la nobiltà e grandezza di que- 
sta famiglia ) che consacrando una parola di compianto all'infelice Pia de 
Tolomei di cui Dante nel suo Purgatorio mandava il nome alla posterità, 
ed a cui le muse di tutti i Secoli posteriori diedero onorevole tributo di 
decorosa memoria. Moglie a Nello Pannocchieschi, fu esempio di illibata 
fede coniugale : morì vittima dell' amore effrenato del marito per la Con- 
tessa Margherita. 

La famiglia Tolomei ebbe la signoria in Toscana dei Castelli di Tre- 
quanda, e di Tocchi, delle fortezze di Micciano, Argiano, Monte Capraia, 
delle terre di Montegiovi, Porrona, Macciareto, Poggio alle mura, Cam- 
pagnatico, Travole, Gerfalco, Casliglioncello del Torto Casso, Montieri, 
Monte Lestri, Montepescali, Le Vergine, Lucignano d'Asso, Monteingegno- 



8 TOLOMEl 

li, Vico di Maremma, Civitella, Belforte, Castellina, Montalceto, Potentino, 
Castel della Selva, e di parte di Magliano, Monlemerano e di Prata. 

Nelle Puglie possedette Olranto, Idrunti, Bari, Raehel, Gnemo, Listo 
e Felino. 

In Fiandra la Contea di Mortagnee ed altri Castelli. 

In Ungheria la Contea di Lippa. 

Essa godè fino dall' epoca in cui Raimondo fu Senatore, del patriziato 
Romano. 

Questa famiglia è rappresentata attualmente dal Conte Bernardo che 
ricuopre la carica di Gonfaloniere della Comunità di Siena. 

F. Galvani. 

SCRITTORI DAI QUALI Si È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA 



Le notizie risguardanti questa genealogia furono tratte dal gigli, dal 
TOMMASI, dal malevolti, e da altre cronache Senesi. 




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TORLONIA 

(di Roma) 



Quando noi imprendemmo la pubblicazione di queste pagine, non 
fu mai nostro intendimento che esse servissero soltanto a sfogo di par- 
ticolari ambizioni o quasi emporio di vigliacche e servili adulazioni, incen- 
sando i presenti, ma che si cercasse nelle avite memorie dei loro antenati, 
di erigere loro un monumento di gloria di cui fossero privi. Unico nostro 
pensiero fu quello di dar lode onesta a tutti coloro che o per virtù 
private o cittadine diedero onoranza all' Italia e per tal modo si resero 
benemeriti ed illustri. Scegliemmo è vero, nelle prime nostre pubblicazioni 
quelle Famiglie che anche fino da tempi remoti seppero accoppiare la no- 
biltà del blasone, a quella delle opere, ma non ne creammo un privilegio. 
La nobiltà per noi si contempla sotto un duplice aspetto ; quella che 
riceviamo per un lungo seguito di avi che illustrarono la patria terra, 
nobiltà che ci impone gravi e solenni doveri, quelli cioè, di perpetuarne 
nei nostri figli i gloriosi esempi ; e la nobiltà che ci viene dalle opere no- 
stre, e che è compenso di una vita illibata e benemerita della società, 
o nasce, dalla elevatezza dello ingegno, nobiltà acquisita non per tradi- 
zioni, ma dovuta a noi stessi. Quale delle due ci appaia più grande, quale 
ci crei maggiori obblighi, noi non diremo : ci sono sacre entrambe. 

Queste cose abbiamo oggi voluto dire parlando della Famiglia dei 
Duchi Torlonia che deve soltanto l' immenso splendore che la circonda 
attualmente alle preclare virtù di alcuni suoi individui che fiorirono al 
cominciare di questo secolo, che molti conobbero, e di cui buona parte 
ancora vive gloriosissima vita. Arduo compito è il nostro, poiché a giudici 
delle nostre parole avremo intero il popolo Romano, ma un tale giudicio 
non ci spaventa, poiché la coscienza che abbiamo del nostro operato, e 
F imparzialità dei nostri apprezzamenti ci sarà guida a scernere il vero, 



T0RL0N1A DI ROMA. 

non preoccupati da altro principio che quello di farne parte ai nostri 
lettori. 

Primo di questa Famiglia ad ottenere il patriziato Romano con Se- 
natus-Consulto del 13 gennaio 1809, fu Don Giovanni Torlonia che 
Roma altamente apprezzava per egregie virtù, e per quella straordinaria 
larghezza d'animo a vantaggio della sventura, che avvicina tanto la Crea- 
tura al Supremo Creatore. Possessore di larghissimi censi, esso acquistava 
nel 1813 dal principe Pallavicini, l'ex feudo di Civitella Cesi, trasferen- 
tegli tutti i diritti, privilegi, immunità, dominii, e giurisdizioni inerenti a 
tale grandioso acquisto. Fu a causa di ciò, ed in benemerenza ancora della 
singolare devozione addimostrata da Don Giovanni alla S. Sede, che il 
Sommo Pontefice Pio YII con chirografo dei 14 ottobre 1814 lo elevava 
alla dignità di Principe di quel Castello e sue adiacenze, estensibile ai di 
lui legittimi eredi, accordandogli tutte le singole privative, preminenze ed 
onorevoli insegne concesse agli altri Principi, con privilegio Apostolico, 
e suprema imperiale e reale podestà. Onorato di tante distinzioni che gli 
assicuravano un posto così eminente nel Principato Romano, lungi dal- 
l' inorgoglirsene, esso null'altro cercò che raddoppiarne i pregi servendosi 
dell'alta sua posizione, e delle molte sue ricchezze a sollievo sempre mag- 
giore dell' umanità sofferente, ed a decoro di quel principio religioso che 
era a lui insito nel cuore. Esempio di ogni maniera di virtù al Patriziato 
Romano, singolarissimo era pure il suo affetto per la propria famiglia che 
esso amava di amore piuttosto unico che raro. Né sia prova che volendo 
assicurare al di lui secondogenito Don Alessandro una posizione che nulla 
avesse ad invidiare a quella di Don Marino suo primo nato, istituì un'am- 
pia secondogenitura a di lui favore, composta tra gli altri beni, del prin- 
cipato di Civitella Cesi ; disposizione che la Santità di Gregorio XYI con 
suo chirografo del 7 luglio 1840 solennemente collaudava e funzionava 
in vista delle singolari prove di figliale devozione che fino da quell'epoca 
Don Alessandro aveva dato alla S. Sede, e quale meritato compenso alle 
rarissime doti che ne informavano l'animo. Don Alessandro veniva così 
insignito del principato di Civitella Cesi, trasmissibile ai suoi eredi pri- 
mogeniti, nell'epoca auspicatissima in cui sposavasi a Donna Teresa prin- 
cipessa Colonna di Paliano , donna di nobilissime virtù e di esemplare 
religiosità. 



TORLONIA DI ROMA. 

Non molto dopo il Duca Giovanni acquistava dalla illustro Fami- 
glia dei principi Odoscalchi il Ducato di Bracciano col diritto di rivor- 
sabilità ai suoi discendenti , diritto che si convertiva in atto nel 1847 
quaudo esso ne investiva il primogenito Don Marino a cui il cospicuo 
matrimonio colla eccelsa Duchessa Donna Anna Sforza Cesarmi aveva già 
recati in dote i Ducati di Poli e di Guadagnolo. Nello stesso tempo la 
Santità dell'attuale Pontefice Pio Nono lo sollevava al titolo di Duca Eo- 
niano trasferibile per legittima discendenza ai di lui successori. 

Se la morte del Duca Giovanni fu un lutto per l'universa Eoma 
che perdeva in lui uno de' suoi più cospicui personaggi, questo lutto si 
fece anche più sensibile a quella di Don Marino avvenuta il 30 settem- 
bre 1865. Figli di Don Marino furono il Principe Don Giulio nato nel 
1824, e Don Giovanni che ebbe vita il 22 febbraio 1831. Quest'ultimo 
fu cultore gentilissimo dei buoni studi, e proteggitore magnanimo dei cul- 
tori di quelli. Legato in amichevoli relazioni con molti uomini di lettere 
in Italia, noi pure fummo tra coloro che egli tenne nella sua benevolenza 
e la sua memoria sarà per noi una delle più care e venerate ricordanze 
della nostra vita. Durante la sua permanenza in Firenze egli pubblicava 
pei tipi Le Monnier un elegante volumetto di delicatissime rime che tutte 
svelavano la bontà del di lui cuore, l'elevatezza dei suoi sentimenti, lo 
studio indefesso che egli aveva fatto sui nostri classici Autori. Molti gior- 
nali ne parlarono con aperta lode e 1' estensore di queste storiche illu- 
strazioni ne tenne lunghe ed onorate parole nel suo Indicatore. Sposatosi 
alla figlia di Don Bartolomeo dei Principi Ruspoli, non potè godere a lungo 
delle gioie domestiche che gli apprestava l'amore della famiglia, poiché mor- 
te lo toglieva ai viventi in giovanissima età. Pegno di questo bene auspica- 
to imeneo rimane il figlio Don Clemente nato il 14 novembre del 1852. 

Il principe Don Giulio, Duca Romano, era di 7 anni maggiore al 
Duca Giovanni. Giovane di eletto ingegno pur esso, si unì in matrimonio 
all'egregia Donna Teresa dei principi Ghigi Albani, figlia a quel principe 
Don Sigismondo che la Santità dell'attuale Pontefice nominava a Mare- 
sciallo di Santa Chiesa ed a Custode del Conclave. Frutti di questa for- 
tunatissima unione sono Don Carlo Leopoldo che trasse i natali nel 1851, 
Don Augusto nato nel 1855, Don Onislao nel 1856, Don Marino nel 61, 
e per ultimo Don Guido nel 1865. 



TORLONIA DI ROMA. 

Eappresentante attuale di questa Famiglia principesca è Don Ales- 
sandro Principe di Civitella Cesi di cui tenemmo più volte onorata men- 
zione in questi brevissimi cenni. Uomo di versatile ingegno e di mente 
speculativa, esso ama in modo singolarissimo le arti e le scienze e ne 
incoraggia con altissimo patrocinio i cultori delle medesime. Educato a quei 
severi principii che non conoscono né ambagi né irresolutezze per rag- 
giugnere la santità dello scopo a cui sono chiamati, Don Alessandro è 
il tipo del vero Gentiluomo Cristiano, che nei dettami inconcussi di no- 
stra Augusta Eeligione, e nella loro piena osservanza, trova quella feli- 
cità che altri va cercando invano nelle intemperanze d'ogni maniera di 
una vita che fugge. Non vi ha intrapresa artistica in Roma che non ab- 
bia a suo Mecenate Don Alessandro Torlonia, non vi ha pio Sodalizio che 
non trovi nell'animo benificentissimo dell'egregio Principe, largo conforto 
di aiuto, non vi ha sventura di cui avutane notizia, non abbia per opera 
sua asciugata una lagrima : né è in lui pompa alcuna del benefizio, che 
esso anzi ne vorrebbe perfino dimenticata la memoria. Eoma venera in lui 
non già uno tra' suoi più potenti patrizi, ma il di lui più amoroso benefat- 
tore. Se questo non è il trionfo della vera nobiltà quale potrebbe esserlo ? 

È a lui pure dovuta la felice idea di alcune escavazioni, che arre- 
carono ottimi risultati, per ordine suo operati nel Ducato di Cesi, e il 
prosciugamento del Lago di Fucino opera grandissima inutilmente tentata 
dagli antichi romani. 

E pure fiore di fulgidissime virtù e di cristiane perfezioni Donna 
Maria Luisa sorella al principe Alessandro e nata nel 1804. Strettasi 
nel 1823 in nodo coniugale col Principe Don Domenico Orsini XVIII 
duca di Gravina, Assistente al Soglio Pontificio, non vogliamo trascurare 
di citare i nomi dei figli che allietarono queste nozze : essi sono Donna 
Giacinta nata nel 1825 e che venne condotta in moglie dal Conte Au- 
gusto Gori Pannilini di Siena ; Donna Teresa nata nel 1835 e che sposò 
nel 1853 il Principe Don Enrico Barberini di Roma ; Donna Beatrice 
che ebbe i natali nel 1837 e fu menata in moglie nel 1857 dal Mar- 
chese Urbano Sacchetti di Roma, e Don Filippo principe di Roccagorga 
nato nel 1842 che si legò in matrimonio nel 1865 con Donna Giulia 
figlia del fu Conte dell' Impero Enrico Hoyos di Springenstein. 

C. F. G. 





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TORRIGIANI 

(di Firenze) 



Quantunque diverse fossero in Firenze le famiglie Torrigiani nei tempi repub- 
blicani e sotto il principato, tutte però derivarono in origine da Messer Torrigiano 
di Guido di Orlando, cui fioriva nei primordi del secolo XIII; e sebbene egli avesse 
lunga serie di antenati, pure la famiglia Torrigiani non prese questo nome, dal suo 
autore, che nel secolo suddetto allorquando tufte le famiglie nobili assunsero i respet- 
tivi loro casati. Di queste famiglie, ammesse tutte al godimento dei magistrati, una 
si estinse in Bartolommeo di Giovanni morto nel 1809. 

Appartenevano a questa Guido e' Gherardo, i quali si trovarono entrambi alla 
battaglia di Montaperti, ove Gherardo capitanava gli Uomini di S.'Gervasio a Pe- 
lago, e Torrigiano celebre medico e filosofo, cui lesse nell'Università di Parigi, 
e finì la sua vita tra i Certosini — Il suo Ritratto, fatto scolpire in marmo da Bac- 
cio Valori, esiste nella facciata del Palazzo Altoviti, già Valori, in Borgo degli .41- 
bizzi. 

Gli antenati dell' attuai famiglia Torrigiani incominciarono a figurare pei pub- 
blici uffici e dignità magistrali verso la fine del secolo XIV, ove si scorge che: 

Benedetto di Ciardo, dopo di essere slato per ben due volle Priore, fu eletto 



■2 TORRIGIANI 

Gonfaloniere di Giustizia nel 1380. — Quindi successivamente, al dire del Priorista 
Segaloni, siederono neh" eccelso Magistrato dei Priori : 

Marco i.el 1389. 

Giano nel 1438. 

Giovanni nel 1448. 

Gialdo nel 1454 e 

Guido nel 1462. — Giovanni e Guido particolarmente si distinsero, il primo 
siccome prode nel mestiere delle armi, mentre era capitano nelle milizie della Re- 
pubblica, l'altro per saviezza di consiglio nelle pubbliche contingenze e per perizia 
nelle cose del Governo, che gli furono affidate come Magistrato. 

Marcinone Torrigiani, nobile fiorentino è stato collocato tra gli antichi Poeti 
Toscani da Giov. Mario Crescimbeni nel Libro quarto della poesia, e da Leone Al- 
iaci nella sua raccolta dei più vetusti Poeti. 

Luca fu prode Capitano delle milizie repubblicane, e si segnalò in vari fatti 
d' arme, sostenuti nel 1512 per ridurre ali ubbidienza alcuni castelli che si erano 
ribellati al dominio della Repubblica fiorentina. 

Raffaello di Luca nel 1532 occupava il supremo magistrato detto dei 48, che 
poi si dissero senatori. — Da questo magistrato si deliberavano le leggi, si pone- 
vano le imposizioni dei danari, si eleggevano i Commissari e gli Ambasciatori, e 
gli uffici di fuori di maggiore importanza. 

Cammilla di Luca fu donna di grande considerazione, pei suoi talenti, e per 
le doli veramente peregrine di cui era adorna, per cui fu degna di esser distinta 
fra le prime matrone fiorentine de' suoi tempi. 

Ma la illustrazione dei Torrigiani è tutta moderna, poiché avendo essi avuto 
propizia nel commercio la sorte, acquistarono ricchezze considerevoli nei tempi me- 
dicei, acquista lido altresì lustro e decoro in tempi più a noi vicini mediante alcuni 
chiarissimi personaggi che fiorirono in questa famiglia, la quale salì poscia a quel- 
lo splendore in cui adesso si trova. 

Raffaello integro e prode cittadino, si fece distinguere per la sua liberalità a 
prò dei bisognosi, e per la sua grandezza d' animo, mai sempre volto a favore della 
umanità ; e laddove si proponeva lì istituzione di opere pie e filantropiche, egli 
voleva esserne sempre partecipe. Fioriva primordi del secolo XVII. 

Luca di Raffaello fu Arcivescovo di Ravenna, e dopo di aver retto per alquan- 
ti anni quella Diocesi, morì compianto dai suoi diocesiani, cui si era piaciuto sem- 
pre beneficare nell' anno 1669. 

Carlo suo fratello fu eletto Senatore nel 1657. — Egli comprò la Baronìa di 
Decimo, eretta nel 17Ì9 ili Marchesato a favore di suo figlio. 

Marchese Giovan Vincenzio fu uomo di grande considerazione, ed accettissimo 
al suo Sovrano. 

Luigi suo figlio, percorsa iti Roma la carriera prelatizia, ottenne la porpora 
cardinalizia nel 1753. — Egli era uomo di grande dottrina, e pe' suoi meriti sin- 
golarissimi occupò la eminente carica di segretario di Stalo di Clemente XIII. 
Mancò alla vita il dì 6 Gennajo 1777. 

Questa famiglia si è imparentata colle più chiare ed illustri prosapie degli 
Slati Toscano e Pontifìcio, e fra le altre dignità e onorificenze cavalleresche da 
essa ottenuto, vi è pur quella dell' abito militare della nobilissima commenda di 
Malta, goduta nel 1705 in persona di Luca Maria Gaetano Torrigiani, come c«- 
sìa dal libro del Priorista Monaldi. 

La gonerosa pietà di questa Casa nel 1703 volle assumersi il patronato' della 
Chiesa di S. Lucia sul Prato, che pria av: vaio i Padri delle JYfissioo'. 



TOItltHilAM 3 

Rappresentano oggi iu Firenze questa illustre schiatto i Marchesi 

Luigi e 

Carlof rateili Torrigiaui, i quali, godendo ili un' immensa fortuna, e non dige- 
mri dai loro maggiori, si piacciono nell'esercizio di quelle virtù cittadine, che som. 
l'emblema della vera nobiltà, e che grandemente li contraddistinguono fra i loru 
concittadini; ma crederei non far cosa grata alla conosciuta loro modestia l'ag- 
giungere Ogni altra parola a loro riguardo. 

ABBIAMO TRATTO QUESTI CENNI 

Dalle storie fiorentine del Varchi, Cavalcanti e dell'Adriani. — Dall'opera la- 
lina intitolata: — Italia sacra deirUghelli — dai Priorisli Mariani o Segaloni — e 
dalla storia degli scrittori fiorentini del Negri. 




TORRIGIANI DI PESC1A 



THE LIBRARY 

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UNIVERSITY C>| lll"^ 



TORRIGIANI 



(di Peseta) 



La Famiglia Torrigiani originaria di Pescia è una tra quelle che 
per vari secoli giungendo fino ai di nostri tennero il primo vanto e for- 
marono il precipuo decoro della loro terra natale. — A prova delle 
nostre asserzioni citeremo alcuni nomi le cui gloriose gesta vennero a 
noi conservate dallo storico Francesco Galeotti le cui Cronache mano- 
scritte si trovano giacenti nella Biblioteca di quel Capitolo, ma che noi 
brameremmo, con opportune illustrazioni veder pubblicate per V abbon- 
danza di preziose notizie di cui esse ci hanno conservata memoria, e 
che oggi sono patrimonio di pochi. 

Giovanni di Chele di Gannuccio Torrigiani quando le armate del Vi- 
sconti nel 1491 minacciavano di invadere la Valle di Nievole ove è si- 
tuata Pescia, dopo che il Municipio di quella città ebbe munito di forti- 
ficazioni il paese, venno spedito col titolo di Contestabile in unione di 
Mar tinello di Giovanni, ad opporsi alle armi irruenti del Signor di Milano. 

Paolo di Papo, di Piero,, di Francesco, Torrigiani, in compagnia 
di Francesco di Giovanni di Gherardo, di Giuliano, di Niccolao del Bor- 
rino, e di Francesco di Luca .-di Biagio col titolo di Contestabili, avendo 
ciascuno di essi sotto i suoi ordini, buona mano di armati, si recò nel 
1495 in aiuto dei vicini abitanti di Pietra Buona che versavano in gravi 
angustie e timori per le bande armate dei Pisani che invadevano il loro 
territorio, li molestavano negli averi, facendo buona mano di prigionieri. 

Giovanni Torrigiani sei anni dopo fece parte di quegli armigeri che 
il Comune di Pescia, correndo epoche tristissime per le intestine discor- 
die, decretò che percorressero il territorio Pesciatino, a tutela dei rac- 
colti e dell' ordine pubblico, e fu a sua volta eletto Contestabile dei me- 



TORRIGIANI DI PESCIA 

desimi, come lo furono a vicenda Stefano di Michele Saverino, Antonio 
di Duccio, e Paolo da Villano, ufficio che egli tenne con tanta soddisfa- 
zione di quel Comune da meritargli di essere trascelto a comandare le 
milizie cittadine che erano destinate ad opporsi all' ingresso per la Val 
di Nievole delle armate Francesi che calavano in Lombardia, e poscia 
1' anno dopo a difendere a capo delle sue milizie alcuni del territorio che 
potevano presentare più facile adito ad una invasione nemica. 

Nella guerra che la Repubblica Fiorentina sostenne nel 1529, Pie- 
tro Torrigiani nominato Capitano nelle armi che il Comune di Pescia spedì 
in soccorso dei Fiorentini, si distinse valorosamente pel suo nobile ardi- 
mento e per la sua perizia nel guerreggiare. E tanta fu la sua valentia 
che Giovanni de' Medici, più volgarmente cognito sotto il titolo di Gio- 
vanni dalle Bande Nere, gli assegnava il comando di una Compagnia di 
fanti nei 1559, e in seguito lo nominava Capitano della banda del Pog- 
gio Imperiale. 

In sulla metà del secolo XVII divisasi la Famiglia Torrigiani in due 
rami, uno di questi rimase in Pescia, 1' altro pose stanza in Borgo a 
Buggiano. 

Appartenne al primo ramo nel 1751 queir insigne Cav. Francesco 
Torrigiani che fu uno dei più celebrati medici della sua epoca, e che 
il Granduca Ferdinando III di Toscana tenne a suo Archiatro. Esso fu 
1' ultimo stipite' di quel ramo, poiché frutto del suo matrimonio fu la sola 
Giuditta, donna di eultissimo ingegno e di rara avvenenza che venne 
menata in moglie dal conte Felice Guinigi di Lucca. 

Il ramo che aveva stanza a Borgo a Buggiano ebbe pure varie di- 
ramazioni : una fissò la sua dimora in S. Miniato al Tedesco e si spense 
nel cominciare di questo secolo; una seconda che non aveva voluto ab- 
bandonare il Castello di Borgo a Buggiano ebbe pure non lunga durata 
poiché nella morte di Giovanni essa pure si estinse. Rappresentano oggi 
la terza i due fratelli Antonio e Luigi che nel 1847 abbandonarono la 
loro terra natale fissando loro domicilio in Firenze. 

Antonio cultore pregiatissimo delle nostre lettere; vesti V abito sa- 
cerdotale e divenne ben presto profondo nelle scienze ecclesiastiche. E 
fu alla fama acquistatasi in queste, e nelF esercizio delle più belle virtù 
se la insigne Collegiata de' Canonici della Basilica di S. Lorenzo si chia- 



TOHRIGIANI DI PESCIA 

mò onorata di averlo nel proprio seno, e se molte Accademie cospicue 
di Italia fregiavano del suo nome 1' albo dei loro soci. Abbiamo di lui 
alle stampe la Storia del Castello della Val di Nievole, lavoro impor- 
tantissimo per le peregrine notizie che racchiude; la Storia dei Nove Pii, 
libro in cui non sappiamo se più si appalesi o la somma erudizione, o 
F animo religiosissimo del suo Autore Clemente Vili e il processo crimi- 
nale di Beatrice Cènci, non che altri scritti di minor peso, ma tutti elegan- 
tissimi per dizione e per lo scopo santissimo a cui sono informati. 

Luigi ebbe a maestro nelle lettere latine, e negli studi letterari un 
sacerdote modesto per fama, ma di moltissima dottrina e pietà, Don Rai- 
mondo Quirici parroco di Stigliano, e vi fece notabilissimi progressi, che 
in breve tempo, compiuto il corso degli studi superiori e legali gli di- 
schiusero facile la via agi' impieghi municipali, colle scorta dell' insegna- 
mento e dei consigli del Dottor Gustavo Disperati, che in fatto di giuri- 
sprudenza amministrativa era salito in bellissima fama nella sua qualità 
di Cancelliere del Comune del Galluzzo. 

Dopo avere sotto la direzione del Disperati disimpegnati con rara in- 
telligenza e splendido acume di ingegno alcuni uffici di fiducia designatili 
nella Cancelleria del Censo del Galluzzo, essendo nel 1849 vacante il po- 
sto di Segretario del Comune del Bagno a Ripoli, concorse per ottenerlo. 
Chiamato a fungerlo provvisoriamente nel 1849, ne ottenne la nomina 
definitiva nel 1850. 

Destinato nel 1852 a tenere in via provvisoria il segretariato ancora 
dei Comuni del Galluzzo e di Casellina e, Torri, benché quello soltanto 
del Bagno a Ripoli lo richiedesse di moltissime cure, esso si sobbarcò 
volonteroso, e lo sostenne con tanto decoro, da essere nominato nel 1853 
a Segretario effettivo di Casellina e Torri, senza che un tale ufficio lo 
avesse a distogliere dal primitivo impiego di Segretario del Comune di 
Bagno a Ripoli. Riconfermato per tre volte nel corso di un novennio a 
questo ultimo posto, a tenore della Legge Comunale Toscana, il di lui 
ufficio divenne inamovibile ; e ciò forma il più beli' elogio che per noi 
fosse possibile di fargli della sua perizia amministrativa. Altra dimostra- 
zione di onore gli tributava pure quel Municipio che volendo tutta per 
se usufruttuata 1' opera vantaggiosa del Torrigiani, con sua deliberazione 
emessa nel Novembre del 1866 gli assegnava per stipendio oltre lo emo- 




TORRIGIANI DI PESCIA 

lumento che riceveva come Segretario di quel Comune quello ancora che 
gli aveva conferito il Comune di Casellina e Torri coli' obbligo di rinun- 
zia al segretariato di quest' ultimo Municipio, rinunzia che venne accolta 
con vivissimo dolore da quel Comune che gliene espresse nei modi più 
favorevoli la propria condoglianza e 1' alta sua soddisfazione per gli uti- 
lissimi servigi da lui prestati in tale gestione. 

Né a queste sole si limitano le pubbliche testimonianze di stima pro- 
digategli dalle Autorità superiori, che il Gonfaloniere di Bagno a Ripoli 
nel 1860 gratifìcavalo di una Medaglia d' argento per le solerti cure da 
lui prestate nell'epoca del Plebiscito Italiano: il Ministro delle Finanze 
nel 1864 e nel 1865 congratulavasi vivamente con lui in due onorevolis- 
simi dispacci dello zelo e della valentia adoperati in alcuni lavori intesi 
a rendere più agevole 1' applicazione di varie tasse ed il Ministro della 
Guerra gli esternava nel 1865 la propria soddisfazione per 1' opera da 
lui prestata a proposito della Leva Militare. In detto anno il Comune di 
Casellina eleggevalo a far parte de' suoi Rappresentanti alle Feste del 
Centenario di Dante, e nel susseguente la Maestà del nostro Re nomi- 
navalo a Cavaliere dell' Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro per essersi 
lungamente adoperato alla Statistica Officiale del Regno. 

Nominato nel 1867 membro del sesto Congresso Internazionale di 
I Statistica la cui convocazione ebbe luogo in Firenze, due anni dopo lo 
troviamo ascritto in qualità di Socio corrispondente all' Accademia dei Ra- 
gionieri di Bologna, e per 4 volte eletto dalla Prefettura di Firenze a 
far parte delle Commissioni destinate all' esame degli aspiranti all' ufficio 
di Segretario Comunale. 

Il Torrigiani è autore pure di varii scritti di non lieve importanza 
tra i quali citeremo un Commento sugli ordini della Guardia Nazionale 
Mobile dato in luce nel 1862, una Lettera al Ministro delle Finanze sulla 
unificazione della legislazione per d' esazione delle imposte dirette, una. 
memoria sulla. riforma della legge comunale e provinciale, alcuni scritti 
letti al Congresso di Statistica, sulV organamento della Statistica attuale 
e sulla determinazione della popolazione degli Stati, un' Agenda Mu- 
nicipale, ed un trattato pratico dello Stato Civile, pella Statistica e del 
registro della popolazione pLbblicato nel 1867. Esso sta ora componendo 
nelle poche ore, che il laborioso ufficio che esso tanto lodevolmente di- 



i 



TORRIGIANI DI PESCIA 

simpegna gli lascia libere, la Monografìa del Comune di Bagno a Ripolì. 

amantissimo dolio arti bello, devesi a lui la scoperta nella Badia di Ri- 
poli di uno stupendo affresco del Poccetti, e se nella facciata della Villa Mac- 
cbiavelli a Baroncelli venne posta una lapide rammemorante il 4." an- 
niversario del centenario di Macchiavelli. Esso caldeggiò più che altri mai 
la fondazione di una biblioteca popolare come oggi coadiuva di ogni ma- 
niera «inolia di una Società per la costruzione di opere edilizie in quel 
Comune. Dio conservi per lungo tempo una vita così operosa e destinata 
al pubblico bene. 

Conte F. Galvani. 



TREDICINI 



..mobile ed antica famiglia Piacentina, fa da S. A. R. PIn- 
fante di Spagna don Ferdinando di Borbone, Duca di Parma e 
Piacenza, elevata al marchesato, ed in pari tempo investita dei 
Feudi di Boflalora, Cantone, Verdeto e Montecanino. — Ora 
questa famiglia si è trasportata in Ghamberì, capitale della Savoja, 
a motivo dell' avere il M. se Carlo Tredicini, unico superstite ma- 
schio di questa casa, ereditato con disposizione testamentaria dallo 
zio suo materno Marchese di Sanseverino ultimo di questa illu- 
stre e nobilissima Savoiarda famiglia, oltre al ricco suo patrimonio, 
anche i titoli e i diritti gentilizi ad essa spettanti, coli' obbligo di 
unire al proprio cognome quello di Marchese di Sanseverino. 

II Marchese Carlo Tredicini di Sanseverino tuttora vivente 
si è ammogliato colla nobil dama Marchesa Ines de Pontéves Du- 
chessa de Sahrun. 

Da questo illustre matrimonio ne sono venuti tre figli ma- 
schi, per nome Ettore, Edoardo, Enrico, e questi sono ora gli 
unici rappresentanti delle nobili famiglie Tredicini de Sanseverino, 




TKEYIiS JNO UlVICElSraA 



1HE UBBMW 



TRINCI 



(di Foligno) 



Allorquando Federico II nel 1240 penetrando nell' Umbria venne 
ricevuto in Foligno con gioia di quegli abitanti, Corrado Trinci, che 
aveva avuto tante contese con quel Re dovè fuggire. I Trinci profes- 
savano legge longobarda, e nel territorio di Foligno eressero un mo- 
nastero che vi alloggiarono i Benedettini, e del quale Corrado godè 
il patronato. 

Suoi figli furono : 

Corrado che seguendo il partito ghibellino si trovò alla corte di 
Corrado di Svevia; di Manfredi di lui fratello e successore del regno 
di Sicilia; e di Percivalle D'Oria nella Marca d'Ancona. Nel 1266 
dopo la battaglia di Benevento prese servizio nell' armata navale di 
Corradino di Svevia contro Carlo I d 1 Anjou. Dopo la battaglia di Ta- 
gliacozzo fece ritorno nell 1 Umbria dove fu nominato nel 1288 podestà 
di Foligno, e nel successivo anno Legato a Perugia. 

Bernardo anch' esso accompagnò il D' Oria nella Marca d'Ancona, 
e assistè nel 1268 alla battaglia di Tagliacozzo ; e 

Trincia che fu per 10 anni vicario del rettore di Foligno. Espulso 
dopo quest' epoca da Anastasio degli Anastasi vi ritornò col grado di 
podestà, e conciliò le vertenze de' suoi concittadini coi perugini : morì 
nel 1298. 

Berardo figlio di Corrado si trovò nel 1321 alla presa di Asisi. 



TRINCI DI FOLIGNO 

Trincia suo nipote nel 1386 fu podestà di Firenze, e il figlio di 
questi per nome Rinaldo fu canonico della cattedrale di Nocera, e ret- 
tore di Cassignano nell' Umbria — 

Da Trincia nacquero : 

Ugolino divenuto gonfaloniere di giustizia e capitano del popolo 
per la morte del fratello. Nel 1321 andò alla spedizione di Assisi, e 
1' anno dopo a quella di Spoleto. Nel 1329 venne nominato giudice 
delle appellazioni, e nel 1334 podestà. — In quell'anno s'impossessò 
di Bevagna, e nel 1338 passò da questa all' altra vita. 

Nallo capo del partito guelfo, con un colpo di mano s'impadronì 
di Foligno nella notte del 29 giugno 1305 assaltando il Comune e 
scacciando il Confaloniere Corrado degli Anastasi. Morì nel 1321 lasciando 
10 figli dei quali ci piace citare i seguenti: 

Pietro che fu in Avignone presso la corte pontificia in qualità di 
Camarlengo del sacro collegio, e nel 1306 venne nominato vescovo di 
Spoleto dove morì nel 1320. 

Ciolo nel 1338 podestà di Gualdo de' Cattani. 

Offredo capitano e giudice d' Orvieto nel 1337. 

Ugulino confaloniere di giustizia e Capitano del popolo. Accom- 
pagnò a Napoli Lodovico d' Anjou d' Ungheria, dal quale venne fatto 
cavaliere. 

Paolo canonico di S. Giovanni Profiamma, poi canonico e priore 
della cattedrale di Foligno, e nel 1326 eletto vescovo di quella città, 
e finalmente : 

Corrado nel 1323 capitano del popolo d'Orvieto; nel 1330 podestà 
di Firenze, nel 1334 Confaloniere e Capitano di Bevagna; nel 1338 suc- 
cesse allo Zio Ugolino nella Signoria di Fuligno, dove poi venne no- 
minato podestà, passando in ultimo al Capitanato di Siena dove morì 
nel 1343. 

Paolo vestì 1' abito di san Francesco. Fondò V ordine dei Minori 
Osservanti detti Zoccolanti, e molti altri conventi in Italia, e nel 1370 
istituì la riforma delle terziarie Francescane. Morì nel 1391, e viene 
dai frati Zoccolanti venerato tra i loro Beati. 

Francesco suo fratello anch'esso indossò le sacre lane'dell'ordine 
di S. Francesco. 



TRINCI DI FOLIGNO 

Giacomuccio fu podestà di Monte fai co nel 1398 — 

Rinaldo da priore della cattedrale di Foligno venne eletto vescovo 
di quella città. 

Altro Trincia fu Confaloniere e Capitano di Foligno. Urbano V lo 
investì per 10 anni vicario pontificio. Nel 1371 fu nominato generale 
della Chiesa e confaloniere del ducato di Spoleto. Gregorio XI gli 
donò la terra di Bevagna. I fratelli Brancaleoni sollevarono il popolo 
ed assalito il palazzo di Trincia lo uccisero e gettaronlo dalle finestre. 

Corrado intesa 1' uccisione del fratello da Anagni si portò nel- 
1' Umbria e nel 6 decembre 1377 potè rientrare in possesso di Foligno. 
Fu uomo crudelissimo e dopo aver fatto morire un centinaio di Foli— 
gnati pose a ferro e fuoco Bevagna. Urbano VI lo nominò Vicario di 
S. Chiesa. 

Rinaldo e Corrado furono monaci benedettini in santa Croce di 
Sassovivo. 

Giacomo ebbe nomina di governatore di Rieti, dopo avere coperto 
altre cariche. Avendo commesso delle estorzioni venne processato ma 
non essendo state provate fu assoluto. Nuovamente arrestato morì nel 
1442 nelle carceri di Torre-di-Nona a Roma. 

Lucrezia morì badessa nel convento di S. Maria del popolo di 
Foligno. 

Onofrio da Bonifacio IX eletto vescovo di Foligno. 

Ugolino per eminenti servigi resi a Bonifazio fu premiato colla 
rosa d' oro. 

Viviana sposatasi a Berardo Varano Signore di Camerino il po- 
polo le uccise il marito e tutti i figli. 

Antonio eletto da Martino V abbate commendatario nel monastero 
di S. Crispolto. — 

Corrado figlio ad Ugolino fu uomo detestato per le sue crudeltà. 
Ingrato a tante grazie ricevute dai pontefici seguitò a commettere 
ogni sorta di nequìzie, ma finalmente rimasto prigioniero delle truppe 
pontificie fu tradotto a Spoleto, che restò vivo per miracolo stante la 
furia di quel popolo che gli gettò in faccia per dileggio ogni lordura, 
e da Spoleto tradotto nel castello di Soriano presso Viterbo nel 1441 
vi fu -strangolato unitamente ai suoi figli Nicolò e Ugolino. 



TRINCI DI FOLIGNO 

Marcobilla prese 1' abito del 3.° ordine di S. Francesco. Bartolom- 
meo e Niccolò nel 1421 furono uccisi nella Rocca di Nocera per opera 
del Castellano Pier di Tosilia. 

Cesare, Ugone e Francesco furono trucidati dal popolo nel 1439 
alla presa di Foligno per parte del Cardinale Vitelleschi. 

Rinaldo fu vescovo di Foligno fino al 1439 anno in cui fu distrutta 
la sua famiglia. Morì in Milano ultimo dei Trinci Del 1452. 



U. D. 




TRISS1N0 DA LODI 



ARY 
OF \K£ 
UNIVERSITY 6t ILLINOIS 



TRISSINO 



Annoverasi questa illustre Famiglia fra le primarie e più 
celebri di Vicenza (I). La sua storia meriterebbe per sé sola un 
trattato, ove si volesse indagare con essa quella dei Cimbri e si 
prendesse per base degli studii il suo albero genealogico. II suo 
cognome è geografico, e la confessione, che si trova in un suo 
epitaffio, di possedere le ricchezze dei Cimbri mette fuor di dubbio 
ch'essa appartenesse a quella nazione, fra cui primeggiò a suo tempo 
nelf importanza politica. E meravigliosa la sua pretesa di aver 
dato il suo nome alla valle di Trissina e non di averlo ricevuto. 
La storia romana tace e della famiglia Trissino e della nazione 
dei Cimbri, ma parla invece col mezzo delle sue lapidi e dei Drep- 
sinati e delle città loro, esistenti fino dai primi secoli dell' èra cri- 
stiana. Questo dimostra che 1' albero, in cui viene accampata la 
pretesa della famiglia, fu scritto ad un tempo in cui primeggiavano 
i galli e le loro usanze. L' albero dei Trissino è come un libro di 
Amico da Viterbo, che fu tenuto per mendace da tutti i dotti in tutti 
i tempi,* ma i lumi storici d'oggidì sospettano che in esso campeggi 
la verità. In un' altissima diramazione di quell'albero si vedono fio- 
rire molti uomini e donne nubili, sette delle quali in una sola gene- 
razione sono dette le sette stelle. Questi individui, ricordati con voci 
così enfatiche e non coniugati fuori di famiglia, potrebbero indicare 
un periodo, forse l'ultimo, nella famiglia politalamica. Forse il fra- 
tricidio, che squarciò la famiglia Trissino e ne mandò una parte a 

(1) Vedasi il Pagliarino, storico di Vicenza, ed il Tommasini nelle sue genealogie vicentine. 



TRISSINO 

Lodi, altro non fu che un duello fra due soci di quella consorteria 
fatta all' usanzi di quelle descritteci da Cesare. Confermasi questo 
sospetto, trovando al tempo del Risorgimento moderno della civiltà 
altre famiglie Trissino che non si uniscono per documenti al ramo 
principale. La signoria dei Trissino in Vicenza, e P avervi coniato 
monete, sono tradizioni non appoggiate a verun documento. Pure, 
osservando 1' albero della famiglia, questo stalo suo principesco è 
convalidato dalle alleanze distintissime di cui si vanta. In quei 
connubi si vedono nomi di principi longobardi e di polenti famiglie 
latine, e, per quanto spelta alle donne Trissino romane, i genealo- 
gisti citano dei nomi che non furono illustrati se non dagli archeo- 
logi d'oggidì ; onde vi è tutta ragione di crederli ignoti nella loro 
importanza slorica agli scrittori volgari dei tempi scorsi (G. da 
Schio). Ma ciò che è strano poi ed incontrastabile si è che i Trissino 
da remotissimo tempo occuparono un grado distinto fra i nobili e i 
primati di Vicenza, risalendo questo sino al 1188, allorché Federi- 
co I creò conte e cavaliere coi discendenti Olderico signore di Ro- 
manedo, figlio di Ugaccione, capo stipite dell'albero accettalo dagli 
odierni Trissino. Produsse molli individui celebri nel servizio delle 
armi, nella diplomazia e nelle scienze, e ci basti qui l'annoverare 
Giovanni Giorgio Trissino, poeta celebre, creato conte e cavaliere 
nel 1 530 e commendato assai dallo storico Marzani. La decorazione 
dell' ordine gerosolimitano era ereditaria nella famiglia dei conti 
dal Vello d' oro, predicato che un ramo dei Trissino assunse per 
concessione imperiale. La serenissima Repubblica veneta, allorché 
ottenne il dominio di Vicenza, rispettando e confermando i privi- 
legi di questa chiarissima stirpe, le accordò varie distinzioni ed 
investiture, ed oggidì è nobilmente e splendidamente rappresentata 
dall'illustrissimo Giovanni Giorgio Trissino, conte dal Vello d'oro 
del fu Gian Giorgio, ammogliato coli' illustrissima sig. a contessa 
Elena di Thiene. 

Loro figlia: Marianna. 




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TRUCCHI DI SAVIGLIANO 



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TRUCCHI 



uolo nel secolo xvii cominciò a distinguersi questa fa- 
miglia ed a figurare tra le più cospicue e nobili di Saviglia- 
no. — Gianmatteo notajo, e Gian Domenico Trucchi ottennero 
dal duca Carlo Emanuele I di Savoja il titolo di nobiltà con 
Arma gentilizia per loro, e pe' loro discendenti maschi. 

Fra gli individui più distinti di questa famiglia si pos- 
sono menzionare i seguenti: 

NELLA PRELATURA 

Domenico, che fu eletto Vescovo di Mondovi da Cle- 
mente IX nel 1667, dopo di esser stato avvocato fiscale al- 
l'ufficio d'inquisizione e lettore di diritto civile e canonico 
nelF Università di Torino. La Città di Mondovi, riconoscente 
alle sue cure ed al suo zelo, lo ascrisse insieme a** suoi fratel- 
li fra i cittadini Monregalesi con ordinato 24 giugno, 1669. 

Di lui abbiamo alle stampe un volume di Istituzione ci- 
vile, col titolo Dominici Truchii I. C. Savilianensis in Tau- 
rinensi accademia horis pomeridianis legum interpretis primarii 
et in eadem civitate advocati fiscalis Officij S. Inquisitio- 
nis, Epitome institutionum juris cwilis et alia. Aucj. Taurin. 
MDCLXIV^ tipis Joan. Jacobi Rustis in 8.° Scrisse pure 
il Trattato De Vinculis contractum, e quello De Viduis et de 
binubis, opere commendevoli per chiarezza, e per profondità 
di sapere. 



TRUCCHI 

Giacinto fratello del precedente , religioso delF ordine 
de' Predicatori di Savigliano, che fu eletto Vescovo d 1 Ivrea 
nel 1669, 5 agosto, e nella qual dignità fu adoperato dal Du- 
ca di Savoja in alcune importanti missioni politiche. 

NELLE ARMI 

Michele Antonio (fratello dei summentovati prelati), che 
intraprese la cariera delle Armi con molto grido, e venne dal 
duca Carlo Emanuele II nominato colonnello del suo reggi- 
mento di guardie, insignendolo delP ordine dei SS. Maurizio e 
Lazzaro ; e poco dopo fu innalzato al grado di generale e gover- 
natore della cittadella di Torino, e luogotenente generale del 
governo della città e provincia di Monteregale. •>•> Fu tolto ai 
■>•> viventi negli ultimi giorni del secolo, e riuscì dolorosa la 
■>■) sua perdita per aver egli mai sempre dimostrato in ogni 
iì sua azione un cuor generoso e liberale, un animo guerrie- 
n ro, e della sua patria caldo difensore». Novellis, Biografia 
di illustri Saviglianesi. 

NELLA MAGISTRATURA 

Gian Giacomo, uomo d^alto ingegno e distinto poeta la- 
tino, che percorse una luminosa carriera negli impieghi, e che 
avendo incominciato da avvocato patrimoniale, poi ebbe il ti- 
tolo di senatore, e quindi fu mastro uditore, e finalmente primo 
presidente di camera nel 1 663, fu insignito del titolo di conte 
col feudo di Paeres. Mori senza prole maschile, e lasciò un"' opu- 
lente eredità, che fu divisa tra le due figlie, una maritata nel 
conte di Ternengo , e V altra nel marchese di Meana , e gli 
altri suoi cugini. 

Gio. Battista, che fu primo presidente, e generale del- 
le Finanze , cavaliere gran croce dei SS. Maurizio e Lazza- 
ro, consigliere intimo di S. A. il Duca di Savoja, capo del 



TRUCCHI 

consiglio dolio fabbriche, e fortificazioni. Nella minoro olà di 
Vittorio Amedeo IL fu dalla reggente Duchessa croato mem- 
bro del cosiglio di stato. Di quesf illustre personaggio bastan- 
temente scrissero il Gualdo nelle Scene de' personaggi, ce, il 
Paroletti nella Biografia dei 60 illustri Piemontesi, ed il No- 
vellis nella Biografìa succitata dei Saviglianesi illustri. Egli 
aveva aia il titolo di conte di San Michele e di barone della 
Generala, ma avendo acquistato il feudo di Levaldigi dal conte 
Grotti, aggiunse al suo nome questo nuovo titolo. 

Cessò di vivere il conte Gio. Battista in Torino nel suo 
palazzo, il 26 agosto del 1698, essendo ancora in carica di 
ministro del Consiglio segreto di stato; e non avendo prole 
istituì erede Carlo Giacinto Trucchi, suo cugino germano, che 
fu padre del conte Gio. Battista. 

Portano i Trucchi per Arma uno scudo composto di sei 
fasce d' oro e di azzurro ; con cinque stelle d' oro ripartite 2, 
2 e 1 sulle fascie d'azzurro. 

Parlano di questa famiglia, oltre i sovraccitati Novellis, 
Gualdo e Paroletti, il Della Chiesa nel suo manoscritto con 
aggiunta d'incerto autore, esistente per i regj archivi di cor- 
te in Torino, il Guichenon, nella Genealogia della B. Casa di 
Savoja, fog. 1018, Galli, Cariche del Piemonte, Cibrario, Be- 
lazioni dello Stato di Savoja degli Ambasciatori Veneti a pag. 
67, Ughelli, e molti altri. 




TURINETTI DI PRIE 



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uberti 

( di Firenze ) 



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or. si conosce con precisione la provenienza di questa famiglia, ina sap- 
piamo con certezza che fino dal mille avea molta potenza nella città di Fi- 
renze. Poiché diversi individui di essa si incorporarono nelle Crociate e 
Bernardo di M. Benno di Corbizzo monaco Valombrosano fu fatto cardinale 
nel 4097, nel 1106 vescovo di Parma e dopo morte fu canonizzato. Nel 
secolo duodecimo la famiglia Uberti si era inalzata a cotanta considera- 
zione e potenza che dettero timore volessero farsi tiranni della patria e 
nel 1177 fecero novità contro il governo dei Consoli. 

In appresso diversi individui di questa famiglia ottennero il consolato, fu 
questo negli Uberti nel 4480 e nel4494; Gianni nel 4484, Tignosino nel 4489 
Schiatta nel 4497, Ranieri nel 4201 e Guido nel 4204. Nel 4215 Schiatta 
fu uno di coloro che suscitarono le guerre civili, poiché cooperò all'ucci- 
sione di Buondelmonte dei Buondelmonti col quale avea rancore mortale 
e per gelosia di potere e perchè avea abbandonato una sua fidanzata di 
Casa Uberti. 

Li Uberti, nei partiti Guelfo e Ghibellino seguirono sempre le parli 
dell'Impero. Nel 4258 alcuni individui di questa famiglia avendo tentato 
di consegnare la città a Manfredi della Casa di Hoheustauffen, che noi di- 
ciamo di Svevia, il popolo corse inferocito alle loro case, ove trovò for- 
tissima opposizione. Ma finalmente il popolo rimasto superiore, ed ucciso 
nella zuffa Schiattuzzo Uberti, fu fatto prigioniero Neri Caiano, e quindi 
tagliatogli il capo, e gli altri suoi compagni furono lutti mandati in 
esiglio. 

Manente degli Uberti, detto Farinata, è uomo famosissimo nelle nostre 
storie ; perocché quantunque avesse ridotto la città di Firenze all' estremo 
partito, fu quegli che impedì che fosse rasata ai suolo. Egli nacque da M. 
Iacopo di M. Gianni dello Schiatta, che fu come abbiamo detto più sopra 
quattro volte console di Firenze. Addetto come i suoi alla famiglia degli 
Imperatori colla protezione di Federigo secondo, venne in tanta potenza 
insieme co' suoi che prevalendo fortemente il partito ghibellino, i guelfi 
furonn cacciati in bando nel 4248; ma morto l'imperatore poterono tor- 
nare questi ultimi in Firenze pattuendo una passeggiera concordia coi Ghi- 
bellini, sulle prime unanimemente pensarono ad una stabile forma di go- 
verno per garentirsi da ogni attacco straniero. Ma prevalendo grado grado 



2 UBERTI 

la parte guelfa perchè sostenuta dai pontefici ed acquistando le prime ca- 
riche del governo, venne in uggia ai ghibellini perchè più potenti di ric- 
chezze e fra questi agli Uberti di essere posposti. Onde è che adopran- 
dosi ad ottenere la supremazia del governo coli' appoggio di Manfredi re 
di Napoli figlio di FederigOj svegliarono sospetti nei guelfi i quali cerca- 
rono di adoperarsi alla loro rovina. Per questo nel 1258 furono costretti 
ad esulare dalla patria. 

Farinata di sveglio ingegno, educato fino dalla sua fanciullezza alle arti 
liberali, avendo un coraggio a tutta prova ed un attaccamento fortissimo 
al proprio partito, capitanava i ghibellini non avvilito ma animato dal de- 
siderio della vendetta, tanto più acceso di questa perchè aveva udito che 
diversi dalla sua parte erano stati condannati a morte in Firenze, e che 
le sue case situate ove la Dogana era pochi anni indietro erano slate 
saccheggiate e rovinate dalle fondamenta. 

AnJò egli a Siena per unirsi cogli altri ghibellini e col soccorso che 
sperava dal re Manfredi portarsi incontro a Firenze. Incontrati i Fioren- 
tini a Monte-Aperti sull' Arbia nella terra di Siena il 4 settembre del 1260 
li vinse in una terribile battaglia, e la uccisione dei Fiorentini fu tanta che 
quelli che scamparono da questa strage non si credendo più sicuri in Fi- 
renze si rifuggirono a Lucca. In questo fatto fu ammirato il grandissimo 
valore di Farinata, quantunque Io fosse per causa indegnissima perocché 
cittadino sangue fu sparso da cittadini; ma erano tempi quelli calamitosi 
dappoiché non si riputarono indegne simili azioni, Je quali fruttarono e 
allora e sempre dappoi la misera schiavitù dell'Italia, che fu sempre impe- 
dito da queste bruttissime gare municipali e di partiti cittadini di ricon- 
giungersi in libera e forte nazione. 

I Guelfi di Firenze udita la disfatta generale dei Guelfi a Monte-Aperti 
pensarono meglio di lasciare Firenze e di andare a Lucca a ricongiungersi 
co a Ii altri Guelfi, e abbandonare le case loro in preda ai vincitori. 

I Ghibellini riunitisi in Empoli per deliberare quello che fosse da farsi 
per impedire che il partito Guelfo mai più risorgesse, stabilirono doversi 
rasare dalle fondamenta Firenze. La maggioranza dei cittadini aderendo 
a questo partito, Farinata levatosi in piedi e nulla temendo il diverso parere 
degli altri disse: eh' ei non avea con tanta fatica corsi tanti pericoli se 
non per potere nella sua patria abitare; e che non era allora per non 
voler quello che dalla fortuna gli era stato dgto : anzi per essere non 
minore nemico di coloro che si disegnassero altrimenti che si fosse stato 
ai Guelfi: e se di loro alcuno temeva della sua patria, la rovinasse; 
perchè sperava con quella virtù che avea cacciati i Guelfi difenderla. 
Questo nobile ardimento se non corrispondeva ad un magnanimo primi- 
tivo concetto, pure impedì la rovina di Firenze e meritò l'elogio del no- 
stro Divino Poeta, che passerà eterno nella memoria dei posteri. 

Questa opposizione del Farinata valse a far cambiare, parere agli altri 
opinanti e Firenze rimase. Desso non moriva in esiglio come vuoisi dal 



UBEKTI 3 

Giovìo, ma in Firenze nel 1264. Lasciò diversi figli sì maschi che femmine 
ed una di queste fu maritata a Guido Cavalcanti (pianilo fu fatta la pace 
fra i Guelfi e i Ghibellini nel 1276. Ma prima che seguisse questa pace 
dei cinque maschi Uberti, tornati in potere i Guelfi, due furono decapitati 
nel 1270 ed uno condotto prigione in Capua. Vero è che si mantennero 
anco negli ultimi istanti della vita in fama del grande coraggio paterno. 
Perocché essendo condotti al patibolo, ed Azzolino domandato il maggior 
fratello Nericozzo liberti, ove erano guidati, rispose che andavano a pa- 
gare un debito lasciatogli dai loro maggiori dando un esempio di corag- 
gio che non dovesse invidiare a quello di molti antichi di una nazione 
grande e rispettabile per la sua libertà e potenza. 

Per tali disgrazie e per la persecuzione dei Guelfi la famiglia Uberti 
fu avvilita e posta in bassissimo stato e non si conosce se più esista. Solo 
si trova che circa trecento anni sono alcuni Uberti di Damasco domanda- 
rono ed ottennero dal governo di Firenze di essere liberati da ogni pre- 
giudizio e di poter goder dei beneficii della cittadinanza fiorentina. 

Filippo Villani ricorda che Farinata era alto di persona, di aspetto vi- 
rile, forte di membra^ di grave contegno, militarmente elegante, civile nel 
parlare, sagace nel consiglio, audace, pronto e industrioso in fatti di 
arme. 

Il Crescimbeni lo annovera fra i poeti volgari, ed il Negri rammenta 
diverse poesie di lui che esistono manoscritte nella libreria Vaticana e 
Barberina. Quello che è noto però si è che avea eminentissime qualità e 
tali da potere essere un eroe degno di eterna incontaminata memoria, 
quando le avesse usate a prò della patria. I Guelfi però lo tacciano di 
molti vizi, e fra questi di ateismo ; ma poco valore si debbe dare a simili 
accuse perocché molto sospette siccome provenienti dal partito avverso, e 
ognun sa che nei partiti si accusano a vicenda e molto più in questi, che 
dimorando nella stessa città si odiavano l'uno l'altro perchè disputantisi 
il supremo potere nel governo coli' avvilimento e la pretensione della 
parte contraria. 

Quelli che rimasero degli Uberti, dopo che si trovarono per sempre 
chiuse le porte di Firenze, siccome tutta gente piena di ardimento e di 
perizia nella guerra, andò a combattere per altri, siccome fu di Tolosatto 
figlio di Farinata. 

Tolosatto diventò signore del giudiciato di Arborea in Sardegna nel 1299 
ma di colà cacciato nel 4300 portò le armi in favore dei Pistoiesi e quindi 
per tutti quelli che aveano guerra coi Fiorentini. 

Lapo fratello di questo inclinò in favore dei Pisani e fu uno degli am- 
basciatori mandati a Bonifazio ottavo nella circostanza della di lui inco- 
ronazione. Fu fatto Vicario Imperiale dell' Imperatore Arrigo Settimo 
nel 4341 nella città di Mantova dalla quale poco dopo fu cacciato. 

Fazio o Bonifazio nipote di Farinata fino dai suoi più teneri anni, fu 
compreso nelle disgrazie della famiglia Uberti. Innamorato della poesia 



4 UBERTI 

italiana e massimo ammiratore di Dante immaginò una descrizione delta 
terra presso a poco nel modo con cui Dante descrisse il suo viaggio nei 
tre regni; ma l'opera di Fazio rimase incompleta e non lasciò che uno schizzo 
sopra l' Italia, la Grecia e 1' Asia. Questo poema lo intitolò il Dittamondo 
ossia i detti del mondo. Questo poema fu !a prima volta stampato ripieno 
di errori, ma nel 1826 fu ristampato per cura del Perticari ìn Milano con 
moltissime correzioni, ma a malgrado di queste non si è per anco potuto 
purgare affatto il testo, e Monti dice essere impossibile e che non ne 
valga la pena. 

Fazio menò la vita in mezzo alla più alta miseria e morì nel 4367 in 
Verona. L'Albani raccolse alcune delle di lui poesie; alcune altre videro 
la lucè in seguito della Bella Mano del Monti. 

Vuoisi che alla famiglia Uberti, appartenesse S. Bernardo Abaie gene- 
rale di Valle Ombrosa, cardinale e vescovo di Parma. Egli si rese ammi- 
rabile per la sua condotta veramente avveduta quando Borna era immersa 
nei suoi grandi torbidi massimi sconvolgimenti a cagione della controver- 
sia sorta fra la Chiesa e lo Impero provocata dalle investiture e dalle 
immunità ecclesiastiche. Perciò Gregorio Settimo lo credè degno di scen- 
dere a S. Anselmo nell' assistenza alla Contessa Matilde perchè ne dirigesse 
i pensieri e le azioni al solo profitto della Chiesa, dappoiché questa Con- 
tessa era giunta a grande potere da raccogliere ingenti somme di denaro 
colla protezione del papato, perchè addetta e dipendente unicamente dal 
papato. 

Il P. Affo scrisse la di lui vita ove si trovano descritte tutte le cose 
da lui operate, i patimenti sofferti ed i frutti che ne raccolse. 

1 Questa vita è scritta con molta erudizione e critica ed elegante di stile 
e stampata in Parma nel 4788. 

Dopo che i GnelQ, come abbiamo detto, presero forza e ardimento nel 
governo di Firenze, e per conseguenza esclusi gli Uberti dalle magistra- 
ture anco nella nuova Costituzione di Giano della Bella nel 1292, e in 
quella pure del 4311 di Baldo di Aguglione, dovettero questi cercare 
nuova terra ove stare, e si sparpagliarono in diverse parti d'Italia in di- 
versi rami. Uno di questi si stabili a Mantova ove molto si distinse poiché 
dette alla sede Mantovana due vescovi, e poiché nel 4650 Ottavio acquistò 
il titolo di Conte. 

Un altro ramo prese stanza in Venezia ed ottenne il patriziato e pro- 
dusse molti uomini illustri. Un altro a Cremona ed uno a Verona al quale 
appartennero Paolo Farinata ed Orazio sno figlio celebri pittori nel secolo 
decimosettimo. 

Una famiglia che stanziò a Cutigliano montagna Pistoiese si chiamò dei 
Farinati e pretese discendere dagli Uberti, al quale oggetto nel secolo de- 
corso si pubblicò un volume col titolo di Memorie Storiche di Cuti- 
gliano. 

La famiglia degli Azzolini, che quindi fu detta Nozzolini vuole ripetere 



UBERTI 5 

la sua origine da Azzolino di Fariuata che nel 4279 fu decapitalo, come 
si disse, insieme al suo fratello Nericozzo ; ma le prove che si adducono 
non sono molto chiare; la maggiore presunzione pure di questo fatto si 
potrebbe presumere dall'avere gli Azzolini la stessa arme degli Asciri, ed 
è noto che la famiglia Asciri deriva dagli Uberti. L'arme degli Azzolini 
come degli Asciri è un rastrello doppio rosso fatto a sghembo nel campo 
d' <>ro che porta un ramo verde al di sopra ed uno al di sotto. L' arme 
degli Uberti poi è un campo diviso per lungo a manca di scacchi azzurri 
e dorati, ed a destra una mezza aquila nera in campo d'oro. 

[Non è vero per niente che la cappella del Palazzo dei Signori dedicata 
a S. Bernardo Abate di Chiaravalle fosse in prima consacrata a S. Ber- 
nardo degli Uberti, poiché tanto era l' odio dei Fiorentini per questa fa- 
miglia che era impossibile scegliessero a protettore della Repubblica un 
santo nato da questa famiglia. Inoltre la Repubblica avea proibito che si 
facesse commemorazione di S. Bernardo Uberti, diritto che fu rimosso da 
Leone decimo; mentre che anco prima della fondazione del Palazzo della 
Signoria, i Priori delle Arti ordinarono che in Firenze si osservasse la 
festa di S. Bernardo Abate. Vuoisi che il motivo precipuo per cui la cap- 
pella si dedicò al Santo Abate sia stato perchè si gettò la prima pietra 
nella fondazione del Palazzo dei Signori nel giorno della festa di detto 
Santo, vale a dire nel 20 di Agosto del 4298. 

Di più questo Santo è stato sempre il protettore dei librai, cartolari e 
stampatori i quali ne celebravano la festa nel 20 di Agosto con tal rigore 
che nel 5 Gennaio del 4674 si trova rinnuovato un Bando dai Consoli 
dell' Arte ed Università dei medici e speziali, alla quale erano uniti i li- 
brai, cartolari e stampatori, col quale si minaccia la pena di quattro du- 
cati a quel libraio, cartolaro o stampatore che aprisse bottega, lavorasse 
o vendesse nel giorno dedicato alla di lui festa, della qual somma una 
metà riceveva il segreto accusatore, una metà la compagnia del Santo che 
era nel Chiostro di S. Croce. 

SCRITTORI DAI QUALI Si È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA 

Delizie degli uomini Eruditi Toscani. — Elogi degli uomini illustri 
Toscani. — Biografia Universale. — Passerini, note alla Marietta de'Ricci 
di Ademollo. — Nardi, storie. — Villani Filippo, Storie ec. — P. Affo, 
Vita di S. Bernardo degli Uberti. 





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UBERTINI 



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V enuto Carlo Magno in Italia e cacciatone Desiderio ultimo re dei Lon- 
gobardi che tennero in dominio per molti anni l'Italia medesima, Carlo 
stesso ne fu unto re da papa Leone terzo. Molli Duci ed uomini insigni 
che lo aveano seguitato allettati dal clima dolce e dalle bellezze di questo 
magnifico paese, vi presero stanza, fabbricando palazzi e castella nei più 
bei siti di esso e più che altro nella Toscana. Cosi fu di un barone chia- 
mato Uberto che fabbricò castelli in Valdambra; da esso quindi presero 
il nome di famiglia i suoi discendenti, e si dissero libertini. 

Non si sa veramente precisare i primi discendenti dal detto Uberto, e 
non si trova altro che Teuzzone che può dirsi il capo della famiglia de- 
gli Ubertini, il quale visse nel 930. Da Teuzzone nacque Ildebrando, da 
esso Guglielmo, da questo Ubertino. 

Da Ubertino vengono Tribaldo, Guido, Guglielmo, Rinieri ed Ubertino, 
Nelle Riformagioni si conserva un privilegio di Federigo imperatole dove 
si nomina Guglielmo, Ubertino e Giulio fratelli coi loro tigli e nipoti. 

Da Guido vennero diversi figliuoli che si nominarono di Gavilie. 

Guglielmo o Guglielmino pare fosse il Vescovo di Arezzo di questo no- 
me, eletto a questa dignità da Federigo secondo imperatore ; il quale, so- 
stenendo la fazione dei Ghibellini in Italia, appoggio saldissimo dell' Im- 
pero, e vedendo che dessi in Arezzo erano perseguitati dai Guelfi e spe- 
cialmente dal Vescovo Marcellino che avea preso le armi contro di lui , 
lo depose nel 4248 ed in suo luogo elesse Guglielmino degli Ubertini che 
era allora arcidiacono della cattedrale. Ottenuta questa dignità dall'Impe- 
ratore e confermatagli dal papa Alessandro quarto , Guglielmino si arrogò 
il potere di governare anco il temporale della sua diocesi. Egli nel lungo 
corso di 41 anni del suo Vescovile potere molto fece ed adoperossi inces- 
sante a rendere più numerosa e potente la ghibellina fazione. Nel 1287 
unitosi a molti grandi del contado di Arezzo, oppressero improvvisamente 
la parte guelfa e la cacciarono dalla "città, e Guglielmino si impossessò del 
potere supremo. I Guelfi cercarono ajuti da tutte le parti a rendersi più forti 
che potessero; ma il Vescovo non slette in forse e raggranellati da tutte 
parti d'Italia Ghibellini, come dalla Toscana, dalla Romagna, dal Ducato 
di Spoleti , dalla Marca d' Ancona , ottenne una compiuta vittoria contro 
i Senesi alla Pieve del Toppo nel 4288, ma fu poi vinto a quella giornata fie- 



2 * UBERTINI 

rissima di Campaldino presso Poppi nel 1289, dove fu pienamente dis- 
fatto il suo esercito colla morte di circa 4700 Aretini e con infiniti prigioni. 

Vuoisi che Guglielmino fosse esortalo a rifuggirsi in Bibbiena, ma che 
rispondesse volere desso o vincere o muorire co' suoi , e così gli accadde 
perchè rimase ucciso in battaglia, ed i Fiorentini appesero nel tempio di 
di San Giovanni l'elmo e la spada di lui qual trofeo, dove rimasero per 
molto tempo. 

Di Ubertino e suoi discendenti nulla si trova. 

Guido di Gaville generò Ubertino che ebbe per figli Bettino e Bargi. 
Bargi ebbe Neri, Neri Ubertino e questi Rinieri, e molti e molti sono i 
nomi di questa famiglia , ma non possiamo parlare che dei principali e 
che meritano speciale menzione. 

Dagli Ubertini di Valdambra e quindi di Arezzo ove posarono loro sta- 
bile sede , vennero direttamente gli Ubertini di Firenze. 

Questa famiglia ebbe sommi uomini ed illustri e molti, che volendo par- 
lare di tutti coloro che meritano lode sarebbe opera lunghissima e fa- 
ticosa. Molti di essa famiglia governarono quasi assolutamente la repub- 
blica Aretina a preferenza di diverse altre famiglie e ricche e potenti , e di 
padre in figlio per lungo ordine vi ottennero il consolato che era la prima 
magistratura ; e siccome tennero sempre come acerrimi ghibellini le parti 
dell'Imperatore, desso per tenerseli sempre più affetti, li accumulò ogno- 
ra di privilegi ; e per questo anco Filippo II re dei Romani concedette in 
feudo a Ubertino e Gualtieri di Guglielmo, ai loro zìi Guido e Rinieri ed 
ai loro eredi tutti il castello di Montegrossi ed ogni ragione che vi avesse 
l'impero; non meno erano stati cari a Federigo secondo, come abbiamo 
detto, ed avea decretato che non dipendessero da alcuna città latina, ma 
dall' imperatore medesimo o dai messi di esso; e ciò facevasi solo per la ne- 
cessità che aveva l' impero di conservarsi affezionata la parte Ghibellina di 
cui erano quasi capi li Ubertini. 

Di fatto Corrado secondo calato in Italia contro il re Carlo sopra ga- 
lere pisane passò da Genova, venne a Pisa, e di là coli' esercito si tra- 
sportò a Siena , dove fu accolto da tutti i potenti di quella città e delle 
vicinanze , e vi si portarono gli Ubertini con alla testa il Vescovo Gugliel- 
mino che era venuto per ossequiare Corrado e per rivendicare alcuni ca- 
stelli appartenenti al suo vescovado che la repubblica di Arezzo volea to- 
gliergli. 

In questo Corrado fatto consapevole che il Maresciallo del re Carlo si 
era partito di Firenze con molti cavalli per alla volta di Arezzo, tentò 
d'impedirlo e gli mandò contro una parte delle sue genti sotto la condotta 
degli Ubertini, i quali giunti al Ponte alla Valle che sta fra Levane e La- 
terina, assaltarono improvvisamente il capitano francese in guisa che l'e- 
sercito fu rotto e disfatto ed il capitano fatlo prigione. Per questa disfatta 
la parte Guelfa si spaventò talmente che molte terre del regno di Napoli 
si ribellarono da Carlo e si dettero a Corrado. Questi volendo rimunerare 
i servigli degli Ubertini non solo li confermò nei privilegi di prima, ma 



UBFRTINl 3 

dette loro il dominio assoluto dei propri costelli con diritto di vita e di 
morte. 

Nel mese di maggio del 1386 Carlo IV Imperatore dette in giurisdizione 
la metà di Gressa , la villa di Camenza, la villa di Campi, la terra di 
Frassineto a Messe r Biondo di Franceschino libertini e lo fece Conte. 

La famiglia libertini fu potentissima in Arezzo non solo pei molti pre- 
lati e Vescovi che ebbe , ma anco per uomini valorosissimi in armi e mol- 
ti , e questi furono sempre in Toscana il nerbo principale dell'Impero per- 
chè ferocissimi Ghibellini o piuttosto sempre capi di questo partito. Oltre 
il famoso Guglielmino Vescovo di Arezzo , del quale abbiamo detto più 
sopra, fu pure Vescovo di questa città Buoso che fece sinodi stimate mol- 
tissimo per la riforma del Clero. 

Uomo valorosissimo fu nelle armi Ubertino di Messer Guglielmino , ed 
Azzo Ubertino cavaliere che si unì ai Tarlati quantunque fra loro nemici 
per cacciare dalla città il tirannico governo di sessanta uomini. 

Rinieri fratello del Vescovo Buoso fu desso pure Vescovo di Cortona, 
fu il primo Vescovo di detta città. Così fu il fatto. Era Vescovo di 
Arezzo Guido di Pietramala poco amico al papa. Il pontefice cercava tutti 
i modi di abbassare la potenza ài detto Guido, che era molta ; perchè oltre 
alla giurisdizione spirituale di Arezzo, il vescovo aveva moltissima influenza 
e potere anco nel temporale, ed erasi impossessato della città di Castello, 
attenente alla chiesa, e ciò forse era il motivo principale della discordia 
col papa. Intimatogli dal pontefice di restituire la città di Castello non gli 
prestò niente orecchio, e minacciato di Scomunica, non se ne dette pen- 
siero veruno, che anzi si impossessò di Cortona, di Castiglione Aretino, 
di tutto il Casentino, di Gubbio, di diversi castelli della Valle di Chiana, 
e dopo molta resistenza anco di Lucignano. 

Vedendo il papa che nulla otteneva colle scomuniche, rimosse Cortona 
dal vescovado di Arezzo e vi istituì nuovo vescovado indipendente con Bi- 
nieri. Ciò era ferita profonda , in quanto che rilevandosi moltissima parte 
di potenza temporale dai Vescovi, Cortona con molte terre della stessa 
giurisdizione veniva ad essere rimossa dal dominio aretino. Di più il papa 
suscitò fazioni tra ghibellini e ghibellini ponendo ruggine tra gli Ubertini 
e i Tarlati , ma nulla profittava poiché il Vescovo Guido era troppo amato 
dagli Aretini. Il papa per avvivare maggiormente questo incendio creò ve- 
scovo di Arezzo Buoso Ubertini, come abbiamo detto, fratello a quello 
di Cortona; ed allora accanitissime sursero le tempeste fra gli Ubertini 
e i Tarlati colla rovina totale infine di questi ultimi. 

Francesco di Guidone Ubertini molto si adoprò contro gli stessi Tarlati 
ritogliendogli molti castelli, come pure venne contro i Fiorentini e ri- 
prese dalle loro mani la Torre di Castiglione Ubertini. 

Cecco di Ciappettino degli Ubertini fu cavaliere e gran capitano e com- 
battè valorosamente presso Forlì. 

Fu pure valorosissimo soldato Andreino di Azzone degli Ubertini e dette 
luminose prove sotto il Duca di Milano. 



4 UBERTIM 

Furono illustri nelle armi anco Biondo di Franceschino di Biondo ed 
Azzo suo fratello che furono ambedue cavalieri. 

Ciapettino degli libertini e Ubertino di Guglielmino furono ambedue 
Potestà di Arezzo. 

Nella cancelleria priorale della città di Arezzo si legge un attestato 
pubblico della nobiltà degli llberlini fatto dalla città ad Azzone Ubertini 
nell' occasione di prendere la croce di Malia. Ecco le parole di questo at- 
testato. 

Universis et singulis ad quos praesentes nostrae praesenlatue fuerint 
ficlem facimus et altestamur nobilem juvenem D. Azzonem filium illu- 
strissimi comitis Ubertini Domini Petri Francisci D. Bernardini de nobi- 
lissima familia Ubertinorum patritium Aretinvm inter nobiles et magna- 
tos connumerari diynum praenominatosque patrem, avum et proavum et 
alios antenatos, lam litaeris, tam armis generose et egregie vitam duxit, 
prout in presentiarum ipse Vbertinus et dncit eosdemque in civitate are- 
tina privilegiis, immunitatibusque ignobilibus et plebaei minime conferri 
ac concedi consuevit, sed solum et dumtaxat nobilioribus et antiquiori- 
bus palritiis posilos fuisse et esse, et in eadem civitate prò talibus sem- 
per habitos et reputatos fore et esse, in eorumque omnium et singulorum 
fidem has noslras fieri fecimus et sigillo magno Comunis jussimus com- 
muniri. 

Dalum in Palatio solitae nostrae risidentiae die 42 Aprii is 4562. 
Ed è cosi che questa famiglia fu sempre esentata dalle gabella e pesi 
come si rileva dalla filza dei riformatori della Dogana al N" 205. 

Odo Vir. Practicae R. P. F. universis et singulis ad quos praesentes 
nostrae advenerint salutem. 

» Essendo i signori di Chitignano insieme con li huomini e stato 
» loro raccomandati a S. E. e portatisi in fede, come si spera, che abbino 
» a fare per l'avvenire verso la prefala S. E. ed attesa la consuetudine 
» essere sempre stata che essi Signori ed huomini loro hanno cavato del 
» dominio Fiorentino, e condotto nei luoghi e stati loro, e da lutti i luo- 
» ghi è stato mandato nel dominio fiorentino tutte le grasce e bestiami di 
» ogni sorte senza pagamento di alcuna gabella, eccetto che alla parie 
» della città di Firenze; e conciossiachè ultimamente per ordine dei Mae- 
» stri di Dogana di questa città alcuni huomini del Sig. Ubertino e del 
» Sig. Pier Francesco legittimo successore e al presente signore di Chiti- 
» gnano , sieno stati gravati per causa di gabelle de' loro bestiami, ben- 
» che dipoi sieno stati fatti liberare di tal gravamento; volendo i detti 
» magnifici Signori Otto provvedere in futuro che i detti huomini possino 
» godere il privilegio che hanno goduto fino ad oggi; e sia osservata loro 
» la consuetudine e non sieno più molestati per tal conto; hanno prò vi- 
ri gore di loro autorità deliberalo e deliberando chiarito, disposto, ordinato, 
» chiariscano, dispongano ed ordinino, che il d. Ubertino e suoi suc- 
» cessori e li huomini del d. suo stato possino in perpetuo condurre e ca- 
» vare dal d. Dominio di Firenza per passo a Chitignano e ne' luoghi e 



IBKRTIN1 5 

» slnlo di ossi signori Q mandare dui d. stato nel dominio prefalo tutte le 
» grasce e bestiami «li ogni sorta senza pagamento di gabella alcuna ec- 
» cello cbe alla parte di Firenzu ; il che per la presente significhiamo a 
« tulli i Rettori, Passeggeri e l'Oziali di S. E. acciocché osservino ed os- 
» servare faccino la presente deliberazione, disposizione ed ordine; e non 
» manchino per quanto stimino la grazia ed indignazione del Magistrato 
» loro. ila ntl a a tes ec. ex Puìutio Mediceo die 16 januarii 1539. 

C. Antonini Maria lionannus Cane, elicti Magistratus de mandato so- 
lito sigillo ec 

Si legge pure nel libro 8 dei Capitoli che esiste nell'Archivio delle Ri- 
loiniagioni sotto i 20 di Giugno del 1385 le esenzioni che ebbero dalla 
Repubblica fiorentina di portare tutte le armi in perpetuo in civitate et 
per civitalem, comilalum et dislriclum Florentiae et quocumque loco et 
tempore quaecumqne arma et genns armorum, tam offendibilium quam 
defendibilinm et sine aliqua apodixa, licentia, vel subscrilione habenda 
ani alia solemnitale servando, et seti cian apodixa subscripta per seri- 
barn Refonnationuni Comunis Florentiae et edam sine ipso apodixa ec. , 
ed anche potessero farle portare a quattro compagni e servidori, ec. 

Non è da tacersi di Gregorio libertini che difese Firenze contro le pazze 
voglie del Duca Valentino nel 4501. Avea il Valentino posto i suoi allog- 
giamenti a Barberino del Mugello. I Fiorentini non volendo inimicarsi il 
detto Duca lo provvidero di tutto che gli occorresse. Ma questo a nulla 
bastò, poiché tanto egli che la sua soldatesca taglieggiavano ogni giorno 
il contado e gli abitanti e vituperavano le donne. Tanto che non potendo 
più oltre soffrire cotanta oltracotanza, il Magistrato di Firenze mandò 
amichevolmente a domandare al Valentino cosa desiderasse si facesse per 
lui dalla città. Costui disse volere essere amico ed alleato, ma richiese 
quattro cose: la prima, che Firenze facesse alleanza con lui pel mante- 
nimento dei suoi stali di Romagna, e per questo voleva essere loro capi- 
tano; quindi andando egli alla conquista di Piombino, voleva che Firenze 
non desse alcun soccorso a quel Signore; e in terzo luogo che gli fossero 
dati in mano sei cittadini a sua richiesta siccome ostaggi ; finalmente che 
si rimettesse in Firenze Piero de' Medici onde potesse esser garantito su 
questi patti, oppure si costituisse in modo il governo da prestargli detta 
garanzia. 

Le quali superbe dimande, mentre si esaminavano in Magistrato, Gre- 
gorio si dipartì siccome spinto da qualche urgente bisogno , e mentre scen- 
deva le scale dimandatogli da alcuno dove andasse nel tempo che si discu- 
teva cosa di tanta importanza, rispose che se ne andava per non trovarsi 
alla vendita della patria. La qual cosa riferita al sommo Magistrato fece 
senno e si rifiutò al Valentino in ogni altra domanda , e solo acconsentì 
a quella della condotta delle truppe con trentaseimila fiorini all' anno, dei 
quali seimila per la sua persona, stabilendo che egli potesse tramandare 
il suo comando ad altri. 

Della stessa famiglia libertini fu auco Baccio Pittore fiorentino, disce- 



6 UBERTINI 

polo di Pietro Perugino, che gli servi a gran soccorso, essendo egli abi- 
lissimo coloritore. 

Francesco suo fratello visse fino al 4557, fu detto il Bachiacca. Acqui- 
stò fama di valoroso pittore nel suo Martirio di S. Arcadio nella chiesa 
di S. Lorenzo di Firenze, espresso in piccole figure. 

Antonio fratello ai precedenti fu sommo nell' arte di ricamare in figure 
i paramenti da chiesa. 

Gonfalonieri della famiglia libertini. 

Nel 4383 libertini Ubaldo con Migliore Guadagni, Niccolò Bucelli, Piero 
Aldobrandini , Francesco Bruni, Giannozzo Bilioni. 

Nel 4403 lo stesso Ubaldo, con Bartolommeo Valori, Niccolò Peruzzi , 
Tommaso Ardinghelli , Ridolfo Ciai, Bartolo Ridolfi. 

Nel 4414 Ubaldo medesimo con Ridolfo Peruzzi, Arrigo iVIazzinghi, 
Maso degli Albizzi , Vanno Castellani, Paolo Bordoni. 

Nel 1438 Luca con Niccolò Cocchi, Niccolò Malegonnelle , Bartolommeo 
Orlandini, Bartolo Corsi, Dardano Acciajuoli. 

SCRITTORI DAI QUALI Si È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA 

Biografia Universale — Varchi Storie Fiorentine. — Vasari vite dei pittori ec. — 
Lanzi Storia della pittura. ■ — Gamorrini. — Nardi, Storie. — Elogi d' illustri Toscani- 
— Passerini , Note alla Manetta de' Ricci. 



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UMBRIANI 



(di Co p uà) 



Nobile ed illustre è stata sempre la Famiglia Umbriani. Essa attual- 
mente è rappresentata dal Cav. Girolamo, Maggiore della Guardia Na- 
zionale e Tesoriere governativo di Capua. 

U. D, 



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(di Firenze) 



Fra le gloriose prosapie Fiorentine, che vantano antichità di origine e che ot- 
tennero mai sempre lustro e decoro nella propria palria, va giustamente annoverata 
quella dei Vaj. Dai brevi cenni genealogici che or saremo per fare di questa illu- 
stre famiglia, noi vedremo che in tutti i tempi vi hanno fiorito Uomini commenden- 
voli e distinti per sapere e per virtù; talché furono reputati degni di coprire cari- 
che eminenti e nella ecclesiastica gerarchia, e fra i più insigni campioni della re- 
pubblica letteraria. 

I Vaj si credono un ramo dei Pilli e furono molto considerali ai tempi della 
Repubblica. È celebre nelle cronache fiorentine 1' Ambasceria da 12 diversi Poten- 
tati spedita a Bonifazio Vili, per la sua esaltazione; ambascerìa tutta composta di 
fiorentini, e che spinse il Papa a dire, essere i fiorentini nelle cose politiche il 5." 
elemento, poiché da Essi governavasi tutto il Mondo. Fra i 12 intervenuti figura 
per primo Bernardo Vaj mandalo dagli Scaligeri di Verona 

Vajo, e 

Simone Vaj appartennero al Ruolo dei soldati fiorentini che intervennero alla 
Battaglia a Montaperto presso il fiume Arbia l'anno 1260. 

Azzuccio venne dal Comune di Firenze nominalo Ambasciatore a Malatesla Si- 
gnore di Rimini nell' anno 1344. 

Andrea figlio di Giovanni e di M. Maddalena d'Andrea Cerretani essendo al 
servizio del Portogallo fu nel 1582 mandato Ambasciatore a Enrico IH Re di Fran- 
cia. Fu in seguito Luogotenente generale delle Galere di Francia, e gentiluomo di 
camera di Enrico IV e da Lui mandato Ambasciatore a Ferdinando I Gran Duca 
di Toscana. 

Stefano fu Canonico di S. Pietro, Commendatore di S. Spirito in Saxia, e Ve- 
scovo di Girone. Vide la luce nel 1592, e morì nel 1650. Fu legista di credito e 



VAJ 2 

giudice intero. In Roma, dove visse quasi sempre, ebbe beneflcj e titoli infiniti. Da 
Innocenso X, fu onorato del titolo di maggiordomo del suo Nipote Don Cammillo 
Panfilj, e veniva continuamente impiegato dal Pontefice e da Donna Olimpia. Ab- 
biamo di Lui molti componimenti dei quali ci piace qui riportarne qualcuno come: 

Lamento di Cecco da Montili. 

Lamento della Sandra innamorala di Fello. 

Lamento di un Amante per la crudeltà della sua Donna. 

Da tanto tempo in qua. 

Amor, che ti par d' essere. 

Quante volte giurai. 

Il Gelsomino. 

Lamento di Filandro. 

Il Pedante innamoralo 

A' Poeti che si dolgono di non esser premiali. 

Due elegie per la rivoluzione del Seminario Romano. 

Sonetto in stile fidenziano. 

Sonetto per nozze. 

Del pigliar Moglie. 

Con questo si prova se fu rimatore non volgare. 

Vajo nato nel 1594, fratello del suddetto Stefano, fu accademico della Crusca, ed 
a proprie spese fece costruire l'altare dell' Oratorio in S. Maria in Vallicella di 
Roma secondo il disegno del Borromino. 

Silvestro fu Conservatore di Roma, e perciò ascritto alla nobiltà Romana. Fio- 
riva nel 1553. 

Altro Vajo nato il 23 Marzo 1676 fu Auditore della Sacra Rota Romana, di- 
stinto giureconsulto, e molto stimato dal Sommo Pontefice Benedetto XIV. Morì in 
Roma il 16 Gennajo 1751 mentre occupava la carica di Decano nella suddetta Rota, 
e venne sepolto nella Chiesa di S. Lucia de' Ginnasi. 

Giuseppe nato nel 4 Giugno 1721 occupò varie eminenti cariche della prelatura 
Romana segnatamente quella di Segretario della Congregazione dei Cardinali sopra 
1' Ospizio Apostolico di S. Michele a Ripa grande. Da Pio VI, fu poi promosso al 
Chericato di Camera, e alla presidenza della Zecca. Morì anch'Esso in Roma il 30 
maggio 1799. 

Ferdinando nacque il 3 Decembre 1767, e non degenerando dagli altri fu uomo 
versa lissimo in belle lettere che gli fruttò di essere occupato in varie ^cariche di- 
gnitose nella prelatura Romana, e di essere mollo accetto al Sommo Pontefice 
Pio VII. 

Per rendere maggior lustro a questa onorevole prosapia daremo il nome dì 
Coloro che furono squittinati al Priorato in Firenze. 

Niccolò di Azzuccio / 

Taddeo di Azzuccio suddetto ) ne ] {381, 

Simone di Giovanni I 

Vajo di Giovanni suddetto ' 

Michele di Taddeo nel 1391. 

Lorenzo di Taddeo suddetto nel 1411, e nel 1433. 

Giovanni di Simone nel IMI. 

Iacopo di Simone suddetto nel 1391 e nel 1411. 

Giovanni di Michele nel 1381. 

Taddeo di Lorenzo nel 1433. 



3 VAJ 

La famiglia Vaj tiene sepoltura gentilizia nei Chiostri di S. Croce e nella Chie- 
sa di Santa Maria Novella. — In un manoscritto troviamo che allorquando Biagio 
di Giovanni di Simone stabilì la sua dimora in Prato, da quel Comune gli fu dato 
facoltà di inquartala alla propria arme quella del Comune medesimo. 

Se di alcune delle più illustri famiglie Toscane, per imperdonabile trascurarla, 
come abbiamo notato altre volte, gli storici ci lasciarono incerte poche ed incom- 
plete notizie, di altre non meno antiche e celebrate, vollero tramandare quasi per 
legge di compensazione ai posteri, cosi copiose memorie da porre in non lieve im- 
barazzo, volendo accoglierle tutte, lo Storico coscenzioso che ristretto in angusti 
limili, quali sono quelli prescrittici da questo Sommario, bramasse farne tesoro. Ed 
è in questo caso che noi ci troviamo dovendo tener parola della famiglia Vaj che 
tanto lustro recò alla Città di Firenze, per cui troppo a lungo sarebbe l'accennare 
a lutti i nobili ufficj sostenuti da quell'epoca fino a Noi, da questa egregia fami- 
glia, che vive e fiorisce attualmente nel Senatore Giuseppe, e nel di Lui fratello Carlo, 
i quali non hanno certo degenerato dagli illustri Loro Antenati, ma la loro cono- 
sciuta modestia ci dispensa da ulteriori lodi a loro riguardo. 

QUESTE NOTIZIE SONO TRATTE 

Delle annotazioni del Cav. Passerini alla Mariella de'Ricci, e da alcuni mano- 
scritti esistenti nella Biblioteca Nazionale. 



VALMARANA 



Antichissima è l'origine di questa nobilissima ed illustre 
famiglia. Il Frescot, nel suo libro I pregi della nobiltà Veneta, la 
fa discendere dai Marii Romani. Il Pagliarino nelle sue Cronache 
Vicentine, liK"o VI, la chiama famiglia antichissima, e che ha 
avuto origine da Vicenza, dove, in varie linee divisa, una di 
queste, quella discendente da Regolo, ricco personaggio di stirpe 
Gallo, aspirando a più alta meta d'onore, chiese ed ottenne d'es- 
sere nel 4638 ascritta al patriziato Veneto. 

Giovanni da Schio, egregio illustratore della sua storia pa- 
tria, scrivendo della famiglia Valmarana, succeduta ai Tressino 
nella Signoria di Vicenza, dice che questa assunse nel suo stem- 
ma un numero di scacchi pari a quello dei consolati di Mario; 
e, come i Tressino, essa volle avere una Domus Magna, e l'ebbe 
non lunge dalle strade romane presso il collegio dei Fabbri in 
Vicenza. Nei secoli XIII e XIV non trova (sempre il da Schio) 
altre famiglie che si vantino di questa Casa Grande, se non que- 
ste due, ch'ebbero, si dice, il dominio della città ; e come famiglia 
Ialina, essa, all' uso di quel popalo, diede il nome di Mario al 
suo principale personaggio di padre in figlio così regolarmente, 
che Felice, zio di Mario, tiranno di Vicenza, non P assunse se non 
quando, riliratosi a Belluno, fondò ivi un' altra famiglia, che per 
corruzione di dialetto non fu delta dei Marj, come a Vicenza, 
ma Miarj. Rovinata in seguito dalle rivoluzioni politiche, questa 




VALPERGA DEL CANAVISB 



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VECCHIETTI 

(di Firenze) 



La Famiglia Vecchietti è una di quelle consolari dette di primo cer- 
chio, e rammentate anche da Dante nel canto XVI e XXVI del Para- 
diso ove ne fa onoratissima menzione dicendo 

« Io viddi quel del Nerlo e quel del Vecchio ec, » 

Il Verino pure ne celebra così le lodi 

« Et vetus, e veteri soboles cognomine dieta, 
« Clara, sed ambigaum est priraos unde ista peuates 
« Duxerit an Rhèno vel auitis venerit agris. » 

Il Priorista Monaldi ce la dà pervenuta da Arezzo, di molta gran- 
dezza, Signora di Torri, Strada e Piazza dove fecero costruire la Chiesa 
di S. Donato, 

Bernardo di M. Ugo Vecchietti fu Console della Città di Firenze 
nel 1184, e Marsilio e Lapo suoi figli, Filippo di Iacopo e Durazzo di M. 
Guidalotto combatterono a Montaperti nel 1260. Marsilio ottenne in seguito 
il cingolo militare come premio del suo valore, segnò la pace del Cardi- 
nal Latino nel 1280, e nel 1288 fu eletto per loro Capitano generale da- 
gli Aretini, da cui godeva lo stipendio di 5000 fiorini d' oro all' anno. 

Raimondo e Giovanni furono armati per decreto pubblico Cavalieri 
a Spron d' oro nel 1378. 

Vanni d' Iacopo fu capitano di Volterra nel 1366, Ambasciatore ai 
Perugini nel 1385; e quindi a Roma al Pontefice nel 1388 per congra- 
tularsi che da Avignone avesse riportato in Roma la Sede Papale. 



VECCHIETTI DI FIRENZE 

Marsilio di Vanni fu nel 1400 dei XX eletto alla riforma elei Ma- 
gistrati della città, ambasciatore a Bologna nel 1402 ed a Ferrara nel- 
F anno seguente, Commissario in Romagna per prender possesso dei Ca- 
stelli di Dovadola e Tredozio nel 1405 e dipoi Oratore al Legato di Bo- 
logna. — Inoltre dovè portarsi al signor di Cortona nel 1406, al Papa 
nel 1409, al Re de' Romani nel 1410, ed all' Imperatore Sigismondo per 
rallegrarsi della sua esaltazione all' Impero nel 1413, e finalmente nel 
1416 fu Sindaco per trattare la pace con i Senesi. 

Giovambattista fu celebre navigatore sul cadere del secolo XVI, ed 
al Senatore Bernardo famoso Mecenate dei virtuosi dobbiamo il celebre 
scultore Giovan Bologna. 

Raimondo fu nel corrente secolo Vescovo di Colle. 

I Vecchietti dettero alla Repubblica due Gonfalonieri di Giustizia e 
ventiquattro Priori tra il 1371, e il 1504: e tre Senatori durante il 
Principato. 

Questa Famiglia per attaccare un ornamento alla cantonata del loro 
Palazzo al Canto de' Diavoli corrispondente, fece fondere dal celebre Gio- 
vanni Bologna due Diavoletti a guisa di bracci per reggere le bandiere 
del Duca della Luna, una delle potenze festeggianti di Firenze. 



A. D. 




CAV T „ e VEGLIO DI CASTELLETTO W ALBA 






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VELLUTI ZATI DEI DUCHI S. CLEMENTE HI FIRENZE 



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TI-ZATI 

DEI DUCHI DI S. CLEMENTE 

(di Firenze) 



Zato stipite di questa nobile ed illustre famiglia le diede il cognome — 
Zato è diminutivo di Davanzato — Il Verino dice essersi già detti degli 
Aldo-brandi ma non si sa con qual fondamento, e dice anche che viene 
da Catenaja di dove hanno origine gli Alberti che furono signori di quel 
luogo, e ciò forse perchè anche gli Zati hanno per arme le catene. 

« Clara Zatù domus est, qtionda Aldoiranda propago. 
« Dici fuit tribuitque lares Catenaja mater. 

Furono ricchi cittadini e si ha notizia che nel 1313, nel farsi il secondo 
cerchio delle mura, Giovanni Zati volle a proprie spese farne costruire 
155 braccia in prossimità delle sue case poste nel popolo di S. Pier 
Maggiore. 

Giuliano di Amerigo fu nel 1348 il primo dei diciassette priori dati 
da questa famiglia alla repubblica di quell'epoca fino al 1525, siccome 
per due volte fu governata la repubblica dai Zati nella suprema carica 
di Gonfaloniere di Giustizia. 

Filippo Zato fu uno dei più ricchi negozianti del suo secolo, e tenne 
casa bancaria in Parigi ove morì nel 1338 ed era ritenuto per gran 
mecenate. 

Giovanni di Francesco fu ricco popolano, prestò forti somme di danaro 
alla repubblica, molto fu considerato dal popolo, che lo fece armar ca- 
valiere nel 1378, e onorato di moltiplici ambascerie. 

Molto illustrò questa famiglia Niccolò di Simone di Americo, cittadino 
influentissimo, il quale essendo dei dieci nel 1500, ebbe incarico di trat- 
tare la dedizione degli abitanti di Collecchio ; fu Rettore dello studio Fio- 



VELLUTI- Z ATI 

rentino nell'anno seguente; Commissario generale per la guerra contro 
i Pisani nel 1502 ; e nel 1527 per opporsi al CONTESTABILE di Bourbon, 
ove avesse voluto inoltrarsi nella Toscana. 

Francesco di Simone nel 1527 fu capitano di .Bagno, e l'anno stesso fu im- 
borsato per fambasciata di Roma. — Nel 1528 fece parte della magistratura 
de'Dieci di libertà. Nel 1529 andò Commissario di guerra a Firenzuola du- 
rante l'assedio. Era Potestà di Pisa nel 1530 quando vi fu decapitato Iacopo 
Corsi col figlio, e fu dietro la sua accusa che quell'infelice fu messo a morte. 

Simone di Roberto fu Commissario di Arezzo nel 1529 ; quindi, durante 
l'assedio deputato a provvedere denari per pagare le milizie e dopo la 
resa confinato a Capua, quindi riconfinato a Villafranca di Nizza. 

Francesco di Bartolo fu mandato per Commissario a Prato nel 1529 
per quietare le vertenze insorte tra Lorenzo Soderini e Francesco Fer- 
rucci. — Si trovò in Firenze durante l' assedio e fu animoso nella difesa 
dei diritti dei suoi concittadini, dai quali, negli ultimi periodi dell' assedio 
fu eletto per uno dei commissarj delle milizie della città. Quando la Si- 
gnoria intese il tradimento di Malatesta Baglioni deputò egli insieme ad 
Andreolo Niccolini a rogarle il Decreto col quale gli toglieva il comando 
ed è noto il modo indegno col quale lo Zati fu ricevuto. 

Gaetano del Senatore Jacopo di Amerigo che nel 1692 prese per moglie 
la Costanza Agnese Strozzi Vedova del Marchese Del Borro generale del- 
l'Impero, ebbe l'onore che una sua figlia nata nel 1781 fosse dall'impe- 
ratore tenuta a battesimo per mezzo del March. Montauti e fu chiamata 
Eleonora, Maddalena, Teresa nome dell'Imperatrice allora regnante. 

Cinque Senatori tolsero i Medici da questa casa. — M. Giulio e Cam- 
mino, detto Simone, figli di altro Simone, si stabilirono a Palermo al 
principio del Secolo XVII; e Cammillo vi acquistò il marchesato di Pan- 
fesi circa il 1640 al quale da Don Placido di Zatino fu unito il Ducato 
di Villarosa durante il secolo XVIII. Mancato in Placido suddetto quel 
ramo circa il 1760, succese nei feudi l'altro ramo stabilito in Firenze; 
ma per poco, perciocché anche questo venne meno il 29 settembre 1773 
nel Marchese Simone Carlo di Gaetano, del Senatore Jacopo. I Velluti 
ereditarono i fidecommissi ed i titoli ; i beni liberi passarono nelle per- 
sone a favore delle quali detto Simone aveva testato. 

Rappresentanti attuali di questa nobilissima famiglia sono : il Duca Si- 
mone Velluti-Zati ed i suoi due Fisrli. Conte F. Galvani. 



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(di Siena) 



Chi si facesse a indagare scrupolosamente le storie inedite, che 
sappiamo esistenti e quasi trascurate in alcune Biblioteche private 
della città di Siena, forse potrebbe rinvenire in qualcuna di esse 
l'origine della famiglia Gallerani, che il Coresi Del Bruno nel suo 
Blasone Senese non ha saputo dirci. Tenuta sempre in moltissimo 
onore, fu decoro del proprio paese, ed acquistò titoli speciali alla 
benemerenza dei suoi concittadini. Noi però, a cui non fu concesso 
di por piede in quegli arcani penetrali della scenza, dovremo con- 
tentarci a dire, che negli uffici che i Gallerani occuparono il bene 
pubblico prevalse sempre al privato, e che in essi la rettitudine, 
l'onestà dei costumi e la saviezza del consiglio furono doti non 
della circostanza ma abituali. 

I Gallerani ebbero in Siena la Torre che fu denominata del- 
l' Orsa e che fu fabbricata l'anno 1215. 

Giovanni di Gallerano fu nel 1209 uno dei Consoli di Siena. 

II B. Andrea di Ghezzolino esercitò in Agnone il mestiere 
delle armi, avanti la sua conversione che avvenne nel 1240. Tornato 
poi alla patria, ci fondò lo spedale chiamato della Misericordia. La 
sua vita venne scritta da Raimondo Barbi. 

Il Palazzo dei Gallerani fu comprato dal pubblico nel 1308 per 
farvi la mercanzìa, e lo vendè Ciampolo d' Iacomo. Questa nob. Pro- 
sapia dura oggi in Milano per discendenza da Fazio Gallerani quivi 
condotto da Francesco Maria Visconti Duca di Milano e che fu 
tesoriere dello stesso Duca. 



VENTURI GALLERANI DI SIENA 

Appartenendo questa famiglia alla parte Guelfa, e disgustata del 
governo dei Signori 24 Governatori, nell'anno 1261 partì da Siena 
con altre famiglie della stessa parte, e si ritirò con esse a Radi- 
cofani, dove la Repubblica mandò dodici Ambasciatori per procurare 
il loro ritorno. 

Bernardo, o Bernardino piccolo, fu uno dei 9 Ambascia- 
tori, mandati dalla repubblica nel 1260 al Re Carlo di Napoli, 
per rallegrarsi seco del suo ritorno di Levante, e nel 1274 
venne nominato Gonfaloniere dei Cavalieri all' Assedio di Casti- 
glion d' Orcia. 

Iacomo di Gianni nel 1271 fu Camarlingo della comune di 
Siena, e nel 1278 Potestà di Massa. 

Galluzzo di Bonfiglio fu un prode Capitano nell' esercito dei 
Senesi, e molto si distinse nelle lotte avute con i conti Pannoc- 
chieschi: morì nel 1263. 

Bindo fu uno de' quattro ambasciatori che la repubblica mandò 
ai confini dei Fiorentini, nel 1289 ad incontrare Carlo II Re di 
Sicilia e la Regina sua Consorte. 

Nell'anno stesso, Ciampolo fece scorta con gente armata per ordi- 
ne della repubblica al detto Re quando parti di Siena, ed in pari tempo 
consigliò al Senato la pace. Tre anni dopo, cioè nel 1292, da Niccolò 
di Buonifacio Buonsignori comprò il castello e i bagni di Avignone. 

Iacomo di Sighero nell' anno stesso 1289 fu Provveditore di 
Biccherna. 

Nel 1303 Giovanni fu eletto Ambasciatore per la Repubblica, 
coli' incarico di pacificare quei di Montiano coi Grossetani. 

Furono pur provveditori di Biccherna Coppo di Buglione nel 1318, 
Fabio di Pietro Paolo nel 1380, e Fabio di Buonaventura nel 1444. 

Luigi venne annoverato nel 1347 fra i quattro Provveditori 
di Bucherila ; morì in quest' anno di peste ; e in quella carica 
venne rimpiazzato da suo fratello Ristoro, il quale la sosten- 
ne anche nel 1350 e fu tolto perchè nel 1355 fu ascritto al 
collegio dei riformatori, Collegio che fu eletto dall' Imperato- 
re Carlo IV. 



VENTURI-GALLERANI DI SIENA 

Fabio di Antonio venne da Papa Sisto preso in considerazione 
nominandolo Vescovo di Ascoli. Preso dal male, venne a respirare 
l'aria natia nella città di Siena, dove nel 14-79 morì e fu sepolto 
nella Chiesa di S. Domenico. 

Fra Reginaldo nel 1540 fu nominato Cav. di Malia, e quindi 
si fece Canonico regolare. 

Giulio fu eletto nel 1553 a Capitano del Gonfaloniere del terzo 
di Camullia per difesa della città assediata. L' ultimo della famiglia 
Gallerani, prossimo a compiere la sua carriera mortale, non volendo 
che questa jfamiglia venisse ad estinguersi colla di lui morte per 
difetto di eredi, volle che Augusto di Ascanio Venturi, fatto Cav. di 
S. Stefano nel 31 ottobre 1635, ne assumesse il casato, e legò a 
lui ogni sua sostanza. Per non defraudare ai lettori le memorie che 
riguardano i discendenti della nobilissima famiglia Venturi, daremo 
un cenno biografico anche dei medesimi, perchè non vennero mai 
meno alle nobili loro tradizioni, anzi accrebbero ed accrescono tuttora 
il lustro dei loro antenati colla pratica assidua delle più belle 
ed operose virtù cittadine. Essa discende da Asciano, ed Andrea 
di Ventura fu il primo che nel 1351 risiedesse nel supremo 
Magistrato. 

Da lui discesero molti uomini illustri nella toga, nelle lettere 
e neil' armi. 

Allorquando la comune di Siena spedì nel 1369 agli Aretini 
un' ambasciatore, perchè abbandonassero l'impresa di Lucignano, fu 
scello a tale onorevole ufficio Ventura Venturi. 

Paolo fu uno dei quattro provveditori nominati nel 1-499. 

Iacomo sottoscrisse la capitolazione fatta da Pandolfo Petrucci 
per stabilirsi nella sua grandezza. 

Scipione fu nel 1522 Rettore dello Spedale di S. Maria della Scala. 

Antonio coprì il grado di Capitano allorché nel 1552 Don 
Pietro di Toledo vice Re di Napoli, assediò Montalcino per ordine 
dell' Imperatore Carlo V e dopo la vittoria tornò trionfante 
in Siena con altri Capitani. Dopo un' anno fu eletto Capitano 
del Gonfaloniere del Terzo di Città, per sicurezza della patria 



VENTURI-GALLERANI DI SIENA 

assediata, e nel successivo anno 1554- restò morto in una sor- 
tita che fecero i Senesi per assaltare gli Spagnoli che avevano 
assediato la città. 

Girolamo d'Alfonso nel 29 settembre 1562 venne fatto Cav. di 
S. Stefano, e nel 26 giugno 1592 ottenne tale onorificenza il di 
lui figlio Annibale che divenne poi gran conservatore di questa 
Religione. 

Alla dignità di Cav. di Malta venne sollevato nel 7 aprile 1569 
Fra Lucrezio. 

Annibale nel 1591 fu nominato uno dei cento uomini d' arme 
della compagnia del Granduca di Toscana nella quale fu denomi- 
nato il Cav. Spuntante: fece per impresa una rosa col motto è fra 
le spine pure spuntando viene. 

Don Lorenzo di Persio Monaco Certosino fu Procuratore Gene- 
rale della sua Religione in Roma e Vicario Generale della medesima. 

Nel 1639 Cosimo venne nominato Ingegnere Generale di tutti 
i presidii di Toscana dal Re Cattolico, e di Porto Longone nell'Elba. 
Dal Granduca venne eletto a governatore della terra e Isola del 
Giglio e dopo venne variato per Castellano di Castiglioni della Pescaia; 

Cammillo del Capitan Cosimo e 

Ferdinando ottennero pure loro la Croce di S. Stefano, come la 
ottennero 

Stefano del Cav. Ferdinando nel dì 3 giugno 1672. 

Cosimo del Cav. Cammillo nel 31 ottobre 1699. 

Giov. Girolamo di Angiolo nel 23 giugno 1711. 

Ventura del Cav. Cosimo nel 3 febbraio 1730 e 

Anton Girolamo di Giulio nel 7 aprile 1734. 

Don Ventura Monaco Olivetano stampò un opera intitolata — De 
Maiestate Ponti ficis. 

Don Giorgio pur esso Monaco Olivetano fu uomo di grande 
ingegno e di consumata dottrina, che scrisse in verso eroico — De 
carne per Deam Assumpta — 

Patrizio insigne Giureconsulto fu lettore nella patria e carissi- 
mo al Granduca Ferdinando I. 



VENTURI-GALLERANI DI SIENA 

Eufrasia, e 

Ortenzia onore e meraviglia del sesso furono fornite di varie 
scienze che le resero non inferiori ai primi letterati dei loro tempi. 

Giovanni Andrea prese la Croce bianca 1' anno 1710. 

Giovanni fu nominato Canonico di Duomo, e nel 1655 fu in- 
viato Ambasciatore ad Alessandro VII e 

Annibale fu Capitano di Francia della Repubblica di Venezia 
in Dalmazia, dove venne fatto schiavo dei Turchi, dai quali si liberò 
mediante la sua accortezza, facendo ritorno al suo posto di Capitano. 

Rappresentanti attuali di questa Illustre Famiglia sono gli Egre- 
gi Signori Cav. Angiolo, ed il suo figlio Augusto, Direttore della 
Banca Popolare di Siena, individui degnissimi di servire di esempio 



ai migliori. 



U. D. 



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VERNEJ DI VENEZIA 



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VESPIGNANI DI "ROMA 






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( eli Roma ) 



Fra la primaria Nobiltà Romana, va distinta la Famiglia dei Conti Ve- 
spignani, tanto per i celebri personaggi prodotti, quanto per le Illustri 
alleanze incontrate. 

Fu affezionatissima alla S. Sede, dalla quale ottenne molti favori e pri- 
vilegi. 

1 Vespignanì hanno sostenuto in ogni tempo quelle più distinte cari- 
che e dignità, che si concedevano dal cessato Governo Pontifìcio. 

Usa per Arme 3 stelle in campo bleu e 5 vespe d' oro in campo d'ar- 
gento, ed in mezzo allo scudo una sbarra d' oro. 

Oggi questa Famiglia è rappresentata dal Conte Professor Commenda- 
tore Virginio distinto Architetto. E ascritto all' Insigne Artistica Congre- 
gazione Pontifìcia del Pantheon fra i virtuosi di merito residenti, e tro- 
vasi fra i Professori Accademici Consiglieri dell' Insigne Accademia delle 
Belle Arti denominata di S. Luca per la Classe di Architettura. È pure 
Ingegnere in capo del Corpo Artistico; dal Conte Francesco Ingegnere 
Architetto, e dal Conte Commendatore Giov. Vincenzo Tenente Brigadiere 
Generale della Guardia Nobile Pontificia. 

U. D. 




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THE LIBRARY 
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UNIVERSITY OF ILLINOIS 



VESPUCCI 

( di Firenze ) 



y Vespucci traggono origine da Peretola, piccolo villaggio della Toscana 
distante tre miglia da Firenze ; e presero il loro cognome da Vespuccio di 
Dolcebene di Bartolo, vinattiere che sedè nel Collegio dei Priori nel 4350 
e 1354. Venuti a stabilirsi a Firenze sullo scorcio del secolo XIII, ferma- 
rono stanza nel popolo eli S. Lucia di Ognissanti, e precisamente in quella 
casa che fa cantonata in Via Nuova, che attualmente è di proprietà dei 
Religiosi di S. Giovanni di Dio. Facendo essi parte di famiglie oscure, i 
turbamenti politici aprirono loro la via alle dignità della Repubblica, a 
cui dettero venticinque Priori e tre Gonfalonieri di giustizia. 

Simone di Piero. Entrò nel Magistrato dei Priori nel 4389, carica che 
ottenne pure nel 4399. Fu mercante di somma considerazione, anzi uno 
tra i primi setaiuoli della città, ed uomo molto pio. Unitamente a Gio- 
vanna d'Amerigo da Sommaja sua moglie, edificò nella chiesa di Ognis- 
santi una magnifica cappella, e vi apri sepoltura per se e suoi discendenti, 
come rilevasi dall'iscrizione che portala data del 4383. Fabbricò eziandio 
poc' oltre al 4380 uno spedale che si chiamò di S. Maria dell'Umiltà, il 
quale nel 4588 per decreto del Granduca Francesco I fu conceduto ai Re- 
ligiosi di S. Giovanni di Dio, con obbligo di esercitarvi V ospitalità. Morì 
il 48 luglio del 4400. 

Giovanni suo figlio fece parte dei XII Buonomini nel 4424; dei XVI 
Gonfalonieri di Compagnia nel 4428 e 4430, poi fu uffiziale della moneta 
e Capitano di parte Guelfa nel 4433. Nel 4435 fu mandato Oratore a Na- 
poli per trattare una lega con Alfonso d'Aragona, il quale lo nominò suo 
Consigliere e gli concesse il privilegio di apporre un vaso nel proprio stem- 
ma. Nel 4436 fu mandato Commissario al Borgo S. Sepolcro mentre ver- 
tevano le dispute sul possesso di quella terra tra la Repubblica fiorentina 
ed Eugenio IV. Nel 4443 fu condannato alle stinche per ordine di Cosimo 
Medici allora arbitro dei destini di Firenze; ma ne ignoro i motivi, 
benché sia certo che il suo delitto era di stato. Lo storico Cavalcan- 
ti, a pagina 523 del tom. II delle Storie Fiorentine ci serba ricordo del- 
la fidanza grandissima che addimostrò Giovanni Vespucci nelle sue avver- 
sità perchè innocente, sopportando costantemente la pena che gli fu in- 
flitta ; quantunque costretto dalla violenza della tortura a confessarsi reo di 



2 VESPUCCI 

delitti di stato e di ruberìe a danno del pubblico e dei privati ch'ei non 
aveva commesso. Morì il 24 aprile 4456. 

Guidoantonio suo figlio fu Giureconsulto di chiaro nome, ed uno dei 
cittadini più stimati dei suoi tempi. Sedè in diversi magistrati della Repub- 
blica, e tra questi fu due volte Priore nel 4473 e 4484, poi Gonfaloniere 
di giustizia nel 4487 e 4498. Ma ben di maggior momento furono le am- 
bascerie da lui sostenute. Nel 4478 trovandosi la Repubblica in gravi an- 
gustie per l' interdetto fulminato da Sisto IV per causa della congiura dei 
Pazzi, il Vespucci fu spedito a Roma per protestare contro sì ingiusta con- 
danna; e per fare intendere al Papa che se egli aveva dichiarata guerra 
ai Fiorentini, questi avrebbero saputo far rispettare i loro diritti va- 
lendosi essi pure della forza delle armi : e mentre era di ritorno a Fi- 
renze ebbe lo incarico di andare a Perugia per ringraziare quel Co- 
mune per la lega che aveva stretta coi Fiorentini contro Sisto IV. INel 
4479 sedè tra i XII Buonomini, e nello stesso anno fu mandato Oratore 
in Francia per domandare soccorsi al Re contro 1' esercito collegato di Si- 
sto IV e del Re di Napoli che aveva invasa la Toscana. Nel 4480 fece par- 
te insieme con altri della onorifica ambasciata che venne spedita a Ro- 
ma per ottenere da Sisto IV 1' assoluzione dalla censura. Terminata la guerra 
col Papa fu mandato a Roma nel 4483 per trattare una lega con Sisto IV, 
e per adoprarsi per la conferma delle decime ecclesiastiche ottenute già in 
sovvenimento dello studio di Pisa : e tornò a Roma nell'anno appresso per 
prestare obbedienza ad Innocenzio Vili ch'era stato eletto Pontefice. Nel 
4494 fu spedito Ambasciatore a Carlo Vili Re di Francia, per fargli noto come 
i Fiorentini intendessero di starsi neutrali nella guerra mossa da lui agli 
Aragonesi di Napoli, e dipoi quando il Re Carlo era in Firenze, fu in- 
caricato con altri quattro cittadini di trattare col Cardinale di S. Malo Am- 
basciatore di lui, intorno alla restituzione di Pisa, che ribellatasi ai Fioren- 
tini si era posta sotto la protezione della Francia. Nel 4495 fu spedito a 
Napoli per rallegrarsi col Re di Francia della conquista di quel regno, e 
con commissione segreta di offrire al medesimo 42,000 scudi per la restitu- 
zione di Pisa e delle fortezze; ed in seguito ebbe mano in tutte le trattative 
fatte con quel Monarca per le cose di Pisa. Fu Ambasciatore residente in 
Milano nel 4495. Nel 4496 sedè nel Magistrato dei X della guerra: e nel 
4497 fu spedito a Parigi per disporre Carlo Vili a far più vive e pronte 
provvisioni acciò Pisa fosse dai suoi luogotenenti restituita ai Fiorentini. 
Nel 4498 fu mandato oratore a Lodovico Visconti duca di Milano per am- 
mansire la sua collera contro i Fiorentini : dipoi dovè portarsi a Venezia 
per indurre quella repubblica a collegarsi colla Fiorentina contro i Pisa- 
ni. Onore della patria, morì con dolore universale nel 4501 4 dicembre. 

Giuliano di Lapo sedè quattro volte nel collegio dei Priori tra il 4443 
1458; fece parte dei XII Buonomini nel 1445, e nel 4462 pervenne alla 
suprema dignità di Gonfaloniere di giustizia. Cuoprì del pari altre onorevoli 
cariche, e tra queste fu Commissario generale di guerra nel 4453, ed Am- 
basciatore alla Repubblica di Genova nel 4459. 

PIERO suo figlio nato nel 4432, fu condottiero delle galere dei fiorenti- 



VESPUCCI 3 

ni nel 1462 nllorchò questi andarono in Rarberia ; e nel 4464 in altra 
escursione nella Sorìa. Tornato in patria fu fatto sedere tra i Priori, poi 
tra i XII Buonomini, e nel 1470 fu mandato Ambasciatore a Ferdinando di 
Aragona Re di Napoli che lo armò Cavaliere. Fu nemico dei Medici, per 
cui il 26 aprile del 1478 quando scoppiò la congiura dei Pazzi, uden- 
do il popolo infuriato contro la sua famiglia fuggì fuori della Città. Fu 
presto arrestato, e tratto alle carceri fu condannato a perpetuità nelle 
prigioni delle stinche. Di questa sua condanna fu autore Lorenzo il Magni- 
fico valendosi del pretesto che si fosse approfittato del tumulto nato in 
quella circostanza per saccheggiare molte case ; ma in realtà per avere aju- 
tato a favorire la fuga di Napoleone Franzesi suo amico, ed uno dei più 
compromessi in quella famosa congiura. Ottenne la libertà in conseguenza 
dei trattati di pace del Re di Napoli Ferdinando d' Aragona con Lorenzo 
il Magnifico, del 4480, e riacquistò il diritto alle magistrature dopo la fu- 
ga di Piero de' Medici da Firenze nel 4494. Nel 45C2 trovavasi Commissario 
a Cortona quando ilDuca Valentino s' impadronì di quella città. Essendosi egli 
col suo collega Antonio Mori, accorto che i Cortonesi favorivano le genti 
del Duca, si ritirò co' suoi soldati nella rocca; ma richiamati dai Corto- 
nesi che venissero ad esercitare i loro uffici, mostrando loro i nemici es- 
sere partiti, furono per tradimento di quelli abitanti carcerati. Tornati i 
Medici non ebbe molestie, ma nemmeno impieghi, e morì intorno al 4544. 

Anastasio di Ser Amerigo di Stagio, fu giureconsulto e dopo di avere 
risieduto in moltissimi officii, fu dal 4455 al 4459 Notaro della Signorìa. Da 
Lisabetta di Ser Giovanni Mini sua moglie, gli nacque il 9 Marzo del 4454 
il celebre Amerigo. Anastasio morì il 28 aprile 4482. 

Giorgio-Antonio suo fratello abbracciato lo stato ecclesiastico divenne 
Canonico della Metropolitana fiorentina nel 1482. Fu in seguito Pievano di 
S. Maria di Cascina, e Proposto dei canonici. Nel 4497 vestì l'abito di frate 
domenicano nel convento di S. Marco di Firenze per le mani di fra Girola- 
mo Savonarola. Morì nel Convento di Fiesole il 47 aprile del 4514 in età 
di 80 anni. Fu uomo dottissimo nel greco e nel latino ; grande amico di 
Marsilio Ficino, e di Savanarola, da cui dicesi, che avesse la commissione 
di tradurre dal greco in latino le opere di Sesto Empirico. Di questa 
traduzione più nulla si sa, e forse sarà perduta. Il Vespucci fu uomo di 
sayi costumi e di grande pietà, e nelle cronache del suo Ordine ha titolo di 
venerabile. 

Amerigo à' Anastasio, uomo famosissimo dal cui nome il Nuovo Mondo 
fu detto America, nacque egli il 9 Marzo del 4454, ed ebbe a precettore 
Giorgio-Antonio Vespucci suo zio domenicano di S. Marco. Dotato di un 
ingegno straordinario e di un ardore infaticabile per lo studio, il giovine 
Amerigo fece tali progressi nella fisica, nell'astronomia e nella cosmogra- 
fia, che fu creduto degno di essere ammesso alla celebre Accademia Plato- 
nica, dove conobbe Paolo Toscanelli, che gli rese noti i suoi pensieri sul- 
l' esistenza di un nuovo mondo. Siccome il traffico aveva grandemente con- 
tribuito alla prosperità della Repubblica, così ciascuna famiglia doveva aversi 
un cittadino che servisse la patria in quella professione. Amerigo adunque 



4 VESPUCCI 

fu Scelto nella famiglia dei Vespucci onde seguitare lì esempio dei suoi mag- 
giori. Lasciò egli pertanto Firenze nel 1490, più per desiderio di viaggia- 
re, che per altro, conducendo seco altri giovani fiorentini, e fra gli altri 
Giovanni Vespucci suo nipote il quale riuscì anch'egli bravissimo pilota co- 
me racconta Pietro Martire nelle sue istorie. Era in Siviglia ministro della 
ragione Medici, quando intese che il Colombo era giunto a tenere la ter- 
ra ferma. Da questo momento si propose di abbandonare il commercio 
per andare a riconoscere un mondo di cui l'Europa allora aveva cono- 
sciuto 1' esistenza. Il 40 maggio del 4497 intraprese il primo suo viag- 
gio, e salpò da Cadice con cinque vascelli comandati da Ójeda. La piccola 
armata veleggiò verso ponente, ed in capo a 37 giorni a mille leghe dalle 
Canarie, giunse a tenere la terraferma. Sceso a terra incontrò gente infini- 
ta, la quale da primo si dette a precipitosa fuga, ma per via di varj dona- 
tivi allettata, si arrese a trattare con esso. Il Vespucci scendendo a terra 
non trattava duramente gli abitanti che vi trovava ; ma anzi mentre i 
suoi compagni erano intenti a non cercare altro in quei luoghi fuor- 
ché le ricche miniere, egli non di altro occupavasi che di considerare 
i loro costumi, le varie produzioni di quella terra, ed a pensare al modo di 
mansuefare e ridurre all' europea civiltà quei selvaggi. Reduce da quel viag- 
gio continuò a dimorare in Spagna, ed acquistata maggior pratica e dot- 
trina nell' arte nautica e nella scienza geografica e cosmografica, venne in 
tanta riputazione che il Re Ferdinando, che di mal occhio vedeva il Co- 
■ lombo, sì determinò di affidare al Vespucci una nuova spedizione per con- 
tinuare le scoperte. Partitosi nuovamente da Cadice nel maggio del 1499 co- 
minciò il suo cammino diretto all'Isole del Capo-Verde, ed in termine di 
quarantaquattro giorni approdò ad una nuova terra. Ma la cosa più singo- 
lare che operò in questo viaggio, oltre la scoperta di una quantità d'Isole, 
fu l'avere per il primo oltrepassata di 6 gradi la linea audacemente avan- 
zando sotto la Zona torrida, spavento fino allora dei naviganti, e giunse 
al Brasile, regione di tanta soavità di terra e di cielo, che sembravagli il 
vero Eden. L'Ammiraglio Ojeda voleva continuare il viaggio; ma le que- 
rele dell'equipaggio lo forzarono a tornare in Europa. Giunto in Spagna, 
Ferdinando ed Isabella, ai quali il Vespucci presentò molti prodotti del nuo- 
vo mondo, gli fecero la più lusinghiera accoglienza. Si sparse frattanto per 
tutta l'Europa la fama delle sue felici scoperte, per la qual cosa la Re- 
pubblica fiorentina ne dimostrò ben presto la gratitudine, e il conten- 
to. Imperocché per ordine della Signorìa si mandarono alla sua casa di 
Borgo-Ognissanti in segno di straordinaria allegrezza le lumiere, le quali 
stettero accese per tre giorni, ed altrettante notti; onore in quei tempi se- 
gnalatissimo, conceduto con solennità di voti e per decreto della Signoria 
ai benemeriti della Repubblica. Non sappiamo però qual fosse la vera ca- 
gione che compiuto con tanta gloria questo suo secondo viaggio, e trovato 
dal Re e dalla Regina di Spagna quelle grate e onorevoli accoglienze, ei 
si partisse improvvisamente dal regno e si mettesse agli stipendj del Por- 
togallo. E indubitato però che per ordine di Emmanuele Re di Por- 
togallo partì da Lisbona il 40 di maggio del 4501 con tre vascelli; gi- 



VESWCC1 :> 

rò intorno quasi tutto il Brasile fino alla terra dei Patagoni; ma allenilo 
da una fiera tempesta fu costretto di retrocedere e prender terra di 
nuovo sulle sponde del Portogallo. Soddisfatto il Re dell' opera sua, 
lo mise alla testa di sei vascelli, co' quali partì la quarta volta il 10 di 
maggio del 1503 con animo di andare a rintracciare un nuovo passaggio 
per la parte d' occidente all' Isole Molucche, che poi fu scoperto. Ma 
per balordaggine del capitano, non potè eseguire il suo nobile pensiero ; 
poiché volendo l' ambizioso Duce andare a far pompa della sua flotta 
verso la Serra liona, montagna asprissima dell'Etiopia australe, fu quivi 
sorpreso da una burrasca si fiera che andò a fondo la capitana, con total 
perdita delle provvisioni fatte per il viaggio. Da un simile accidente atter- 
rito essendo ormai da Lisbona discosto 300 leghe, dopo di aver corsi gravi 
pericoli, la piccola armata entrò nella Baia d' Ognissanti del Brasile e mal- 
concia ritornavasene in Europa. Amerigo dimorò in Portogallo fino al 1506 
anno in cui morì il Colombo. Allora tornò al servigio della Spagna; e nel 
1507 condusse un naviglio spagnuolo con titolo di primo pilota e con 50,000 
moravedis di annuo salario. Nel corso di questo viaggio, che fu il quinto 
d'Amerigo, le Indie occidentali cominciarono a portare il suo nome. Que- 
sto onore gli fu concesso dal Re Ferdinando, il quale con suo diploma or- 
dinò che d'allora in poi quella parte di mondo doversi chiamarsi America 
Questa dichiarazione, dice il Prèvost nella sua Istoria generale dei viaggi, 
divenne come una legge per tutta l'Europa. La quale però mentre ha con- 
tinuato a designare con tal nome il nuovo emisfero, ha sempre lamentato 
la ingiustizia di tale onore, ritenendo Cristoforo Colombo più che il Ve- 
spucci, come il vero e principale scuopritore dell'America. Continuò Ame- 
rigo a fare altri viaggi nel nuovo mondo, e per quanto crede il suo biografo 
Bandini, sulla fede di Lopez de Pintho, morì a Terzera la principale isola 
delle Azzorre, correndo l'anno 1516 trovandosi di nuovo al servizio del 
Portogallo. II Re volendo onorare la di lui memoria fece sospendere le reli- 
quie del suo vascello nella cattedrale di Lisbona, e Firenze colmò di ono- 
ri la sua famiglia. Il Vespucci fu certamente debitore della sua gloria al 
proprio merito, ed alle sue fatiche; ma v'ebbe alcuna parte il suo carat- 
tere, e singolarmente la fortuna che in tutte le cose s'intromette. Mentre 
Colombo lagnavasi altamente e con ragione della ingratitudine degli uo- 
mini, e la sua gloria riusciva importuna ai sovrani della Castiglia, Ameri- 
go, modesto e pacifico, non dava ombra né ai Re, ne ai suoi rivali; la me- 
tà della terra assunse \\[ suo nome, senza però che egli ricercasse un 
tanto onore, e senza che l'invidia potesse avvertire ad impedirlo. Molti 
scrittori possono consultarsi su questo famoso ed infaticahile navigatore, il 
di cui nome può dirsi veramente che vivrà quanto il mondo. Ma l'opera 
che più d'ogni altra può consultarsi, è quella certamente di Stanislao Ca- 
novai edita in Firenze nel 1832 coi tipi di Attilio Tofani. II Vespucci ha 
lasciato un giornale di quattro dei suoi viaggi, scritto in latino, Parigi 
1532, Basilea 1555; ed in seguito tradotto in italiano ed in francese, Pa- 
rigi 1519. Altre sue lettere scritte in italiano furono stampate in Firenze 
nel 1516 di cui tirate furono pochissime copie, ed intorno alle quali può 



6 VESPUCCI 

consultarsi il Repertorio di Bibliografia speciale di Peignot Ì810. Tali let- 
tere indirizzate a Piero Sederini e a Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici, 
dimostrano un uomo superiore nelle cognizioni delia nautica. 

Antonio fratello del precedente, fu de' Priori nel 4493, e servì trenta 
anni la Repubblica come Cancelliere delle tratte, talché essendo vecchio fu 
rimunerato con generosa pensione. Di lui fa onorevolmente menzione il 
Varchi sotto 1' anno 4528 con tali parole. « Ultimamente vinsero nel me- 
li desiato giorno per un altra provvisione degna di moltissima lode, che a 
« Ser Antonio di Ser Atanasio Vespucci, il quale aveva con fede e solleci- 
« tudine trenta anni la Repubblica per Cancelliere delle tratte servito, tro- 
« vandosi oggimai vecchio, e per la molta età quasi inutile, si traesse lo 
« scambio, ed egli esercitando o non esercitando 1' ufficio, sendochè meglio 
« gli tornava tirasse il salario medesimo. » Antonio morì il 44 dicembre 
1534. 

Bartolommeo suo figlio fu dottore in medicina, in matematiche, ed ec- 
cellente filosofo e cosmografo. Sedè tra.i Priori nel 4524; e nel 4516 fu chia- 
mato a Padova ove tenne cattedra d' astronomìa. Abbiamo di lui un Ora- 
zione col seguente titolo: Bartholomaei Vespucci Fior, artium et medici- 
nae Doctoris, Oratio habita in celeberrimo Gynnasio Patavino, prò sui 
prima lectione anno 4546. Altre due Orazioni sull'astronomia scrisse pu- 
re in latino, che furono pubblicate in Venezia nel 4508, ed ivi riprodotte 
nel 4534. Morì di pestilenza nel 4527, il 2 di aprile. 

GIULIANO di Marco si distinse assaissimo durante l'assedio per lo zelo 
con cui difese la libertà della patria, a segno di meritarsi l'officio di Com- 
missario di guerra. Ma il di lui zelo e nulla valse. Nel 4530 cadde Firen- 
ze, e cadde principalmente per tradimento di Malatesta Baglioni chiamato 
dai fiorentini a comandarli, perchè non si poteva sospettare infedeltà in un 
uomo al di cui padre, Leone X aveva fatto tagliare la testa. Divenuti i 
Medici padroni di Firenze, Giuliano visse oscuramente il resto de' suoi gior- 
ni; ma non soffrì molestie. Ignoro qual fosse la sua fine. 

La discendenza di Ser Antonio fratello del celebre Amerigo si spense 
nel 4712, il 4 novembre, per morte di Giovan-Carlo di Gujdantonio. Esi- 
ste per altro tuttavia il ramo derivante da messer Pietro di Giuliano, ed è 
rappresentato da Amerigo di Cesare. 

SCRITTORI DAI QUALI SI È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA 

Bandini, Vita a" Amerigo Vespucci. — Ammirati, istoria fiorentina. .Varchi istoria 

fiorentina. — Saltini, cronologia dei Canonici fiorentini: — Canovai, Vita a" Amerigo 
Vespucci sta in fronte all' opera intitolata — Piaggi di Amerigo Vespucci, conia Vit a 
V Elogio e la Dissertazione giustificativa di questo celebre navigatore, Firenze i83a. 
Cavalcanti, istorie fiorentine. 




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VETTORI 

(di Firenze) 



JJj opinione di alcuni genealogisti che i Vettori abbiano comune I' ori- 
gine coi Capponi; a ciò forse avrà dato motivo il fatto di avere le due 
casate posseduto le loro abitazioni nello stesso quartiere e gonfalone 
non che la somiglianza che riscontrasi nei loro stemmi, poiché come 
ognuno si avvede, la banda caricata di gigli fu introdotta dai Vettori 
per un privilegio della casa d'Anjou, comune a molte famiglie fiorentine 
ove dominava il partito guelfo. L'opinione più accreditata è quella che 
i Vettori fossero consorti dei Capponi , non già per aderenza di sangue 
come altri scrisse , ma bensì per consorterìa mercantile fatta per pub- 
blico istrumento, come lo afferma Giuliano de' Ricci nel suo Priorista 
e che riporta anco il Mariani. I Vettori ebbero moltissima parte nel go- 
verno della Repubblica, contandosi tra essi quarantadue Priori e cinque 
Gonfalonieri di giustizia. 

Paolo di Rocuccio nel 4337 fu maestro della Zecca; nel 4345 Gon- 
faloniere di giustizia; nel 4347 Ambasciatore al Re d'Ungheria, e nel 
1352 fece parte dell'Ambasciata spedita a Napoli per assistere alla inco- 
ronazione della Regina Giovanna I. In questa occasione gli Ambasciatori 
fiorentini richiesero una parte del corpo di S. Reparata per reliquia , 
perchè la loro cattedrale era sotto l'invocazione di quella Santa; infatti 
fu loro dato un braccio di legno colorato e così bene acconcio che i 
Fiorentini rimasti nell'inganno lo portarono a Firenze, e per molti giorni 
vi fecero solennità ed offerte e soltanto dopo molto tempo si avvidero di 
essere stati burlati. Nel 1353 il Vettori fu spedito oratore alle città di 
Perugia , Siena ed Arezzo , per confermare la lega diretta a garantirsi 
reciprocamente contro la crescente potenza dei Visconti; nello stesso 
anno fu Vicario di Pescia; nel 4359 e 4367 fece parte del Consiglio dei 
Priori, indi spedito a Viterbo per congratularsi con Urbano V pel suo 
arrivo in Italia. 

Andrea di Neri, uomo di molta reputazione presso la Repubblica fio- 



2 VETTORI 

rentina e per conseguenza incaricato dei più rilevanti affari della patria. 
INel 1382 fece parte della Magistratura dei XXXII cittadini deputati a 
provvedere al pacifico stato della città , dopo gli sconvolgimenti che eb- 
bero termine colla decapitazione di Giorgio Scali; nel 4385 sedè nel 
Magistrato dei X della guerra, e nel 1388 fu spedito Oratore a Siena 
all' oggetto di persuadere i Senesi , che i Fiorentini non avevano avuta 
parte alcuna nella sommossa di Montepulciano. Nel 4390 fece parte del 
Magistrato dei IX Accoppiatori destinali a praticare alcune riforme negli 
squittinj per la estrazione delle cariche ; nel 4393 fu Console dell' arte 
della lana; nel 4394 Uffiziale della casa dei Mercanti; nel 4395 Gonfalo- 
niere di giustizia; nel 4396 dei X di Balia; nel 4399 Capitano di Pi- 
stoia; nel 4400 Ambasciatore a Venezia per trattare dei mezzi oppor- 
tuni ad opporsi alle ambiziose mire del Duca di Milano; e nel 4404 
fu spedito collo stesso carattere di Ambasciatore all'Imperatore per l'og- 
getto stesso. Essendo Potestà di Padova , nel 4404 accompagnò Francesco 
Novello da Carrara nella guerra contro i Visconti , e quando Francesco 
divenne padrone di Verona, il Vettori vi fu eletto Potestà. Nel 4405 dopo 
la caduta dei Carraresi tornò in patria, ed allora fu nominalo Commis- 
sario dell' esercito fiorentino nella guerra contro i Pisani. Morì a Piom- 
bino nel 4408 cuoprendo la carica di Governatore. 

Neri suo figlio; nel 4402 fu Potestà di Città di Castello; nel 4440 
Ambasciatore del Fiorentini a Bologna per congratularsi con Giovanni 
XXIII della di lui esaltazione al pontificato; nel 4416 disimpegnò per- 
la seconda volta la carica di Potestà di Città di Castello, e nel 1418 fu 
chiamato a Roma ove Martino V lo nominò Senatore. Tornato in patria 
fu inviato Oratore a Filippo-Maria Visconti Duca di Milano , acciò le di 
lui contese col Marchese di Ferrara intorno al possesso di Parma no» 
turbassero la pace d' Italia. 

Pietro di Francesco. Nel 4478 fu Capitano di Volterra, indi venne 
spedito a Faenza per mantenervi in fede Galeotto Manfredi Signore di 
quella città; nel 1484 fu Commissario dell'esercito fiorentino destinato 
alla ricuperazione di Sarzanà , e portatosi alla difesa di Livorno , di- 
fendendo con soli dodici uomini la Torre del Fanale, obbligò il nemico 
ad abbandonare l' impresa; ricuperata Sarzana , vi fu eletto Governatore. 
Nel 4485 seguì nella stessa qualità di Commissario l'esercito fiorentino 
nella guerra contro Innocenzio VIII, e nel 4486 contro i Genovesi. Nel 
4487 essendo stato ucciso in una congiura Girolamo Riario Signore di 
Forlì, fu spedito in Romagna a ricuperare Piancaldoli, di cui il Riario 
dieci anni prima si era impadronito. Nel 4489 fu imiato Ambasciatore 
a Ferdinando d'Aragona Re di Napoli , Principe cui stava molto a cuore 
ai Fiorentini , e che era per una seconda volta in gravi contese con In- 
nocenzo VIII. Fu quindi Vicario di S. Miniato nel 4489; Commissario a 



VETTORI .1 

Pistoia insieme a Gio. Battista Midolli per rimettere in pace quella città 
disunita nel 1490; Commissario a Caslrovaro in Homagna nel 4493, 
dei X di guerra nel 1494, di poi Commissario a Volterra per invigilare 
i movimenti «lei Senesi che si erano dichiarati in favore dei Pisani. Nella 
guerra di Pisa fu uno dei Commissari , e nel -1495 insieme a Guglielmo 
Pazzi venne destinato alla ricuperazione di 31onlepulciano che i Senesi 
avevano tolto ai Fiorentini. Quando Pietro de' Medici azzardò il tentativo 
dalla parte d'Arezzo per tornare in Firenze, Pietro venne spedito a 
Cortona insieme a Luca degli Albizzi per rendere vani i suoi disegni. 
Morì in quell'anno a Pistoia ove rivestiva la carica di Commissario fio- 
rentino. Il Vettori fu uomo illibatissirno, ed è da notarsi che afflitto da 
una malattia proveniente da soverchia flemma , suggeritogli dai medici 
l'uso della donna, non acconsentì di ricuperare in tal guisa la salute. 

Paolo suo figlio. Nel 4542 fu uno dì coloro che si dettero briga per 
il ritorno dei Medici dei quali godeva il favore. Nel 1543 venne deputato 
insieme a Vieri de' Medici per prendere possesso di Pielrasanta che era 
in mano dei Lucchesi, i quali ad istanza di Leone X la restituirono ai 
Fiorentini. Nel 4544 accompagnò a Torino Giuliano de' Medici che si re- 
cava colà per effettuare le proprie nozze con Filiberta di Savoja. Leone 
X lo nominò Generale delle galere pontificie donandogli l'isola di Gor- 
gona. Nel 4548 volendo assalire due fusle di Mori nell'acque di Piom- 
bino, fu istantaneamente circondato da gran numero di legni che stavano 
in aguato, e dopo lungo combattimento fu costretto ad arrendersi. Tra- 
dotto in Affrica venne riscattato da un mercante Veneziano con 6000 
doppie d'oro, che poi furono pagate dal Papa. Nel 4520 si portò a Rodi 
in soccorso dell'ordine dei Cavalieri Gerosolimitani assediati dai Turchi; 
nel 1523 sedè nel Consiglio dei Priori ; nello stesso anno si recò a Bar- 
cellona colle galere pontificie per prendervi Adriano VI e condurlo in 
Italia; e nel 4526 Clemente VII lo inviò Ambasciatore a Francesco I Re 
di Francia per congratularsi della sua liberazione dalla prigionìa in cui 
era caduto nella famosa battaglia di Pavia. Morì nello stesso anno. Fu 
uomo di singolare abilità nelle cose del mare, ma di pessima condotta , 
per cui trovandosi spesse volte in critiche circostanze pecuniarie, fu fa- 
cile ai Medici di corromperlo, e per tal mezzo farne un traditore di 
patria. 

Francesco suo fratello; fu partigiano della Casa Medici, ed uno di 
coloro che si adoprarono per rovesciare il governo del Gonfaloniere per- 
petuo Pietro Soderini. Nel 1543 fu inviato Ambasciatore a Leone X per 
congratularsi della di lui assunzione al pontificato, dal quale nel 4545 
venne spedito a Francesco I Re di Francia in occasione del di lui avve- 
nimento al trono, e da questi rinviato al Pontefice per negoziare sui 
preliminari di un congresso che si doveva tenere in Bologna tra il Papa 



4 VETTORI 

e quel Monarca. Nel 4520 sedè ne! Consiglio dei Priori; nello stesso 
anno fu spedito a Montefeltro per prendere possesso di quella terra tor- 
nata nel 4519 alla Chiesa per la morte di Lorenzo Medici, e che Leone X 
staccò dal Ducato di Urbino per indennizzare i Fiorentini delle spese , 
che avevano fatte nella conquista di quel Principato, cacciandone i Ro- 
vereschi ; nel 1521 sali al supremo grado di Gonfaloniere di giustizia; 
nel 1522 ebbe il governo di Pistoia, e nel 4523 fu mandato Ambasciatore 
a Roma per congratularsi con Clemente VII per la di lui esaltazione al 
pontificato. Nel 4527 allorché i Medici furono cacciati dalla città, il 
Vettori fu uno dei capi di quella ribellione , ed ebbe a compagni Niccola 
Capponi e Filippo Strozzi; e quando nel 4529 Clemente VII fece la pace 
con Carlo V per avergli promesso di farlo padrone di Firenze, e che 
frattanto in questa città si parlava della probabilità di un assedio , il 
Veltori fece parte degli Ambasciatori spediti al Pontefice per piegare 
l'animo suo al bene della patria: i suoi compagni tornarono a Firenze 
mal soddisfatti, ma il Vettori levatosi la maschera rimase a Rologna ai 
fianchi del Papa in qualità di suo consigliere. Si seppe allora che costui 
aveva sempre tirato segretamente una pensione dui Papa, e che in- 
vece di essere amico della Repubblica , come per tale dimostravasi, 
altro non era che un delatore della casa Medici , per cui soffrì bando 
e confisca. Istituito il principato, tornò in patria, ove da! Duca Ales- 
sandro fu nominato uno dei XII Riformatori che uniti ad altri tren- 
tasei Consiglieri distrussero affatto il governo repubblicano procla- 
mando lo stesso Alessandro Duca di Firenze. Dopo I' uccisione di Ales- 
sandro formò parte di coloro che si dettero briga per l'elezione di Co- 
simo I di cui divenne uno dei suoi consiglieri; ma avvenuta la vittoria 
di Montemurlo , Cosimo I fece intendere che non aveva più bisogno di 
tutori, ed il Vettori fu uno dei primi ad essere allontanato dalla Corte. 
Morì di cordoglio nel 4539. Lasciò scritta una Istoria patria dal 4511 
al 4527; la vita di Lorenzo Medici Duca d'Urbino, ed alcune lettere 
che poi furono pubblicate nella corrispondenza di Niccolò Machiavelli 
del quale era amicissimo. 

Piero d' Jacopo, fu uno dei più caldi partigiani della libertà allor- 
ché scoppiò nel 4527 la sommossa contro i Medici che poi furono co- 
stretti a fuggire. Nel tempo dell'assedio prese le armi in difesa della 
patria; e siccome era uomo molto eloquente, venne destinato dai suoi 
concittadini ad infiammare con pubbliche orazioni nella chiesa di S. Ma- 
ria Novella il popolo fiorentino perchè con tutto lo zelo possibile , por- 
tasse ajuto alla cadente libertà. Caduta Firenze, si ritirò nella sua villa 
di Decimo , ove non credendosi abbastanza sicuro andò di poi a Roma. 
Dopo l'uccisione del Duca Alessandro si restituì alla patria, ed allora 
Cosimo I lo nominò Lettore d'eloquenza greca e latina in quell'univer- 



VETTORI 5 

sita , e nel 4550 lo inviò Ambasciatore fl' obbedienza a Giulio III clic lo 
nominò Cavaliere e Conte; nel 1553 fu eletto Senatore; nel i 555 si tra- 
sferì altra volta a Roma per ossequiare il Cardinale Cervini suo intimo 
amico, che era stato esaltato al pontificalo col nome di Marcello II, 
presso il quale probabilmente sarebbe rimasto in qualità di Segretario 
dei Brevi , se questi dopo pocbi giorni non fosse mancato ai vivi , per 
cui il Vettori risolvè di tornarsene a casa. Fin qui della sua vita poli- 
tica; in quanto alla vita letteraria, il di lui primo lavoro comparve al 
pubblico nel 4534 colla edizione delle opere di Cicerone che furono 
accolte con molto plauso; rivolse quindi i suoi studii alle opere di Ca- 
tone, di Garrone e di Columetla , che dopo tanti pazientissimi con- 
fronti videro la luce nel 1541, 1549, 1563 e 1575 ridotte alla vera loro 
lezione , ed arricchite di eruditissime annotazioni. In seguilo fece stam- 
pare le opere d' Aristotile , le quali arricchite di note e commenti pre- 
gevolissimi, comparvero alla luce in diverse epoche, cioè, l'etica nel 4547; 
Varte oratoria nel 1548; la politica nel 4552; V arte poetica nel 4560 
e nel 4564; i libri dell' ottimo reggimento di uno stato nel 1576, ed 
il libro dei costumi nel 4584. Pubblicò in oltre i quattro libri di Por- 
firio sugli animali, colle questioni del medesimo sulle cose divine, e le 
dichiarazioni di Michele da Efeso espositore d' Aristotile , nei quattro 
libri delle parli degli animali nel 4548; le opere greche di Clemente 
Alessandrino nel 4554; il Dialogo di Platone intorno l'amicizia, al 
quale uni la vita di Socrate scritta da Seno fonte j il Trattato della lo- 
cuzione di Demetrio Falereo nel 4552 e 4562-, le Tragedie à'Eschilo 
nel 4557; le Commedie di Terenzio nel 4565; il Poemetto d' Arato j 
l'opera d'Ipparco di Bitinia; un Trattato di commentar]' di Tazio sopra 
i fenomeni di Arato , ed un Frammento di Teone Alessandrino nel 4567; 
finalmente pubblicò la Congiura di Catilina , la guerra di Giugurta di 
Sallustio , e le Vite d'Iseo e di Dinarco scritte da Dionigi A' Alicarnasso. 
Sono pure sue fatiche alcune lezioni riguardanti antichità greche e ro- 
mane pubblicate nel 4553; l'orazione da lui proferita nel 4550 alla pre- 
senza di Giulio III; quella per Giovanna d'Austria nel 4565, siccome le 
Orazioni funebri pel Cardinale Giovanni de' Medici ed Eleonora di Toledo 
nel 4562, pel Granduca Cosimo I nel 4574, e di Massimiliano II nel 4576. 
Scrisse eziandio un' opera intitolata Liber de Maxima Dignitate Cosmi 
Medicis , nella quale trattò sulla precedenza tra la casa Medici e quella 
d'Este; la Descrizione del viaggio d'Annibale per la Toscana, ed un opusco- 
letto intitolato la Coltivazione degli Olivi , una delle prime opere che 
in genere di agricoltura sia stata scritta in Italia. Morì nel 1585 com- 
pianto da tutti i letterati. 

Alessandro di Francesco. Visse alla corte del Granduca Ferdinando II 
di cui guadagnò il favore ricevendo dal medesimo onorevoli incarichi e 



6 VETTORI 

distinzioni. Nel 4G48 fu nominato Consultore del S. Uffizio ; nel 4636 
Segretario delle Riformagioni; nel 1637 Senatore e Segretario della 
pratica segreta; nel 4642 Uditore della giurisdizione; nel 4645 Uditore 
dell'ordine dei Cavalieri di S. Stefano; nel 4656 Moderatore dell'Uni- 
versità di Pisa, ed infine fu promosso al Consiglio di Stato. Il Granduca 
affidò a lui la questione che egli stesso ebbe con Urbano Vili intorno 
ai beni allodiali della casa della Rovere, dopoché l'ultimo Duca di Ur- 
bino aveva promessa in sposa l' unica sua nepote Vittoria alla casa 
Medici. Morì nel 4664. Il Vettori fu uomo eruditissimo; era ascritto al- 
l'Accademia fiorentina della quale fu Console nel 4660. 

Francesco di Federigo, fu celebre Archeologo, Cavaliere e Com- 
mendatore dell'ordine di S. Stefano /nel 4700, e Console in Roma della 
nazione fiorentina. Morì nel 4770 con fama di uomo sincero, modesto, 
benefico e di costumi illibatissimi. Lasciò scritte dodici opere con i se- 
guenti titoli. Veteris gemmae ad christianum usum exculptae expla- 
natio 4732. — Nummus aureus veterum chrìstianorum commentarius 
4737. — De musei Victorii emblemata et de nonnullis numismatibus 
Alexandri Severi 4737. — // fiorino d' oro antico illustrato 4738. — 
Dissertatio glyptographica sive gemmae duae vetustissimae emblema- 
tibus et graeco artificis nomine insignito explicatae 4739. — De septem 
dormientibus 4741. — Animadversiones in lamellam aeneam 4744. — 
Numisma Hieronymi equitis eodem prolatum 4742. — De vetustate et 
forma monogrammatis nominis Jesu 4747. — Dissertatio apologetica 
de quibusdam Alexandri Severi numismatibus 47 49. — Dissertatio phi- 
lologica, qua nonnulla monumenta sacrae vetustatis deprompta aeri 
incisa tabula vulgantur expenduntur , illustrantur 4754- — Del culto 
superstizioso di Cibele. 4753. 

La casa Vettori si estinse in Firenze nella linea mascolina il 47 
aprile 4835 restandone soltanto superstite la Marchesa Maria-Ottavia ma- 
ritata al Conte Giulio Placidi di Siena. 

SCRITTORI DAI QUALI SI È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA 

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Lotta, Famiglie celebri italiane — Bianchini, Notizie di Pier Vettori e della sua 
famiglia — Casotti, Vita di Pier Vettori — Negri, Storia degli scrittori Fiorentini — 
Bandint, Memorie per servire alla vita del Senatore Pietro Vet tori — Benivieni, Vita 
di Pietro Vettori V Antico, gentiluomo fiorentino — Lastri, Elogio di Pier Vettori sta 
nel Tom. Il degli Elogj degli uomini illustri Toscani Varchi, Istorie fiorentine — 
Ammirati, Istorie fiorentine — Mecatti, Cronologìa della città di Firenze — Sai/ciati, 
Orazione funerale delle lodi di Pier Vettori Senatore ed Accademico fiorentino — 
Bocchi, Oratio de laudibus Petri Victorii viri clarissimi — Vedi anche le note del 
Cav- Passerini alla Manetta de' Ricci. 




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__ lon sarebbe cbe andare a tentoni fra il bujo de' secoli tra- 
scorsi, se si volesse rintracciare l'origine della famiglia Vianelli; 
essa si dice discendente dai Savelli di Roma, e vuoisi che Vianello 
Savelli abbandonasse la madre patria stanco degli odj intestini che 
la laceravano al suo tempo, e piantasse le sue tende in Genova, 
ove i suoi discendenti mutarono in seguito, per rispetto al loro capo- 
stipite, il primitivo cognome in quello di Vianelli. È naturale che al- 
cuni rami di essa si sieno diffusi anche nelle altre città d' Italia; 
infatti nel Campidoglio Veneto questa famiglia è classificata come 
originaria di Bergamo, e in questo manoscritto, come in altri rac- 
colti per la storia di Chioggia, il cognome soffrì anche qualche al- 
terazione, essendo chiamati Vianoli, Vianolli, Vianello e Vianelli, 
modificazioni che non cangiano niente affatto l' identità della fami- 
glia in discorso e che ponno aver avuto origine anche dalla negli- 
genza degli antichi amanuensi. L' antico stemma in ogni modo, 
portalo dalle famiglie di questi diversi cognomi, ne prova l'identica 
origine. 

Checché ne sia, questa famiglia si trova annoverata fra le illu- 
stri di Chioggia, prima ancora del 1400, e su quel torno anche fra 
quelle di Venezia, ove acquistò il Patriziato Veneto mediante l'esbor- 
so d' una rilevante somma di danaro. 11 ramo che figurò in Chiog- 



YIA.KELLI » CACGfliOLE 

già pare abbia avuto residenza fin dalla memoranda guerra dei Ge- 
novesi contro quella città, ove per ferite ricevute nel conflitto o per 
matrimonio, o approfittando del Decreto del Senato (1382) che ac- 
cordava la cittadinanza alle famiglie residenti in Chioggia venute 
dal di fuori per ragione della guerra, ha trasportato ivi i suoi 
penali, come i Doria ed i Gandolfi. È certo però che i Via- 
nelii sono enumerati fra le famiglie rimaste nel Maggior Consi- 
glio alla Serrala del 4 401, e da quel tempo nei libri Consiliare 
officiali e ducali sono nominati degli individui appartenenti alla il- 
lustre famiglia Yianelli, i quali copersero con onore e con vantaggio 
le principali cariche della città e dello Stato. In seguilo questa fa- 
miglia, per distinzione de' varj rami, come è costume nei nostri 
dintorni, prese i soprannomi di Vianelii-Toccia, Vianelli-Negri, Via- 
neili-Cantà, Vianelli-iNasobi e Vianeìii-Cacchiolc, e trasferendosi an- 
che in altre città, conservò ciascun ramo questo secondo predicalo, 
nonché la nobiltà Clodiense e la cilladiuanza Veneta. 

L' epoca per altro gloriosa di questa famiglia non ha prin- 
cipio che nel 4504, in cui vediamo brillare come astro lumi- 
noso Girolamo Yianelli, reso celebre per viaggi, non che per valore 
militare. Egli visse nel secolo dei grandi avvenimenti dell'Europa, 
delie scopette, della cacciata de' Mori, della lega di Cambra!, delle 
guerre turehesche, nel secolo degli uomini più illustri e del risor- 
gimento delle arti. Arminosi nelle legioni spagnuole comandate 
dalia regina Isabella, si distinse sì meravigliosamente, che, come 
dice lo storico Flechier, parve mandato dal cielo per la gloria e la 
felicità della Spagna. Elevato ai grado di generale e poi maresciallo, 
combinò col Cardinale ministro Ximenes la conquista di Mazarqui- 
vir, di Orano, d; Bugio di Tripoli che riuscì favorevole alle sue ar- 
mi, indi occupò risola di Querquernes, che fu I' ultima delle sue 
gesta, avendovi lasciata la vita nella pugna pel tradimento di un 
suo alfiere. 

Nei secolo -16.° fiorì pure un Francesco V. anelli distln'0 nelle 



VIANELLI - GAGC1II0LK 

ledere, citalo anche dal Tiraboschi e dal Foscarini, il quale scrisse 
un libro de Tititlis regiis Hispimiae, un trattato de Consolalioìie^ 
scritto nella più forbita lingua del Lazio, e diede alla luce varie 
opere di illustri antichi. Carlo Vianelli, che gli era conlcmpjranco, 
ebbe anch' egli rinomanza di letterato profondo e di distintissimo 
scrittore. 

Nel 1617 Gian Battista Vianelli, dopo aver servito la patria 
negli impieghi civili, fu nominato sopracomito della galera offerta da 
Chioggia al Senato contro i Turchi, e benché sessagenario si di- 
portò valorosamente in ogni scontro, e finita la guerra la sua pa- 
tria Io elevò alla più gran dignità del Comune, cioè a Gran Can- 



celliere. 



Baipassare Vianelli fu eletto pure in altra occasione di batta- 
glia marittima qual sopracomito, e per decreto del Senato ebbe il 
titolo di Cavaliere di S. Marco. 

Matteo Vianelli, come parla una sua lapide, fu dottore in legge, 
assessore di Vicenza, ma morì in età ancor giovanile. 

Rocco Vianelli, fratello a Baldassare, fu dotto negli autori 
elassici e nelle discipline ecclesiastiche, come pure ricordevole 
per le sue beneficenze. 

Agostino Vianelli, acquistatosi fama di profondo giureconsulto 
e di integerrimo magistrato, fu eletto (12 marzo 1651) Gran Can- 
celliere di Venezia, carica che lo rendea il primo personaggio della 
Repubblica dopo il Doge. 

(1 canonico Bavagnan, ne' manoscritti raccolti per la storia di 
Chioggia, ricorda un Vianelli Girolamo, fiorito nel 1620, e versa- 
ssimo nelle lettere, il quale ebbe il grado di dottore e la carica 
distintissima di cavalier di S. Marco. 

Anche monsignor Girolamo Vianelli (m. nel 1792) fu beneme- 
rito della storia patria. Versato nelle lingue antiche, erudito nel- 
le lettere, scienze e morale, laureato in teologia, ricusò varie 
cattedre offertegli, ed amò meglio coorsre i primi oÉBzj e dignità 



'1 

VIANELLI - CACCIIiOLE 

ecclesiastiche ; si fece amare da tulli, la sua morie fu compianta 
dalla città intiera ed una lapide, erelta nel Duomo di Chioggia, ri- 
corda le sue virtù ed il suo sapere. 

Monsignor Giovanni, fratello di Girolamo, ni. nel 4 793, lau- 
reato pure in teologia, fu distinto nelle lettere e culi;. re esimio 
dell' arte della pittura. 

A mezzo d' una ducale d 1 Alvise Moeenigo, che ricorda la no- 
biltà della famiglia Yianelli e la slima in cui era tenuta, possiamo 
ricordare anche un Antonio che meritò d' esser creato pei suoi 
personali meriti cavaliere del Doge. 

Giuseppe Valentino Vianelli, fratello dei monsignori Girolamo 
e Giovanni, m. nel 1803, studiò medicina in Padova, meritò di 
esser fatto Priore della stessa Unhersilà, fu slimalo ed amalo dalle 
principali celebrità del suo tempo; ascritto a socio delle più cospi- 
cue Accademie scientifico-letterarie italiane ed estere, scrisse va- 
ni opuscoli di medicina, molle eruditissime memorie, e precorse le 
grandi scoperte terapeutiche del secolo presente. 

Giambattista Vianelli, soprannominato Negri, trasferitosi a 
Parigi nel 1785, seppe guadagnarsi P affezione di Luigi XVI, e 
dopo la rivoluzione egli fu mandato ambasciatore ad Otranto. Un 
suo nipote Achille vive ora in Napoli e gode fama di distinto pittore. 

Giacomo Antonio Vianelli, eminente giureconsulto, sotto il 
governo italico fu promosso a giudice, indi a vice-procuratore re- 
gio in Treviso ove fondò P Accademia Filodrammatica. In seguito 
fu trasferito a Ferrara ed a Reggio, ove si distinse per giustizia e 
facondia. Scrisse varie orazioni, opuscoli inediti e poesie piene di 
lingua e di brio, e morì in Venezia nel 1827. 

Non si dee omettere una parola d' encomio né a Monsignor 
Vincenzo Vianelli canonico (Cancelliere e Vicario Vescovile in Chiog- 
gia, morto nel 1832, né a 1). Giacinto Vianelli fratello, morto il 1819, 
esperio nelle matematiche, musica e disegno, figli ambedue di 
Giacomo Antonio Vianelli (d.° Toccia). 



VIANELLI - CACCIIIOLK 

Caia memoria sussiste ancora in pallia di Angelo Gaetano 
Vianelli. Coltissimo nella letteratura italiana, francese, inglese e 
spagnuola, delle quali possedeva le lingue, tradusse molle opere 
scelte di varj autori nelP italiana favella ; scrisse pure varie poesie 
stimate per buono stile, ebbe V amicizia de' celebri contemporanei, 
occupò molte magistrature e fu delegalo due volte a Napoleone I 
per sostenere la patria libertà. Ei fu f onore della famiglia, il be- 
nemerito delia patria. 

Andrea Vianelli, padre de' viventi Giuseppe e comm. Carlo, 
attuale sindaco di Chioggia, fu molto profondo nelle lettere, mate- 
matiche e filosofia, ma sdegnò sempre éi occupare le cattedre che 
avrebbe meritato, pago della quiete de' suoi sludj. 

Abbiamo enumeralo abbastanza uomini insigni di questa fa- 
miglia, perchè se ne ammiri la rinomanza,* ma non possiamo nel 
finire negare una lode ben sentita ai tre giovani Antonio, Giuseppe 
e Luigi Vianelli, pittore il primo ed insigni fotografi gli altri due, 
della cui arte tengono lo scettro ben meritato, a nessun fotografo 
secondi in Europa; né taceremo del P. Giuseppe M. Vianelli, che trat- 
ta squisitamente la pittura a pastello, scolpisce preziosi intagli e dà 
vita alla creta con bassorilievi in plastica. 

Altri individui di quesl' illustre famiglia, trasferitisi in Adria, 
a Treviso, a Pellestrina, furono pure luminari nella scienza, distinti 
amministratori dei Comuni ove risiedettero, ed eminenti funzionarj 
a qualunque carica sieno stati elevali. Me faccia fede fra tanti il si- 
gnor Avvocato Angelo Vianello-Cacchiole di Marco, il quale fece par- 
te dell' amministrazione comunale di Treviso dal luglio 4866 al 
novembre 1872, dapprima qual Assessore e poi qual Sindaco nel 
triennio 1870-71-72. Egli portò vivissimo amore a tutto ciò che 
forma il bene e f amore del suo paese, e dimostrò particolare in- 
teresse alla pubblica istruzione, dando impulso e vita a scuole ed 
istituzioni educative. Sovra proposta del Ministro della pubblica 
istruzione, fu nominato cavaliere de" SS. Maurizio e Lazzaro con 



VIANELLI CACCHIONE 

sovrano Decreto 27 gennaio 4871 ; ed al pari di molli altri Sindaci, 
il cav. Yianello si ebbe pure il Diploma di cittadino romano, a ri- 
cordanza della festa per la inaugurazione di Roma a capitale d'Ita- 
lia, cui assistette in qualità di rappresentante della stessa Treviso. 
Colpito da grave malattia, dovette necessariamente rinunziare al- 
l' uffizio di Sindaco, e in tale occasione gli furono rese testimonian- 
ze di stima e di elogio dal Governo, dal Consiglio Comunale e 
da' suoi concittadini per mezzo della pubblica stampa (4). 

Egli ha due figli, Girolamo e Mario, pe' quali prodiga tutte le 
più solerti cure affinchè divengano veri successori di tanti uomini 
illustri che li precedettero. 



(i) Vedi Gazzella di Treviso, II e 21 novembre 1872,. IN'. 314, 324. = rfrchivìo Do- 
mestico, settembre e ottobre id. IN. 9, IO. — L' Esposizione Ileyionale di Treviso, 10 
ottobre id. W. 18 



VIANELLI 



I^lon sapremmo se più antica o più chiara si possa chia- 
mare la Famiglia Vianelli,, la quale vanta di discendere dai Sa- 
velli di Roma ; e taluni scrittori asseriscono, che Vianelli Savel- 
li, abbandonata la patria per civili discordie, cercasse asilo in 
Genova, dove poscia la di lui famiglia mutasse l'originario co- 
gnome di Savelli in quello di Vianelli, e in progresso di tempo 
si dividesse in più rami spargendosi in varie città. 

Nel Campidoglio Veneto però trovasi registrata una fami- 
glia Vianoli, Vianolli, come proveniente da Bergamo, e da tempo 
antichissimo dimorante in Venezia ove acquistò nell'anno 1658 
il Patriziato Veneto coli' esborso di cento Ducati, sessanta in 
oro purissimo e quaranta in Depositi Pubblici (1). 

Nel libro d'Argento troviamo pure descritta la famiglia 
Vianoli con le seguenti testuali parole « Questi, che prima si 
chiamarono Alberegni, vennero da Bergamo, ed hanno coman- 
dato in Venezia a Fondaghi ed a Navi per uso di guerra come 



((I) È MSaì probabile che questi Vianelli provenissero prima da Chioggia e poscia, come 
altri cittadini ClodieDsi, avendo impieghi nelle Segretarie dello Stato, passassero in Venezia. 



VIANELLI 

per uso di mercanzie., colle quali hanno acquistato beni in Ve- 
nezia e fuori » (2). 

Ma lasciando da parte le varie versioni sulla sua vera pro- 
venienza, per noi e' è prova inconfutabile, essere la chiarissima 
Famiglia Vianelli di Chioggia discendente dallo stesso stipite di 
Agostino Vianello i di cui figli Giacomo Yianolo, Vescovo di Fu- 
magosta, poscia di Torcello, e Ferdinando Maria furono aggre- 
gati al Patriziato Veneto (come già sopra accennammo), e ciò 
non solo per lo sborso dei Ducati \ 00, ma ben anco per le 
eminenti meriti personali, e per alte cariche sostenute, come 
era a quei tempi quella a cui era salito il loro padre Agostino 
di Cancelliere Grande ; ed Alessandro Maria,, altro fratello che 
ebbe fama di erudito scrittore e che scrisse in purissimo stile 
l' Historia Veneziana, ed altre opere ben degne del suo inge- 
gno : ebbe costui per moglie una Contarmi., e gli fu dato onora- 
ta e memoranda tomba nella Chiesa di S. Canciano. E Giovanni 
Maria Vianellr, fratello ad Agostino, aveva un'alta carica in Co- 
stantinopoli col Balio Giustiniani e poscia fu Segretario del 
Consiglio dei X. Ma ben anco anteriormente alle citate epoche, 
cioè sino dal 4401, la chiarissima Famiglia Vianelli apparte- 
neva al Gran Consiglio., registrata quindi nella Nobiltà Cittadi- 
na, come si desume dai Registri delle Ducali e dai Libri Con- 
siliari che si conservano nei Civici Archivi di Chioggia. 

Divisa in molti rami., questi vennero poscia distinti con 
soprannomi, e la Famiglia, alla quale dedichiamo questi brevi 
cenni, conservò sempre gelosamente Y avita Nobiltà Clodiense 
e l'originaria Veneta sino a' giorni nostri. Ed a provare il 



(2) Quanto al cambiamento di Yianoli in Yianolli- Yianelli era cosa assai comune a quei 
tempi, come vedonsi i Cornaro mutarsi in Corner i Delfln in DolGn, ecc. 



VIANELLI 

nostro esposto., in quanto la risguarda per antichità, nobiltà, e 
per le benemerenze che godeva presso la Serenissima Domi- 
nante, crediamo opportuno di qui riportare una Ducale Dispo- 
sizione del Doge Alvise Mocenigo, colla quale veniva fregia- 
to della distintissima Onorificenza di Cavaliere di S. Marco un 
Antonio Vianelli. 

Aloysius Mocenico Dei Gratia Dux Venetiarum. 

« Fra le più antiche e distinte famiglie di Chioggia enu- 
« merasi quella delli Yianelli., che gode pur anco Cittadinanza 
« Originaria di Venezia, e vanta in ogni secolo haver avuto 
« soggetti non solo della maggior abilità nelle scienze, che della 
« maggior esperienza e probità nell' esercizio de principali 
« carichi della città di Chioggia, come spicca da registri negli 
« Archivj della città stessa., d' essersi contrassegnati nelle con- 
« giunture più importanti in servigio della loro Patria e di 
« questa Dominante. Fra quelli particolarmente Gio. Batt. Yia- 
« nello, che fu nell'anno Ì6I7 eletto sopracomito in età sessa- 
« genaria della Galera rassegnata dalla città alla Repubblica 
« nostra nella Guerra contro il Turco, indi per sue benemeren- 
« ze creato dal \ 623 Cancellier Grande della Città medesima, 
a come per benemerenze eguali Baldissera Yianello restò eletto 
« Cavalier del Senato dopo sostenuto da lui più e più volte il 
« Carattere d'Ambasciatore della Città medesima. Di presente 
« nutrendo spiriti non dissimili dalle degne azioni degl'antenati 
« di detta Famiglia Antonio figliuolo di Fortunato Vianelli., che 
« va dando saggi di virtù e di fede, promettendo in ogni occa- 
« sione il servizio migliore alla di lui Patria., ed alla Repubbli- 
« ca nostra, perciò mossi noi dal desiderio di contrassegnare al 
« merito della famiglia stessa e vie più animare nell' esempio 
« de Maggiori il predetto Antonio Yianello, l' abbiamo creato 
i Cavalier di S. Marco, tale dichiarandolo ed eleggendolo con 



VIANELLI 

* impartirle facoltà di portare la Croce, Veste, Centura> Spada., 
« Sproni d'oro et ogni altro ornamento, che all'Equestre digni*- 
« tà si appartiene, come pure di godere gii onori tutti prehe- 
« minenze, prerogative, et soliti Privilegi In segno di che gli 
« abbiamo rilasciato il presente di nostra mano firmato, e del 
« nostro Sigillo munito, a memoria de posteri ». 
Dato in nostro Ducali Palati© sub Die XV Mens. Feb. 4728. 
Alvise Mqgenigo Dose di Venezia» 

E se qui con ordine di precedenza dovessimo registrare 
tutti gli uomini che in diversi modi illustrarono la storta di que- 
sta cospicua Famiglia, sortiremmo dallo spazio impostoci in 
quest' opera Araldica ; per cui dobbiamo nostro malgrado citare 
di volo le gesta gloriose di Girolamo Vianelli, che nel J504 era- 
si già reso celebre pe' suoi lunghi viaggi, non meno che per 
il valore a prò della patria, ed anche sotto vessilli stranieri, 
come a quell'epoca era costume dei Cavalieri procacciarsi in 
altre contrade riehezze e fama. 

Nelle memorande epoche in cui regnava Isabella di Casti- 
glia con Ferdinando d' Aragona, il dotto ed ardito Girolamo 
scieise la Spagna qual terra fortunata delle sue geste 
guerresche, esortando quella corte Cattolica ad imprese con- 
tro gì' infedeli. Lo scrittore Flechier scrive a proposito della 
sua comparsa in Ispagna queste parole « Pareva che il cielo 
lo avesse inviato per la gloria e felicità della Spagna » (3). 

Splendida n' è la storia delle sue gesta in quel paese ove 
si acquistò il titolo di valorissimo Generale sotto il comando di 
D. Ferdinando di Cordova, alla conquista di Mazurquirir, ed 



(3) Fleclner, Storia del Cardinal© Xìmenes « Vetieeìa 1721.» 



VIANELLI 

innalzalo al grado di Maresciallo di Campo, si distinse ollremodo 
nella spedizione all'Isola di Querquernes che fu per lui l'ullima 
delle sue gloriose imprese. (4) Nel secolo XVI, un Francesco 
Vianelli fu versatissimo nelle belle lettere, rammentato dal Tira- 
boschi nella sua Storia della Letteratura Italiana e dal Foscari- 
ni; scrisse l'opera de Titulis Regis Hispanice ed altre ben degne 
della sua celebrità, ed alla stessa epoca Carlo Vianelli, segreta- 
rio del Consiglio dei Dieci, ebbe fama di forbito letterato. 

Nel 1617 Gio. Batt. Vianelli, dopo di aver sostenuto in 
patria le principali cariche civili, veniva eletto sopracomito del- 
la galera offerta dal comune nella guerra contro i Turchi, e 
sebbene in età sessagenaria, non rifiutò il pericoloso comando, e 
strenuamente diportossi in ogni incontro (5) ; finita la guerra, 
per compensarlo dei segnalati servigi resi, con un posto d'onore 
fu eletto nel 1635 dalla sua patria a Gran Cancelliere, cioè alla 
più illustre carica della città. Anche un Baldassare Vianelli tro- 
vasi ne' libri Consiliari eletto sopracomito in altra occasione di 
guerra, e distintosi venne creato Cavaliere di S. Marco per de- 
creto del Senato ; e suo fratello Rocco fu dotto ne' classici 
autori e delle discipline ecclesiastiche studiosissimo. Nel 1651 
Agostino Vianelli, già da noi citato come stipite principale, fu e- 
letto a Cancellidr Grande di Venezia, che lo rendeva il primo 
personaggio della Repubblica dopo il Doge. 

Nei manoscritti, raccolti dal benemerito Canonico D. r Gi- 
rolamo Ravagnan per la Storia patria, trovasi un Gerolamo 
Vianello che fiorì in letteratura nel 1620, fatto Dottore e Cava- 



(4) Fleury, Storia Ecélea. 

(5) Vedasi una dotta ed erudita memoria scritta da Carlo Bullo, Socio Corrispondente 
dell'I. K. Accademia di Padova^ di Rovigo e dell'Ateneo di Bassano, in onore degli uomini 
illustri che appartennero alla famiglia Vianelli di Chioggia, e dalla quale abbiamo riassunto 
gran parte di questi ceuui genealogici. — Chioggia coi tipi di Teresa Casati., vedova Fias- 
sine, 1863. 



VIAAELLI 

liere di S. Marco; e del pari benemerito della patria si rese 
Monsignor Girolamo Yianelli nel 4718, il quale, ottenuta la 
laura in Teologia, si dedicò con amore allo studio di ogni 
scienza ecclesiastica, della Storia civile e politica della Giuri- 
sprudenza e della Diplomatica. 

Una lapide^ erettagli nel Duomo di Chioggia dal Vescovo 
e dai Canonici, ne ricorda ai posleri le sue immense virtù. — 
Monsignor Giovanni di lui fratello fu parimenti emulo negli stu- 
di, e nella pittura molto si distinse; e del pari distinto nella 
repubblica letteraria fu Giuseppe Valentino Yianelli che studiò 
medicina in Padova e posciachè, salito in tanta estimazione, fu 
innalzalo all'onore di Priore dell'Università., scrisse varie ope- 
re e precorse le grandi scoperte terapeutiche del secolo pre- 
sente coli' usar egli fra i primi « la Chinachina nelle febbri pe- 
« riodiche, le acque di Recoaro, di Nocera, di Boemia, del Tettuc- 
« ciò nelle dissenterie, il Sapone Veneto, nello scorbuto i sughi 
« d'erbe fresche, de' Pampini di Vite, degli aranci di subacido sa- 
«pore; nel morbo gallico il mercurio, e nelle malattie nervose 
« le scosse della macchina elettrica ». Primo in Chioggia in- 
trodusse l'innesto del vaiuolo, ed il celebre Abate Toaldo, quello 
specchio di dottrina e di morale ben noto., così parla delle osser- 
vazioni del Yianelli: « Esimio è il registro che tiene in Chioggia 
il dottissimo nostro accademico dottor Giuseppe Vianellij ecc. » 
(6) ed il Ravagna nella sua Biografìa degli italiani illustri, Voi. 
V. Tomo III, ne fa un elogio meritatissimo. U\Accademia a- 
graria e V altra di Scienze, lettere ed arti di Padova, la So- 
cietà Medica di Venezia, V Accademia d' Upsala gli inviarono 
perciò i loro diplomi ai quali corrispose con erudite memorie. 



(6) Vedasi la sopra citata memoria di Carlo Bullo. 



VIANELLI 

Un Giovanni Ballista Vianelli, conlraddislinlo col sopran- 
nome di Negri, passò da Chioggia a Parigi nel i 785, dove 
seppe col suo ingegno cattivarsi una speciale affezione alla' 
corte dell'infelice Luigi XVI e soprattutto la Regina Maria An- 
tonietta era affezionata ad una di lui figlia per nome Enrica ; 
egli fu poscia inviato Console in Olronto, ed un suo fi- 
glio vive oggidì in Napoli godendo riputazione di buon pittore. 

E così diversi altri soggetti fiorirono negli studi della 
Giurisprudenza sotto il governo Italico, come fu Giacomo An- 
tonio Vianelli, coprendo con onore diverse alte cariche sino 
alla sua morte avvenuta in Venezia nel 4827; e del pari re- 
gistriamo Monsignor Vincenzo Vianelli, Canonico Cancelliere 
e Vicario Vescovile morto nel 4832, come anche il R. D. Gia- 
cinto Vianelli espertissimo nelle matematiche, nella musica e 
nel disegno., ambo fratelli e figli di Giacomo Antonio Vianelli. 

Onorevole e classica memoria conservasi pure di An- 
gelo Gaetano Vianelli, nella citata Biografia degli Italiani 
Illustri - Voi. IV. fas. IV. Le sue dotte e molle opere lascia- 
te sono il miglior elogio che di lui si possa tessere (7). 

Angelo Gaetano Vianelli fu onore di sua famiglia,, bene- 
merito della scienza e della patria. — ' 

Ora conchiudiamo coll'annoverare Andrea Vianelli., padre 
dei viventi Giuseppe e Comm. Carlo e fratello ad Angelo Gae- 
tano., il quale fu persona colta nelle lettere e versalissimo nelle 
matematiche e nella filosofia- 

Non degeneri delle virtù di tanti illustri ed insigni 
maggiori sono gli odierni Conti Giuseppe e Comm. Carlo., 
attualmente Sindaco di Chioggia. Quest'ultimo molto si di- 



(7) Vedasi la sopra citala memoria di Carlo Bullo. 



VIANELLI 

stinse nella gloriosa epopea del 1848. Comandante zelante ed 
operoso della Guardia Nazionale di Chioggia, alla quale fu 
'argo di generosi sussidi, membro dell'Assemblea Nazionale., 
votò per la resistenza ad ogni costo, e al ricostituirsi del Go- 
verno Austriaco nella Venezia, n'ebbe in premio del suo a- 
mor di patria ordinato esilio, che dignitosamente sofferse sino 
alla redenzione del suo amato paese, e con diploma dell'Ec- 
celso Senato Romano in data 17 Luglio 1866, venne questa 
illustre famiglia fregiata del titolo Comitale trasmissibile a 
tutta la discendenza mascolina. 

Rappresentano attualmente il ramo Comitale in Chiodaia. 

1. Vianelli Nob. Conte Giuseppe Qm. Andrea n. 4813 

mar. in Zibordi Nob. Giuseppina Francesca 

Figli 

» Augusto nato 1840 

» Gio. Maria Riccardo Emilio 1841 

» Eugenia 1844 

» Vianello Stanislao 1848 

» Gerolamo Ottaviano 1853 

» Giuseppe Valentino Rorerto 1855 

» Andrea 1859 

2. Vianelli Nob. Conte Carlo Qm. Andrea n. 1811. 

Figlio 

» Galeazzo Andrea 1852 

Vari sono gli stemmi con cui si contraddistinguono le di- 
verse famiglie Vianelli. Quello adottato dai Conti Vianelli so- 
pra descritti è uno scudo azzurro con tre fascio d' oro, sor- 
montato dalla Corona Comitale. 




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SIGNORI E DUCHI DI MILANO 



Uh! qual numero infinito di scrittori impiegò lunghi 
studi e sudori ad illustrare questa gloriosissima progenie nei 
secoli della sua potenza, e mentre tenne la signoria delTil- 
lustre capitale di Milano. La maggior parte però di loro non 
potè libera andare ed esente dalla favola (tanto comune in 
ogni sorta di letteratura in quei tempi); e ci fu tra queglino 
chi volle derivata quest* 1 insigne famiglia da regia origine, e 
pretese rintracciar la sua pristina stirpe sino al tempo dei 
Trojani (*); 

Simili tradizioni lasciateci da molti autori, tendenti al- 
l'* adulazione ed alla favola, il nostro secolo, tutto positivo, 



(i) Jo. Andrea in Comm. in Slemm. snae familiae. « II principe di Macedonia per aver 
consanguinei questi signori li notò originati dall'imperatore Anicio Flavio Giustiniano il Grande, gli 
ascéndenti del quale si ascrivono ai Reali di Troja. » Crescenzio Anfiteatro Romano. Avvi chi pre- 
tende essere stata Angera edificata da Anglo, figlio di Ascanio, re, che fu genero di Enea, e nipote 
di Priamo, ultimo re di Troja. Angera è una terra del Milanese situata lungo il Lago Verbano. Per 
vero dire fanno testimonianza di una sì remota tradizione le rovine di crollati edifici, i quali in 
certo modo comprovano essere dessa stata una distinta città. — Così cantò, or sono trecento e più 
anni, Stefanardo Vimercati: 

Urbs antiqua fait_, antiquis dirupla Bellis 
Jpsa reducta solo, panca contenta colono 
Nobilitatis habens prisca vestigia, eie, eie. 

Anglo II, figlio del primo di simile nome, fu re di Angera. Ebbe egli un fratello denomi- 
nato Ascanio, il quale fu re di un'altra parte deirinsubria, e da lui dicono derivati gli antichi conti 
del Seprio, Abido, Filocco, Filo, Panetio, Elimaco, Albano, Semebondo, Albanico, Ascanio, Galene- 
mondo, Elimaco II, Rachiuio, Belloveso, Brigino, Agapio, Brieno, Brumiscendo, Agato, Rutilante, 
Falaramondo, Bridomato, Lucio, Uberto, fiorito ai memorabili giorni di sant'Ambrogio ; tulli questi 
re ascendenti dalla illustre prosapia dei Visconti trovansi nominati nelle Cronache di Milano. 



VISCONTI 

abborre ed abbandona; e noi in quella vece verremo con 
autentici documenti ad accennare delP illustre lignaggio dei 
Visconti. La storia, clPè la sola guida verace delle ricerche 
sui tempi trascorsi, ci avverte essere questa famiglia debi- 
trice di sua grandezza al famoso Ottone Visconti, detto il 
Grande; ad Ottone Visconti che fu il primo di sua stirpe, e 
che tolto di mano ai Torriani il dominio della Milanese re- 
pubblica, lo tramandò a^suoi discendenti. 

Il conte Pompeo Litta (altre volte e sempre per nostro 
vanto menzionato, siccome uomo degno della più alta esti- 
mazione per l'impresa delle sue Famiglie celebri), ci riporta 
in riguardo ai Visconti una delle più antiche memorie che 
sovra di loro si possa mai rinvenire. 

Visse un certo Eriprando, milite millenario, il quale 
nelPanno 1037 si trovò in difesa della sua patria contro Pim- 
peratore Corrado. E ben noto come questo imperatore volea 
vendicarsi della protezione accordata dai Milanesi al loro 
arcivescovo Ariberto, il quale fatto da quelP imperatore im- 
prigionare in Piacenza, era da colà fuggito per opera delPab- 
badessa di S. Sisto, e quindi ricoverato nella città di Milano. 

Ottone Visconti era viceconte delParcivescovato di Mi- 
lano. E quindi fuori di ogni dubbio che appunto da questa 
dignità egli trasse il suo cognome, il quale doveva inorgoglire 
si sublime ne* suoi posteri, e perseverare costantemente sino 
al giorno d* 5 oggi negli illustri suoi discendenti. Nel 1088 si 
trovava alla corte di Corrado, re di Germania, allorclPei si 
trasferì in Italia; e siccome unlncontestabile prova si ritrova 
sottoscritta in un privilegio concesso dal detto Corrado in 
favore di due chiese nella città di Bergamo. — Passò poscia 
Ottone capitanando Pesercito milanese alla conquista di Terra 
Santa, da dove ritornò tutto coperto d^onorate ferite e di glo- 
ria. Di lui si narra il seguente avvenimento: NelPanno 1111 



VISCONTI 

seguitando Ottone le bandiere di Enrico, re de 1 Romani, alla 
volta di Roma, ove dovea essere incoronato, insorse una ter- 
ribile discussione tra il Pontefice ed Enrico per reiezione dei 
vescovi. 11 popolo inferocito si sollevò contro di Enrico, che 
fu costretto darsi alla fuga facendosi largo tra il fitto della 
mischia, dove ebbe a perdere il suo superbo cavallo. Ottone 
volò ben tosto in soccorso del suo signore, ed offertogli il suo 
destriero espose in pericolo la propria vita per salvare En- 
rico dal malnato furore della plebe, che il volea morto a brani 
e date poscia le sue membra orribile pasto ai cani. 

Egualmente si rinviene sulle pagine delle patrie cro- 
nache la memoria di un altro Visconti, che nelPanno 1119 
era annoverato tra i nobili che sottoscrissero il privilegio ai 
monaci di santo Jacopo di Pontida, con cui di buon grado si 
concedeva loro Pesenzione degli aggravi. 

Nell'anno 1142 tra i principali gentiluomini italiani che 
trovavansi alla corte di Corrado in Germania è contrassegnato 
un certo Guidone Visconti, il quale venne da quel rege in- 
vestito delle corti di Masino, Aldizate e Besnate. 

Ottone Visconti, suo figlio, fiorì nelPanno 1162, ed era 
uno dei consoli della Milanese repubblica. Ei dovette insieme 
a molti altri suoi colleghi vilmente umiliarsi nella città di Lodi 
a piedi dell'imperatore Federico Barbarossa colParrendersi ai 
più vili patti insieme a tutte Paltre città collegate. 

Ruggero Visconti viene trovato nel nobile ruolo dei ret- 
tori della famosa Lega Lombarda, correndo allora Panno 1 1 73. 
Sei anni dopo taPepoca lo si riscontra quale rettore della città 
di Bergamo. I Bergamaschi lo spedirono a Treviso, per ivi con- 
ciliare alcune discordie insorte coi popoli vicini a cagione delle 
occupazioni di Valdobiadene e Zumelle. Non è da dirsi con 
quanta perizia abbia egli disimpegnato una tanta commissione; 
certo si è che la contentezza dei Bergamaschi fu senza limiti. 



VISCONTI 

Uberto, progenitore del Grande Ottone, che fu principe 
ed arcivescovo di Milano. 

Noi qui ben volentieri ci sottomettiamo all'obbligo di 
seguitare fedelmente la serie di quei Visconti che signori si 
resero della patria (Milano), col sistema cronologico e con 
quanta brevità desidera un genere di tal sorta. Ci serberemo 
poi in processo della genealogia di accennare indistintamente 
tutti quei celebri personaggi, che tanto in virtù e prerogative 
ecclesiastiche, quanto in militari e civili-politiche emersero 
più distintamente in questa si rinomata casata, ed i quali la- 
sciarono dopo di loro una fama, di cui è piena ancora tutta 
Fltalia e FEuropa. 

Ottone Visconti fu il primo che gettò le fondamenta del 
nobilissimo principato ai Visconti. Nacque nella villa dlnvo- 
rio, appresso il Lago Maggiore, di chiaro sangue, ma con poche 
facoltà, secondo alcuni; e a Ugognone, borgo situato fra il 
Sempione ed il Lago Maggiore, secondo altri; la sua nascita 
si fissa alFanno 1208. Fu prima canonico di Desio, poi eletto 
ad arcivescovo di Milano da Urbano IV in onta a Martino della 
Torre ed ai canonici di Milano. Martino della Torre gli si op- 
pose acremente, per cui Ottone Visconti, fattosi capo di fa- 
zione, dopo varie fortune pervenne nel 21 gennajo del 1277 
ad abbattere pienamente i Torriani, che tiranneggiavano Mi- 
lano. Ottenne perciò la signoria perpetua di Milano, dove 
venne turbato da Gastone della Torre, e poi da Guglielmo VII, 
marchese di Monferrato, il quale proponevasi di usurpare la 
sovranità. Ma Ottone seppe discacciamelo ai 27 dicembre 
del 1282. Giunto poscia ad un 1 età avanzata abbandonò la 
principale direzione delle cose al suo nipote Matteo, il quale 
per ordine suo venne eletto capitano del popolo di Milano, 
Novara e Vercelli, e lo fece riconoscere nel 1294 da Adolfo di 
Nassau, come vicario imperiale in Lombardia. Ottone Visconti 



VISCONTI 

morì ai 18 agosto del 1295 d'anni ottantotto, dopo aver fon- 
data la sovranità della sua famiglia (o. 

Visconti Matteo detto il Grande, figlio di Teobaldo Vis- 
conti e d'Anastasia Pirovano, nacque a Invorio, sul Lago 
Maggiore nel 12150. Si uni dalla prima gioventù collo zio Ot- 
tone, che accompagnò nelPesiglio, e servi fedelmente in tutti 
i suoi combattimenti. Menò in moglie una figlia di Scappino 
Borri, uno dei capitani più fedeli a Ottone. Nipote di Ottone, 
e discendente di Aliprando, che Carlo il Grosso aveva nomi- 
nato Visconte di Milano, fu riconosciuto signor di Milano 
subito dopo la morte di suo zio. Essendosi molte città di Lom- 
bardia collegate nel 1299 con Azzone marchese d'Este, di- 
chiararono guerra a Matteo, di cui ottenne la figliuola per 
Galeazzo suo figlio, e così ebbe stretta con lui alleanza. Ma 
la sua alleanza con Azzone era quella che vieppiù animava i 
suoi nemici. Alberto Scotto, signor di Piacenza, era il suo più 
fiero nemico, e trasse seco in lega Filippo conte di Langosco 



(i) Ottone Visconti fu sepolto nel duomo di Milano all'aitar maggiore colla seguente iscri- 
zione, che tutt'ora si legge: 

INCLITUS ILLE PATER PATRIAE LUX, GLORIA PATRUM 
FULGOR JUSTITIAE, FIDEI BASIS, ARCA S0PHIAE, 
LARGITOR VENIAE, PORTUS PIETATIS, EGENIS, 
INTREPIDUS PASTOR, QUEM MOLLES NULLA LABORUM 
ARDUE DEVICIT, POPULO L ATURA QUIETEM. 
ILLE PIUS PRINCEPS, ET PRAESUL AMABILIS, 1NQUEM 
ALTUS VIRTUTUM SPLENDOR CONVENERAT OMNIS J 
QUO MEDIOLANUM RADRABAT LAMPADE TANTU 
TOTAQUE FULGEBAT REGRO, NUNC PALLEE ADEMTO ; 
CLARA VICECOMITUM PROLES VENERABILE OTIIO 
OH DOLOR, OH VULNUS, CINISE SE HOC MARMORE FACTUS. 
CHRISTE PATER, VITAE REQUIESCAT SPIRITUS IN TE. 
ANNIS UNDENIS, CERSENIS, TERQUE DIEBUS 
PREFUIT ECCLESIAE PASTOR BONUS AMBROSIANAE, 
MILLE DUCENTENOQUINTO, NOVIESQUE DECENO, 
QUARTO HIC AUGUSTI BIS LIQUI E GAUDIA MUNDI. 

Ella è un'iscrizione degna per tutti i riguardi d'essere considerata , sia perchè rivela con 
quanto sfarzo di lode si solevano allora adulare i potenti, sia perchè mostra in quei secoli d'igno- 
ranza fra le turpitudini dell'ambizione aver sempre sfolgoreggiato qualche massima virtù. 



VISCONTI 

e signor di Pavia, Antonio di Fissiraga, signore di Lodi, gli 
Avogadri di Vercelli, i Brusati di Novara, il marchese di Mon- 
ferrato, gli Alessandrini, i Comaschi, i Cremonesi, ed altre 
città lombarde, tutte contro Matteo. Anche i Torriani, e con 
essi alcuni de 1 suoi più stretti parenti, congiurarono contro 
lui. Questa congiura lo ridusse prigioniero a Piacenza, donde 
si ritirò a san Colombano, e poi a Borgo san Donnino, dove 
aspettava miglior fortuna. Guido della Torre suo nemico giunto 
al supremo potere, fece domandare a Matteo quando sperasse 
di poter rientrare in Milano: <c Quando i peccati di Guido, 
rispose, avranno sorpassati i miei » . Di fatto Guido abusò ben 
presto della sua autorità; ed ai 7 aprile del 1511, Matteo si 
ristabili nella signoria, essendo entrato in Milano alla corte 
di Arrigo VII. In breve gli si assoggettò tutta la Lombardia, 
ed ebbe da' 5 suoi compatriotti il soprannome di Grande, che 
davasi forse troppo facilmente nel secolo xvi. Combattè per 
venti anni la chiesa e venne scomunicato a più riprese. Final- 
mente nelFanno 1322 abdicò in favore di Galeazzo suo pri- 
mogenito, ed egli se ne andò a finire i giorni nel monastero 
di Crescenzago a di 24 giugno dello stesso anno in età di 
settantadue anni. Fu signore non solo di Milano, ma di Pavia, 
di Piacenza, di Novara, di Como, di Tortona, di Alessandria, 
di Bergamo e di alcune altre città di Lombardia. Morendo 
lasciò cinque figli, Galeazzo, Marco, Luchino, Stefano e Gio- 
vanni. A Matteo successe nella signoria 

Galeazzo Visconti, già celebre per varie imprese du- 
rante la vita del padre. Figlio di Matteo Visconti e di Ana- 
stasia Borri, nacque ai 21 gennajo del 1277 durante il famoso 
combattimento di Desio, quello che segnò i futuri destini della 
famiglia Visconti. Il nome di Galeazzo gli fu dato da sua ma- 
dre, perchè mentre il partoriva era stata disturbata dal canto 
dei Galli. Menò in moglie nel 1500 Beatrice d^Este, vedova 



VISCONTI 

di Nino di Gallura, la quale gli recò in dote un dovizioso patri- 
monio. Scoppiò una sedizione contro di lui eccitata da Marco 
suo fratello e da Lodrisio suo zio negli 8 novembre, 1322; 
per cui si vide costretto ad uscire della città. Dopo non molto 
rientrò in Milano, cioè trenlaquattro giorni dopo che n'era 
uscito, e si fece di nuovo proclamare signore e capitano ge- 
nerale. Non la durò a molto. Per la gelosia del fratello Marco 
cadeva in disgrazia dell'imperatore Luigi di Baviera, che lo 
aveva confermato nel vicariato, venne rinchiuso prigione nel 
castello di Monza coi suoi due fratelli e col figlio. Furono libe- 
rati nel 25 marzo del 1328 dietro le istanze di Castruccio, 
e di altri Ghibellini. Castruccio volle che Galeazzo comandasse 
una spedizione all'assedio di Pistoja. Ma indebolito dalle scia- 
gure e dall'epidemia morì a Pescia nel mese di agosto del 1328 
in età di cinquantun'anno. 

Azzone ovvero Attone Visconti, figliuolo di Galeazzo e 
di Beatrice d'Este, nacque nel 1302. Passò l'infanzia in mezzo 
ai pericoli. Ricevette a Pisa dall'imperatore nel gennajo del 
1529 il titolo di vicario dell'Impero a Milano per la somma di 
fiorini d'oro 25,000. Acquislò in poco tempo la signoria di quasi 
tutta la Lombardia. Le città gli si assoggettavano volontarie 
come per incanto. Geloso de' suoi buoni successi Lodrisio 
Visconti suo congiunto gli si ribellò. Ma ne riportò vittoria 
nella battaglia di Parabiago avvenuta ai 21 febbrajodel 1339 (i). 
Azzo Visconti non godette a lungo di questo fortunato avveni- 
mento, e morì ai 16 agosto del 1339 in età di trentasette anni, 
senza avere avuto figli da Caterina di Savoja sua moglie. 

Luchino Visconti, zio di Azzone, succedette al nipote 
nella signoria di Milano. Fu il terzo figlio di Matteo il Grande, 

(i) Il Muratori ci rappresenta Azzo Visconti come un perfetto eroe; pietà, valore, prudenza, 
generosità, dolcezza, facili modi si riunivano perfettamente in lui, buon amico, e clemente co' ne- 
mici ; ed in un secolo bellicoso ebbe il primo grado fra i guerrieri. 



VISCONTI 

e nacque verso Panno 1287. Ai 14 agosto del 1359 fu rico- 
nosciuto signore di Milano, dopoché erasi distinto in molte 
guerresche imprese, viventi i fratelli ed i nepoti. Dapprima 
ebbe compagno nel potere Giovanni suo fratello, che vi ri- 
nunziò spontaneamente per essersi dato allo stato ecclesiastico. 
La durezza del governo di Luchino forma un mirabile con- 
trasto con quello di Azzone, e fu perciò causa nel 1340 di 
una congiura ordita da due Aliprandi e da Francesco di Pu- 
sterla, con intenzione di porre in luogo di lui i suoi nepoti figli 
del suo fratello Stefano. La trama fu scoperta: i due Aliprandi 
vennero lasciati morir di fame, e Pusterla perì sul patibolo 
colla moglie e due figli adolescenti. Da indi in poi Luchino 
divenne vieppiù crudele, e da quel momento la porta della 
camera ove dormiva fu sempre custodita da due enormi cani. 
Giunto al supremo potere non fece più la guerra che per mezzo 
di luogotenenti. Per astuzia e per arte acquistò gran signoria. 
Comperò la città di Parma da Obizzo d'Este; Asti, Bobbio, 
Tortona ed Alessandria gli si sottomisero spontaneamente. 
Alba, Chierasco e gran parte del Piemonte e della Lunigiana 
passarono sotto il suo dominio. Ma in mezzo a tali conquiste 
indebolito morì avvelenato da sua moglie. Aveva sposata in 
prime nozze una dama della casa Spinola che morì giovane. 
Si ammogliò quindi con Isabella de** Fieschi, donna sfrenata 
ne" 1 suoi amori. Uccise di veleno Luchino, che ne morì ai 24 
gennajo del 1349. Dopo la di lui morte il figlio suo primo- 
genito Luchino Novello si partì dalla corte per servire ai ne- 
mici dello Stato. Borso e Forestino, nati gemelli, furono esclusi 
non meno che il fratello maggiore dalla successione, perchè 
nati da un incesto, e che finirono ben presto in una prigione. 
Biagio, cui Luchino aveva avuto da una concubina, morì ban- 
dito e miserabile nei colli Euganei. A Luchino dovette perciò 
succedere nel dominio il fratello Giovanni. 



VISCONTI 



Giovanni Visconti, fratello di Luchino. già cicalo cardi- 
nale nel 15*20 dall'antipapa Nicola di Corbieres, confermato 
poi nel seguente anno da papa Giovanni XXII, vescovo di No- 
vara nell'anno 1370, di cui usurpò la signoria nel 1355, dopo 
averne scacciati i Torriani, eletto nel susseguente anno all'am- 
ministrazione del vescovado di Milano e creatone quindi arci- 
vescovo in titolo di quella chiesa nel 1542, prese le redini 
del governo civile di Milano verso il finire dell'aprile del 1347 
con molto vantaggio della sua famiglia. Appena salito al dominio, 
richiamò dalF esilio Galeazzo e Barnabò Visconti, stati banditi 
da Luchino i quali ritornarono vestiti alla fiamminga, come si 
poteva rilevare da una pittura nella chiesa di S. Giovanni in 
Conca, che rappresentava nell'atto di sciogliere un voto a' SS. 
Cosma e Damiano, avvocati loro, della quale accenna partico- 
larmente il Giovio nella vita di questo Visconti. Giovanni 
Visconti si rese padrone di Genova, combattè favorevolmente 
contro i Veneziani, e nel 1350 divenne signore di Bologna per 
la vendita che gliene fece Giovanni di Napoli, che aveala avuta 
in eredità da suo padre. Clemente VI volendo costringere Gio- 
vanni a restituire questa città, lo colpì della scomunica, e mandò 
L interdetto sopra Milano, da cui non venne liberato che nel 
1352, tempo in cui venne a capo di rappacificarsi col papa. 
Nell'anno stesso che egli si impadronì di Bologna, dichiarò 
anche la guerra ai Fiorentini, ed inviò truppe in Toscana sotto 
il comando di Giovanni Visconti d'Oleggio, suo parente. Tre 
anni durarono le ostilità senza alcun notevole vantaggio dall'una 
parte e dall'altra. Onde la sua grandezza eccitò l'invidia degli 
altri, e congiurarono contra lui i principi d'Este, i Gonzaga, 
e gli Scaligeri, che scorrendo qua e là con grosso esercito gua- 
stavano ogni cosa nel contado di Cremona. Intanto che egli si 
apparecchiava ad opprimere le loro forze, lo sopraggiunse una 
febbre nel mese d'agosto, la quale gli tolse la vita in quell'anno 



VISCONTI 

stesso , essendo in età d' anni sessantatrè a' 5 ottobre, cioè 
del 1354. Morì lasciando tre figliuoli naturali. Fu sepolto in 
una sepoltura di marmo appresso Ottone, dinanzi la sagrestia 
del duomo di Milano, che tuttora si vede (>). 

Matteo II, Barnabò e Galeazzo II, tutti e tre figli di Ste- 
fano Visconti, fratello a Giovanni, succedettero allo zio nello 
stalo di Milano, dividendoselo in eguale porzione, eccetto Milano 

(1) Sulla tomba di Giovanni Visconti da una pietra rossa si leggono intagliali i seguenti versi, i quali 
per memoria di quel secolo rozzo, e per gioconda estimazione degl'ingegni abbiamo creduto bene di qui 
riportare. 

QUAM FASTUS, QUAM POMPA LEVIS, QUAM GLORIA MUNDI 
SIT BREVIS, ET FnAGlLIS HUMANA POTENTIA QUAM S1T , 
C0LL1GE AB EXEMPLO QUI TRANS1S, PERLEGE , D1SSER, 
IN SPECULO SPECULARE MEO LACHR1MABILE CARMEN, 
QUI S1M, QUI FUERIM LICET , QUI MARMORE CLAUDOR. 
SANGUINE CLARUS ERAM, VlCECOMES STIRPE JoAtvNESJ 
PrAESUL ERAM, PaSTORQUE FUI, BACULUMQUE GEREBAM , 

nomine, nullus opes fossidebat latius orbe, 
Imperio tituloque meo mihi Mbdiolani 

URSS SUBJECTA FU1T, LaUDENSE SOLUM, PlACENTIA GRATA, 

aurea Parma, bona Bononiae, pulchra Chremona, 
berguma magna satis lapidosis m0nt1bus altis, 
br1xia magn1potens, bobiensis terra tribusquej 

EXIMIIS DOTATA BON1S DeRTONA VOCATA, 
CUMARUM TELLUS, NOVAQUE ALEXANDRIA PINGUIS, 
ET VeRCELLARUM TELLUS , ATQUE NoVARIA ET ALBA, 
AST QUOQUE CUM CASTRIS l'EOEMONTIS JUSSA SUBIBANS , 
JANUAQUE AB ANTIQUO QUONDAM JAM CONDITA JANO 
DICITUR , ET VASTI NARRATUR JANUA MUNDI. 
ET SaVONENSIS ARX, ET LOCA PLURIMA QUAE NUNC 
DIFFICILE EST NARRARE MIHI, MEA JUSSA SUBIBANTJ 
TRIST1TIA TOTA MEUM METTUEBANT LANGUIDA NOMEK ; 
PER ME OBSESSA FUIT POPULO FlORENTIA PLENAJ 
BELLAQUE SUSTINUIT TELLUS PeRUSIKA SUPERBA, 
ET P1SAE , ET SENAE TIMIDUM REVERENTER HONOREM 
PRESTABANT: MEME METUEBAT MARCHIA TOTA, 
ITALIAE PARTES OMNES T1MUERE JoVANNEM. 
IfUNC ME PETRA TENET SAXOQCE INCLUDOR IN ISTO. 
ET LACERANT VERMES, LANIANT MIHI DENIQUE CORPUS. 
QUID MIHI DIVITIAE QUID ET VASTA PALATIA PROSUNT? 
CUM MIHI SUFICIAT QUOD PARVO MARMORE CLAUDAR. 

Quest' iscrizione serve assai a dilucidare la storia della famiglia dei Visconti, e per essa si vede chiaro 
quanto alto dominio già abbracciasse al tempo dell'arcivescovo Giovanni, e quanta maggior estensione avesse 
da lui acquistata ; che in quei tempi di private invidie, e di civili dissensioni dil'licile era conservare il potere, e 
difficilissimo acquistarlo ed estenderlo. 



VISCONTI 

e Genova, città che possedè Itero in comune. Diremo prima di 
Matteo. 

Bologna con Lodi, Piacenza, Parma, Bobbio e varie altre 
ciltàc province toccarono a Matteo li, che di Matteo il Grande 
allora non possedeva altro che il nome. Non godette però gran 
tempo del suo dominio ; perocché d'animo civile anziché mi- 
litare, dilettavasi piuttosto d'un ozio vergognoso, e di cac- 
ciare sparvieri. Di e notte consumava nelle lussurie, per cui si 
debilitò di forze per modo che, rottiglisi i fianchi, mori a Saronno 
dove egli si aveva fabbricata una casa fornita di merli, Tanno 
secondo dopo la morte di Giovanni suo zio. La sua morte suc- 
cesse nel 26 settembre, 1355. Valentina sua madre accusò Ga- 
leazzo e Barnabò d'averlo avvelenato con porco fresco, che 
Matteo amava molto di mangiare. Matteo aveva sposata Egiliola 
di Gonzaga, che gli procreò due figlie, Orsina, sposa di Ugo- 
lino Gonzaga, e Caterina, la quale si maritò con Baldassarre 
Pusterla, signore assai ricco in Milano. Fu sepolto nella chiesa 
di sant'Eustorgio con un mortorio guidato da Saronno fino a 
Milano, ma senza l'onore di un sepolcro di marmo, e dell'epi- 
taffio, come quello che i fratelli acremente odiavano. 

Galeazzo IL La natura lo colmò di molteplici doni. Andò 
per divozione in Giudea a visitare il Sepolcro di Cristo, per cui 
venne creato cavaliere Gerosolimitano. Avendo vinto nella guerra 
di Fiandra un gentiluomo fiammingo aggiunse alla Biscia del 
suo stemma acquistata da Ottone in Soria, una singolare im- 
presa dell'Acqua e del Fuoco. Ricevette unitamente al fratello 
Barnabò da Carlo IV imperatore il titolo di vicario imperiale, 
il quale imperatore in chiesa di sant'Ambrogio fece cavalieri 
i figliuoli dell' uno e dell'altro, ancor che fossero fanciulli, cioè 
Gio. Galeazzo, figlio di Galeazzo II, e Marco di Barnabò. Morto 
il fratello Matteo, Galeazzo e Barnabò si divisero l'eredità con 
tanta equità, che tirata una linea dritta per le contrade dal 



VISCONTI 

nascere al tramontar del sole, spartirono la città di Milano, ed 
ambidue edificarono una rocca per uno nella città. Galeazzo a 
porta Giovia, la quale va verso Como, e Barnabò a porta Romana. 
La loro unione li tenne difesi contra una potente lega formata 
dai Fiorentini e dai Marchesi d'Este, di Mantova e di Monfer- 
rato ; tuttavia non poterono mantenersi in possesso dello stato di 
Genova. I Genovesi si sollevarono nel 1356 contro gli uffiziali mi- 
lanesi, che risiedevano a Genova, e discacciatili ristabilirono il 
dogato. Costretti a ritirare le loro truppe dal Modenese, pigliarono 
Borgoforte, ed assediarono la capitale di Mantova. In quel mentre 
il Milanese era messo a ferro e fuoco da Ugolino di Gonzaga, e 
dal conte di Landò, capitano alemanno. Si conchiuse la pace 
neh" 8 giugno, 1558, presenti gli ambasciatori di Carlo IV. Ciò 
non valse a frenare i due Visconti, i quali nel 1359 ripi- 
gliarono T assedio di Pavia, dove Galeazzo fece poi costruire un 
castello, e fondò l'Università. Quindi si rivolsero sopra Bologna; 
allora governata da Giovanni di Oleggio, onde arse fìerissima 
guerra tra gli alleati ed i Visconti, i quali combatterono ac- 
caniti il pontefice, finché nel 1378 Galeazzo cessò di vivere 
ai 4 agosto danni cinquantanove. Questi passò gli ultimi anni 
favorendo le lettere e le arti. Fabbricò la cittadella di Milano, 
ed innalzò il famoso ponte sul Ticino. Aveva sposata nel 1 350 
Bianca, figliuola d'Aimone, conte di Savoja, dalla quale ebbe 
Giovanni Galeazzo, che gli succedette; e Yolanda, sposata nel 
1368 a Lionello di Inghilterra, al quale essa recava in dote 
dugentomila lire sterline, poi ad Ottone marchese di Monfer- 
rato, ed in ultimo matrimonio a Luigi Visconti, signore di 
Lodi. 

Barnabò proseguì a reggere la sua parte nel Milanese dopo 
la morte del fratello, di cui tentò sovente invadere le pos- 
sessioni. Sposata Regina della Scala, pretese che Verona e Vi- 
cenza spettassero alla propria moglie, e fece irruzione in questo 



VISCONTI 

paese ai 18 aprile del 1578, proprio il di di Pasqua. Ma fu 
costretto a lare la pace del 1570. Il nipote Galeazzo essendosi 
avveduto che Barnabò gli (ramava la vita per restar solo, Io 
fece arrestare sul monte presso la Madonna di Varese e con- 
durre prigione nel castello di Trczzo co' suoi due figliuoli Luigi 
e Raul, ove dicesi sia morto con loro di veleno nel 138ÌS, com- 
piendo il 66.° anno dell'età sua. - Fu crudele perchè avaro; super- 
stizioso, perchè immerso nei delitti. Ebbe qualche virtù, ma non 
era di quei tempi. La sua moglie gli diede cinque figli e dieci 
figlie, cui accasò colle migliori famiglie d'Europa. Da quattro 
concubine generò tredici bastardi, sei maschi e sette femmine, 
tutti da lui ben provveduti. Fra questi suoi figli i più notevoli 
sono Ettore, che aspirò al ducato di Milano, e fu ucciso nel 
1412 5 e Sagramoro, stipile dei conti di Siege. I suoi figliuoli 
legittimi ebbero la seguente fortuna : — Marco, il maggiore dei 
maschi sposava Elisabetta di Baviera, e moriva senza discendenti. 
—Luigi il secondo, ebbe a moglie Yolanda sua cugina e la signoria 
di Lodi — Raul , fu creato signore di Bergamo dal padre — 
Carlo signore di Parma, sposava nel 1 382 Beatrice, figlia di Gio- 
vanni conte dArniagnac — Martino signor di Brescia, prese in 
moglie Antonietta della Scala — Vivide la maggiore delle figlie, 
ebbe a marito Leopoldo III, duca d'Austria — Taddea, sposò 
Stefano, duca di Baviera Ingolsladt — Agnese la terza, fu con- 
cessa a Francesco di Gonzaga — Anglasia la quarta, sposò Fe- 
derico Burgravio di Norimberga — Valentina die la mano di 
sposa a Pietro II re di Cipro — Antonietta, ad Eberardo II, conte 
di Wùrtemberga — Caterina, al cugino Giovanni Galeazzo, duca 
di Milano — Maddalena, a Federico duca di Baviera e Landshut 
— Elisabetta, ebbe in isposo Ernesto, duca di Baviera — Final- 
mente Laura, la decima figliuola di Barnabò, fu data in moglie 
ad Edmondo Iesollaud, conte di Kent. Barnabò fu sepolto a 
Milano in S. Giovanni in Conca con una statua equestre che lo 



VISCONTI 

rappresenta, senza però alcuna iscrizione. Questo sepolcro se lo 
fece egli stesso vivendo. 

Giovanni Galeazzo, duca di Milano. Per prima moglie ebbe 
nel 1360 Isabella, figlia di Giovanni II, re di Francia, la quale 
gli recò in dote Vertus, contea della Sciampagna. Morta Isabella 
neh" 11 settembre 1379, nel 15 novembre del 1380 passò alle 
nozze con Caterina Visconti sua cugina. L' imperator Wence- 
slao lo dichiarò vicario generale dell' imperio in Lombardia nel 
1382. Morto che fu Barnabò, non durò fatica ad impadro- 
nirsi delle terre possedute da' suoi figli. Collegossi nel 1386 
con Francesco Carrara, signore di Padova, contro Antonio della 
Scala, signore di Verona e Vicenza; ma nell'anno 1387 Antonio 
mori, e tutta la successione fu rapita da Giovanni Galeazzo. 
Conchiuse una nuova lega nel maggio del 1381 coi Gonzaga, 
col Marchese d'Este e colla Repubblica di Venezia contro il 
Carrara. Ottenne nello stesso anno l'intento di occupar Padova. 
L'anno 1389 dava in isposa Valentina sua figlia a Luigi I di 
Francia, duca d'Orleans, assegnandole in dote la città d'Asti, 
con centomila fiorini. Si concertò nel 1391 con Giovanni III, 
conte d'Armagnac Carlo Visconti per abbattere la potenza di 
Giovanni Galeazzo, ma vani riuscirono i suoi sforzi. Nel 1396 
Wenceslao concedette a Gio. Galeazzo, mercè diploma del 1.° 
maggio, il titolo di duca di Milano, e nel 1396 Wenceslao gli 
lasciava un'autorità sovrana sopra quasi tutte le città lombarde 
che dipendevano dall' impero. La potenza di Gio. Galeazzo 
andava di giorno in giorno crescendo $ estendevasi a Pisa ed a 
Siena. Una fiera contesa insorse tra lui e l'imperatore Roberto 
nel 1401, che non finì che colla morte del Visconti, avvenuta 
a Melegnano in occasione della peste sul principiar del settembre 
del 1402, lasciando da Caterina sua sposa due figli, cioè Gio- 
vanni Maria, che gli succedette nel ducato di Milano 5 e Filippo 
Maria, da lui creato conte di Pavia e di altre città 5 ed una 



VISCONTI 

figlia, Valentina, quella di cui abbiamo parlato. Protesse le armi 
e le lettere. La cattedrale di Milano, la cittadella di Pavia, il 
ponte sul Ticino, e la Certosa di Pavia sono opere di lui. Egli 
fu il primo della famiglia dei Visconti clic abbiano signoreg- 
giata Milano (i). 

Giovanni Maria, primogenito di Galeazzo, nato al 7 settem- 
bre del 1556, gli succedette nel ducato di Milano. Restò per 
alcun tempo sotto la tutela di Caterina sua madre, e sotto la 
reggenza di Pietro di Candia, arcivescovo di Milano, di Carlo 
Malatesta, signore di Rimini, e di Jacopo Dal Verme. Perciò 
mal educato, non fu atto ne a conquistare, ne a conservare 
l'eredità ottenuta di tante conquiste. Cominciando dal dominio 

(?) Giovanni Galeazzo, che merita parlicolar menzione per essere stato il più grande della famiglia 
Viscontea, volle essere sepolto nella chiesa della Certosa di Pavia, edificata da lui con singolare ardore di 
religione e di magnificenza, e il suo sepolcro si vede in quella chiesa di fianco all'aitar maggiore, con una lunghis- 
sima iscrizione in versi latini. Degne di essere ricordale sono le esequie sontuosissime fatte nella sua morte. 
Dicono gli scrittori, che non fu sepolto mai alcun re con più onorata e più solenne pompa d'esequie. Doven- 
dosi il corpo del morto principe portare alla sepoltura uscirono prima dal castello dugento cavalli coperti di 
zendado ed altro genere di seta con le insegne delle trentacinque città a lui soggette; ognuno di questi cavalieri 
vestiva a bruno con una bandiera grande in mano, ed erano a piedi molti uomini vestiti a nero, che per la 
briglia tenevano i detti cavalli. Poi seguivano cavalli quattro con diverse insegne imperiali, cavalli quattro 
con armi imperiali, e colla serpe in quarto ; cavalli quattro con l'arme del re di Francia con la serpe in quar- 
to; cavalli quattro alla divisa del contado di Pavia, cioè Ire aquile nere in campo d'oro una sopra l'altra; 
cavalli quattro alla divisa del contado di Virtù, cioè un quarto verde, ed il resto d'argento; cavalli quattro 
alla divisa del contado di Gallura, cioè la serpe ovvero biscia in quarto, con certe liste rosse, ed altre gialle; 
cavalli quattro alla divisa del contado di Angiera, la biscia azzurra in campo d'argento col fanciullo in bocca; 
cavalli quattro con arme di giostra e con le sue divise, il raggio del sole con la Tortora bianca: e sopra questi 
cavalli erano uomini con bandiere grandi in mano a simili divise. Poi seguiva uno a cavallo vestito della livrea 
imperiale, del valore di quindici mila ducati d'oro: due scudi con arma imperiale; due scudi colla divisa im- 
periale; due scudi coli' arma di Pavia, e cosi di seguito gli altri colle altre armi. Trombetti quattro a cavallo, 
che suonavano con trombe mute, coperti di nero essi e le dette trombe: araldi due coli' arme e coli' insegne 
predette, molli scalchi a regolar l'abito, tutti vestiti a nero. Seguivano poi i chierici in tanto numero che 
impossibil sarebbe a raccontarli. Ceri innumerabili e dieci vescovi mitrati ; dietro a' quali seguivano tremila 
doppieri di cera bianca di libbre tredici di peso l'uno: la metà innanzi, l'altra dietro, tutti accesi, che pareva 
che ardesse tutta la terra. Seguiva il feretro coperto di panno d'oro, foderato d'armellini, portato da molti 
signori dal lato destro e dal lalo sinistro, e da molti signori accompagnato nell'uno e nell'altro lato, i quali 
vestiti a nero colle armi delle loro famiglie portavano il baldacchino. Seguivano quei della famiglia Visconti, 
che erano cinquantaquattro persone, tutti uomini degni da esser nominati, vestiti tutti di nero. Appresso questi 
andavano tra cavalieri, officiali e famigliari della corte persone in numero cinquemila. Poi seguiva la gran 
turba de' popoli delle sue città vestiti a nero, in numero più di dodicimila, piangendo il suo morto signore. Il 
corpo giunse alla chiesa di santa Maria, dove era gran quantità di popolo. Posta giù la cassa, le donne anda- 
rono a pianger sopra il loro morto signore. ( Vedi Giovio delle vite dei dodici Visconti alla croce di Giovanni 
Galeazzo). 



VISCONTI 

di Giovanni Maria, la potenza dei Visconti, fino allora formi- 
dabile, cominciò ad essere interamente sovvertita, al dir dello 
stesso Muratori. Il duca Giovanni Maria scorgendo Guelfi e 
Ghibellini egualmente sollevati contro lui, si determinò in quello 
stesso anno del 1 408 a nominar governatore di Milano Carlo Ma- 
latesta, signore di Rimini. La prudenza del Malatesta non fece che 
i Milanesi nel seguente anno non si dessero al maresciallo Bou- 
cicant, già governatore di Genova. Nel 1409 Facino Cane entrò 
trionfante in Milano, che poi assumeva il titolo di governatore. 
Si ribellò contro il fratello Filippo Maria. Divenne coli' avan- 
zare degli anni sempre più feroce e crudele, per cui gli si 
tramò contro una congiura, e mentre il Duca recavasi alla chiesa 
di san Gottardo nel 16 maggio del 1412, i due fratelli Buccio 
e Francesco Del Maino lo pugnalarono. Giovanni Maria aveva spo- 
sata nell8 luglio del 1408 Antonietta, figlia di Malatesta, signor 
di Cesena, e di Rimini, dalla quale non lasciava alcun figlio. 
Filippo Maria, conte di Pavia, cui Facino Cane aveva quasi 
interamente spogliato dei suoi stati, assunse il titolo di duca 
di Milano, dopo la morte di Giovanni Maria Visconti. Aveva 
a competitore nel ducato Ettore, uno de 1 figli naturali di Barnabò. 
Per poterla vincere su di lui, Filippo Maria sposò Beatrice di 
Tenda, vedova di Facino Cane, matrimonio che lo rese signore 
di molte città e di una innumerevole somma di danaro, per cui 
messosi alla testa di un grosso esercito marciò contro Milano, 
pose in una rotta Ettore, il quale fu poi ucciso di una ferita nel 
castello di Monza. Giunto l'anno 1414 in Lombardia Sigismondo, 
re de' Romani, cercò fiaccare la potenza di Filippo Maria con 
eccitargli contro un Gabrino tiranno di Cremona, il signore 
di Lodi ed il marchese di Monferrato. Ma furono vani gli sforzi 
dell' imperatore per deprimere la potenza del duca; onde pensò 
allontanarsene. Allora Filippo riconquistò Piacenza, di cui non 
restò padrone gran tempo, e il Carmagnola, che militava a' suoi 



VISCONTI 

stipendi, lo rese padrone di Bergamo nel 1410, di Cremona 
nel susseguente anno, ed in seguito di Parma e di Brescia, e 
finalmente di Genova nel 2 novembre del 1421. Ma il Car- 
magnola essendo per un dispiacere passato al servigio di Ve- 
nezia, fé' perdere a Filippo Maria parte delle città che avevagli 
egli stesso conquistate. Filippo Maria ebbe un altro generale in 
Guido II Torelli, detto il Grande, allievo del Carmagnola, ed 
un altro ancora in Francesco Sforza, il quale, aderente in sulle 
prime al duca, lo abbandonò poi nel 1459 per passare come 
il Carmagnola al servigio dei Veneziani. Filippo Maria, che non 
voleva perdere il sostegno, che in questo generale aveva, gli 
fece sposare sua figlia Bianca nel 25 ottobre del 1441. Ma la 
pace non durò gran tempo fra essi} e nel 1447 trovandosi Fi- 
lippo Maria a mal termine fu costretto a riconciliarsi col genero 
Sforza. A' 13 agosto poi dello stesso anno Filippo Maria moriva 
nel castello di porta Giobbia senza lasciar alcun figlio delle due 
mogli, Beatrice, che fece decapitare, e Maria, figlia di Amedeo 
Vili, duca di Savoja, che aveva egli sposata nel 2 dicembre 
del 1427. Ebbe però una figlia naturale, Bianca, data in moglie 
allo Sforza. Adottò per figlio Francesco Sforza. Così la signoria 
dei Visconti finì, e passò nella mano degli Sforza. 




VISCONTI MODRIONE 



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VISCONTI 

MARCHESI E POI DUCHI DI MODRONE 



Antonio Visconti ottenne dal duca Giangaleazzo Maria 
Sforza nell'anno che allora correva 1489 di Cristo, i feudi di 
Lonate Pozzolo con titolo di conte, e quello di Corzano. Cinque 
anni dopo lo stesso Antonio venne ascritto da Lodovico il Moro 
tra i suoi consiglieri ducali. Egli ebbe anche ad ottenere dallo 
stesso duca il privilegio di far mercato un giorno alla settimana 
in Lonate Pozzolo. Un tale privilegio gli fu confermato dal- 
l'imperatore Carlo V. Tra gli altri figli che gli procreò la sua 
sposa Maddalena Trivulzio, viene annoverata Anna, la quale, 
passata in matrimonio col conte Francesco Sfondrati, ebbe la 
sorte d'essere la genitrice del sommo pontefice Gregorio XIV. 

In questo ramo si segnalarono per grandi virtù i seguenti 
personaggi : 

Batista, figlio del suddetto Antonio, che fu del novero 
degli ambasciatori incaricati ad incontrare Carlo V a Trento 
per onorar la sua venuta in Italia. 

Filippo Maria, giureconsulto collegiato, che in nome del 
suo collegio si recò a Roma nel 1590 per congratularsi con 
Gregorio XIV, suo cugino, dell'esaltazione al pontificato. 

Nicolò, giureconsulto, ch'essendosi portato a Roma nel 
1560 venne eletto referendario d^ambele signature, canonico in 
S. Pietro, prelato domestico, governatore d'Imola e di Faenza 



VISCONTI 

(1362), di Rimini (1363), di Fano (1364) di Orvieto, di Spo- 
leto, e prelato di consulta. 

Girolamo, suo fratello, che nel 1390 fu dalla città di 
Milano eletto ambasciatore del pontefice Gregorio XIV per 
congratularsi della sua elezione. 

Nicolò, che fu cameriere segreto di Paolo V e canonico 
ordinario della Metropolitana di Milano. 

Girolamo, cavaliere di Malta. 

Ambrogio, cavaliere di S. Stefano nell'anno 1367. 

Giambatista, cavaliere di Malta (1384). 

Antonio, del novero dei magistrati dei dodici provigio- 
nieri (1609). 

Nicolò, uomo molto erudito, che scrisse alcune Memorie 
intorno agli arcivescovi di Milano, e il quale mori nell'anno 
1731. Egli avea sposala Teresa del marchese Francesco Mo- 
drone, che fu nel 1716 fondatrice della chiesa e chiostro di 
santa Maria della Visitazione. 

Galeazzo, giurista di collegio (1682), che fu uomo di 
grandi virtù e carità filantropiche, morto in Roma nel 1707. 

Gaetano, ciambellano dell'imperatore d'Austria, che morì 
nel 1790. 

Nicolò, giurista di collegio (1737), poi ciambellano di 
Casa d'Austria (1770), che per la sua probità e somma coltura 
meritò l'encomio e l'ammirazione di tutti i suoi contemporanei. 
Egli morì nell'anno 1808. 

Francesco, ciambellano di Casa d'Austria (1771), e morto 
nell'anno 1816. 

Francesco Antonio, cugino dei tre ultimi nominati per- 
sonaggi, che fu ciambellano (1771), e venne fatto marchese di 
Modrone l'anno 1778. Ma egli morì nel 1792. 

Giuseppe, suo figlio, uno dei lx decurioni della patria 
(1794), il quale fu ciambellano dell' Imperatore d'Austria, e 



VISCONTI 

inori nella città di Verona (1801) dove erasi ritirato dopo l'in- 
gresso dei Francesi in Milano (1799). Egli sposò la marchesa 
Luigia Castelli, grande di Spagna di prima classe, dama distinta 
per le sue benefiche generosità e la sua pietà senza ostentazione. 

Carlo, suo fratello, clic fu cavaliere di Malta, ciambellano 
dell' Imperatore Napoleone nel 1815. Egli ottenne nel mede- 
simo anno V autorizzazione di un maggiorasco col titolo di duca 
— Fu poscia nell'anno 1825 ciambellano dell'Imperatore d'Au- 
stria, e nel 1826 sposò Maria del conte Emanuele Khevenhùller, 
dama di Palazzo. 

Laura, sorella degli ultimi due personaggi, che maritossi 
col conte Filippo Visconti — A questa somma donna va debi- 
trice la città di Milano della fondazione d'uno spedale per le 
donne civili ; stabilimento, di cui Milano era grandemente 
abbisognosa. Fu questa istituzione approvata nell'anno 1825 
con diritto di acquistare, succedere e possedere. 

Placido, cugino di questi fratelli, che mori in Ungheria 
(1801) essendo al servigio dell'augustissima Casa d'Austria. 




VISCONTI BREBÌA 



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VISCONTI 

CONTI DI B REBBI A 



Itaspare, fratello di Lodovico Visconti Borromeo, era 
castellano di Pavia quando nel 11500 fu dai Francesi fatto 
prigione e tradotto in Asti colla moglie. Da questo discende 
Fabio, consigliere di S. M. cattolica; da esso nacque Pirro, 
che nel 1361 fu dal re Filippo II creato conte. Nel 1590 
venne creato cavaliere di S. Jago. Fu questi padre dei se- 
guenti : Ippolita, monaca nel monastero di S. Paolo col nome 
di Angelica Perpetua; Anna, monaca nel monastero di San 
Michele in Gallarate; Costanza, monaca lateranense nel mo- 
nastero delFAnnunciata, ove nel 1610 a proprie spese edificò 
Patrio col porticato; Livia, maritata col marchese Giambattista 
Trecchi di Cremona, e Margherita col conte Gian-Pietro Ser- 
belloni, morto nel 1617 alPassedio di Vercelli; Vitaliano, 
fu ascritto al Collegio dei nobili Giureconsulti nel 1614. Re- 
ferendario d^ambe le signature, fu da Paolo II eletto arcive- 
scovo di Adrianopoli e nunzio presso T imperatore Mattia: 
morì in Praga nel 1617; e Fabio (dal quale segue la genea- 
logia) fu ascritto al corpo dei lx decurioni nel 1604, e nel 
1622 giudice delle strade; da lui discendono Camilla ed 
Antonia, monache in S. Lazzaro, Margherita morta educanda 
nello stesso monastero; Giovanni, cavaliere gerosolimitano, nel 



VISCONTI DI BREBBIA 

1390 servì con una compagnia di fanti il Re di Spagna; Vi- 
taliano vestì Fabilo di prelato, fa adoperato in molte onore- 
voli e diffìcili nunciature. Fu eletto arcivescovo d^Efeso, poi 
cardinale, ed in fine arcivescovo di Monte Reale in Sicilia, 
nella qual dignità morì Fanno 1671; e Pirro nel 1658 era 
dei lx decurioni, e fu destinato nel 1649 fra i dodici gen- 
tiluomini che dovevano incontrare ai confini Maria Anna di 
Austria che passava in Ispagna, sposa di Filippo IV. -- Nel- 
Fanno 1667 venne creato conte della Pieve di Brebbia. Egli 
ebbe a figlie: Cornelia, moglie del marchese Pompeo Lilla, 
colonnello delFImperatore; Bianca, moglie del conte Biglia, 
colonnello al servigio della Spagna; e Fabio, che servì la 
Spagna. NelFanno 1662 fu eletto capitano della guardia dei 
lancieri spagnuoli nella città di Milano, ed otto anni dopo 
mastro di campo. Egli ebbe i seguenti figli: Pirro, eletto 
commissario generale degli eserciti imperiali in Lombardia e 
Piemonte. Da Carlo II ei venne creato grande di Spagna, 
titolo appoggiato sulla contea di Brebbia col privilegio che 
questa dignità passasse al fratello, ed alF estinzione di prole 
maschile, alle femmine. Ei diede in moglie Funica sua figlia 
a Giulio, suo fratello, che venne a morire nel 1704 senza 
successione maschile; Vitaliano ebbe il comando di una com- 
pagnia di corazzieri nel 1682, e dopo dodici anni passò alFe- 
terno riposo; Giulio parteggiò sempre per la Casa d^Austria, 
allorquando per la morte di Carlo II re di Spagna si disputa- 
rono la corona Filippo V e Carlo III, il quale succedendo nel- 
Fimpero al fratello Giuseppe I, avea preso il nome di Carlo VI. 
Nel 1716 fu creato maresciallo-tenente, e nel 1721 cavaliere 
del Toson d^oro: nel 1723 generale di cavalleria, e nel 172o 
maggiordomo maggiore delF Arciduchessa Elisabetta, gover- 
natrice dei Paesi Bassi. Nel 1751 ebbe la signoria di Deva 
nel contado d^Uniade, in Transilvania, e fu nominato magnato 



VISCONTI DI BREBBIA 

d'Ungheria con privilegio di poter trasmettere tuli onori alle 
suo figlie. Duo anni dopo fu dallo stesso Imperatore eletto 
luogotenente capitano generale, e viceré di Napoli. Egli ebbe 
due figlie, Paolina che sposò il marchese Antonio Lilla, ca- 
valiere del Tosone, ed Elisabetta clic sposò il marchese 
Pompeo Litta, parimente cavaliere del Toson d'oro, e con 
queste illustrissime dame si estinse il ramo dei Visconti 
Borromei e dei Conti di Brebbia. Alcuni altri personaggi 
discendenti da Giammaria, signore d" 1 Albicate, si distinsero 
nelle armi e nella prelatura, e che noi per amore di brevità 
passiamo sotto silenzio. 

Portano i Visconti Brebbia uno scudo parlilo nel primo 
di Visconti ; e nel secondo di Brebbia. 




VISCONTI DI CISLAGO 



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VISCONTI BORROMEI 

CONTI DI FAGNANO 



(jiammaria Visconti, signore d'Albizate nel contado di 
Seprio, che vivea ancora nel principio del secolo xvi, sposò 
Giustina, figlia di Filippo Borromeo, conte di Arona, la quale 
ereditò dal fratello Vitaliano Borromeo, con obbligo che i 
suoi discendenti portassero il cognome di Visconti Borromei. 
Si distinsero in questo ramo i seguenti personaggi: 

Lodovico, primogenito del sunnominato, fu chiamato 
all'eredità dallo zio materno Vitaliano Borromeo, come si è 
detto di sopra. Egli seguiva le parti di Lodovico il Moro, ed 
alla venuta dei Francesi (1499) si trovava alla custodia del 
castello di Lecco: si narra che seguendo il Moro nella sua 
fuga, e tentativo per la ricuperazion dello Stato, restasse seco 
lui prigione alla battaglia di Novara. Nel 1503 trovandosi pri- 
gioniero a Lione, si obbligò di pagare 8m. scudi d'oro del sole, 
con promessa di pagarne altri 20m. perchè fosse restituito 
nella grazia del Re di Francia. Nel 1512 si portò nelle Fian- 
dre, onde impegnare l'imperatore Massimiliano nella disfatta 
dei Francesi in Italia, e rimettere lo Stato di Milano nelle 
mani di Massimiliano Sforza. Nel 1513 fu creato senatore e 
governatore supremo della Casa Ducale. Nel 1514 fu investito 
del feudo di Brebbia, feudo che dai Besozzi fin dal 1417 era 
stato rinunciato ai duchi di Milano. Ritornati i Francesi nel 



VISCONTI BORROIEI 

1514 a ricuperare lo Stato, Lodovico fu relegato in Francia, 
dove stette tre anni. Scacciati di bel nuovo i Francesi, ed 
occupato lo Stato Francesco II Sforza, creò il Visconti suo 
maggiordomo, riconfermandolo poco dopo nel feudo di Breb- 
bia. Morì circa il 1535. 

Vitaliano suo figlio, ebbe nel 1551 il titolo di conte 
sulla terra di Fagnano, pieve di Olgiate Olona. Nel 1553 fu 
creato senatore, e morì un anno dopo. 

Pietro Francesco (fratello di Vitaliano), servì Carlo V 
in qualità di colonnello di cavalleggieri, e morì nel 1536 nella 
spedizione di Provenza contro i Francesi. 

Caterina, sorella dei suddetti, viene dai contemporanei 
commendata come donna rinomata nella poesia e nelle belle 
lettere. 

V arma consiste in uno scudo inquartato : nel primo e 
quarto porta V insegna Viscontea ; e nel secondo e terzo il 
morso, che è parte dello stemma Borromeo, ed il capo dello 
scudo è lonzagato d'argento e di azzurro. 



VISCONTI DI BARI 



Morto il duca Galeazzo Maria Sforza, Isabella di Ara- 
gona, vedova del detto Galeazzo, fu costretta di abbandonare 
il ducato, e ritornarsene agli stati natii, lasciando la succes- 
sione del dominio milanese a Lodovico XII. Tra i personaggi 
più affezionati alla sua corte, i quali ebbero la gentilezza di 
accompagnarla nel suo viaggio, è annoverato un Giorgio Vis- 
conti. Stabilì questi la sua dimora in Bari, ottenendo dai He di 
Napoli (unitamente agli altri nobili del seguito) di potere avere 
un console della nazione, il quale risedendo in Bari prendesse 
a proleggere tutti i Milanesi che viveano nel regno. Tali pri- 
vilegi e molti altri ancora conferiti da quei Re ai Milanesi 
sono ostensibili per pubblica stampa. Caduta la casa Sforza 
ed in processo di tempo anche quella di Aragona, il consolato 
ed altri privilegi vennero soppressi ed annullati. 

Nicol 1 Antonio (suo figlio) fu abate di s. Benedetto di Bari, 
di s. Angelo di Ceglie, ec, ec, canonico della chiesa di s. Ni- 
colò di Bari, e tesoriere nel 1552. Ebbe questi quattro figli, 
i quali a lui vennero legittimati per un privilegio. Tai figli 
si chiamarono: Pompeo, che servendo la Repubblica veneta 
contro i Turchi, si trovò e segnalossi nella battaglia di Lepanto 
nel 1571 alla testa di 100 soldati d^infanteria; Fabio, cano- 
nico della chiesa di s. Nicolò di Bari nel 1557; e due figlie 
maritate in Bari. 



VISCONTI 

Ottavio fiorì nelPanno 1563, e comperò la baronia di 
Ponto presso Bari dalla famiglia Scaraggi di Bitonto. 

Orazio (suo fratello) fu dal pontefice Paolo IV nel 1557 
creato abate di s. Benedetto. 

Carlo fu fondatore della cappella del Ss. Rosario nella 
parrocchia di Losito. NelPanno 1639 fu inquisito per aver dato 
il comando di uccidere uno scrivano della regia udienza. Mori 
nel 166 . . 

Giorgio II (ultimo del suo ramo) morì in Losito nel 1694, 
pugnalato dai sicari di Lanfranco Turietli di Bergamo, prin- 
cipe di Valenzano nel regno di Napoli, col quale avea poco 
prima avuto delle contese per motivi giurisdizionali. 

Benedetto (degli slessi Visconti di Bari) trapiantò la sua 
residenza in Taranto, e morì nella città di Napoli Panno 1687. 

Mario (suo figlio) divenne, per successione di Giantomaso 
Simonetti (suo zio cugino materno) marchese di s. Crisperio, 
Da Mario nacque quel Benedetto che da Aurelia Sisto (figlia 
di Francesco, duca di Ceglie) ebbe i seguenti cinque figli : 

1.° Aurelio, che fu monaco Benedettino nella Congrega- 
zione di Montecassino, ed abate dello stesso monastero nel- 
Panno di nostra redenzione 1804, ove poscia cessò di vivere 
quattordici anni dopo la qui menzionata epoca. 

2.° Michele, che nel nobile reggimento di Lucania egli 
ebbe Porrevole carica di tenente. Cessò di vivere nella città 
di Napoli. 

5.° Mario, distintissimo personaggio del suo secolo. 

4.° Giuseppe, il quale mori in s. Crisperio. 

5.° M. a Aurelia, monaca Benedettina, vissuta nel mona- 
stero di s. Gio. Battista di Taranto. 



VISCONTI 

BAROM DI ORNAVASSO 



Jdrmes Visconti, il giorno 9 agosto dell'anno 1413, ebbe 
da Filippo Maria, duca di Milano, in feudo Ornavasso, Vi- 
gnate, Invorio superiore, Borgo Ticino, Varallo, Pombia e 
Pombia stessa con titolo di barone per sé e i suoi discendenti. 

Iranno poi 1459 unitamente a Lanciotto, suo fratello, 
ottenne dalPordinario di Novara una investitura feudale sulle 
decime di Castelletto sopra Ticino. 

Tra i discendenti di Ermes coloro che più si distinsero, 
sono i seguenti: 

Giorgio (suo figlio) che fu capitano di balestrieri sotto le 
bandiere dei duchi di Milano, e per la loro causa si recò egli 
al soccorso dei Fiorentini nella guerra suscitata per la con- 
giura dei Pazzi (1478). 

Bartolomeo (suo fratello), che fu primieramente monaco 
dell 1 ordine di s. Benedetto, e poscia rinunciò l'abito, avendo 
avuta un'investitura sulla baronia d' Ornavasso dai duchi di 
Milano, correndo allora Tanno 1462. 

Alberto (figlio del detto Bartolomeo) il quale fu nel 1S20 
podestà di Valsesia e padre di 

Bonifazio, che ottenne dall'imperatore Carlo V la facoltà 
d'istituire un pubblico mercato settimanale nel Comune di Or- 
navasso, e fu governatore della Riviera d'Orta. 



VISCONTI 

Un altro Ermes, che nell'anno 1675 era membro del 
magistrato dei dodici di provigione, ed il quale fu padre di 
Bonifacio, colonnello al servigio imperiale. Di lui vantiamo due 
romanzi 5 P uno intitolato la Plerida, edito l'anno 1686, e 
l'altro gli Sfoghi d'Amore, pubblicato Panno 1687. 

Giovanni, che venne ascritto nel 1794 al collegio dei 
nobili giureconsulti. 

Bonifacio, che intraprese il nobile mestiere delle armi, 
segnalossi nelle guerre dal 1808 al 1814 al servizio di Na- 
poleone, ora in Ispagna, ed ora in Germania, in cui riportò 
le più onorate e gloriose ferite. Venne in quelPepoca insignito 
della corona ferrea. Tornata nel 1814 PItalia a' suoi antichi 
signori prese servizio sotto i re di Sardegna, dai quali venne 
insignito della croce di Savoja ed ultimamente col grado di 
maggiore di cavalleria nel reggimento dei Dragoni del Ge- 
nevese. 

Alberto (suo fratello), che postosi nella luminosa carriera 
delle armi, potè anclr'esso acquistarsi fama di valoroso e pru- 
dente guerriero. Commendevole sovra ogni altra circostanza 
nel dare prove di sua valentia fu quella di riuscire a discac- 
ciare le truppe francesi da Antileo, nel momento appunto 
eh' essi speravano e si estimavano i soli padroni di questa 
importante piazza. A ricompensa di tanto coraggio e maestria 
volle il Principe concedere a questo Visconte la croce d'oro 
dell' ordine militare di Savoja. Ei terminò i suoi giorni nel- 
Panno 1821. 

L 1 altro di lui fratello Ermes , il quale, dedicatosi anche 
esso al mestiero delP armi, consegui F insegna della corona 
ferrea in premio di molte ferite, onoratamente riscosse nella 
celebre battaglia di Lipsia ed in altre campagne. Passò quindi 
al servizio dei Re di Sardegna, e venne creato cavaliere del- 
l'' ordine di Savoja, e di quello dei ss. Maurizio e Lazzaro, 



VISCONTI 

T anno 1815. Fu quindi nel 1822 nominalo maggiore nel 
corpo dei carabinieri Reali. 

Alfonso, il quale morì affatto giovane. 

Maria, che si maritò col cavaliere Gaelli Deangeli, con- 
sole generale di S. M. Sarda in Milano. 

Giuditta, che si unì in matrimoniali legami con France- 
sco V illata, generale di S. M. l'imperatore d'Austria. 

Erminia, vedova Imbrici di Crossa. 



VISCONTI DI ARAGONA 

MARCHESI DMNV0R10 



Alberto, condottiere delle genti d^arme dei Duchi di 
Milano, venne nel 1.462 da Francesco Sforza spedito in soc- 
corso di Ferdinando d" 1 Aragona, re di Napoli, che dalle armi 
di Carlo V d^Angiò (pretendente forti ragioni su quel regno) 
veniva molestalo. Il coraggio e Paecortezza di Alberto molto 
valsero in quesfoccasione. Abbandonato da Carlo il pensiero 
di possedere più oltre quegli Stati, liberò dalle sue genti il 
regno, ed essendosi così sistemati gli affari dello Stato, Fer- 
dinando, in premio de* 1 servigi d^ Alberto, lo adottò nella 
sua famiglia, con privilegio estensibile a tutti i suoi discen- 
denti di aggiungere al proprio cognome quello della famiglia 
reale e di portarne lo stemma. Ritornato Alberto in patria 
conseguì tutti quegli onori e quelle cariche che solo ai grandi 
e valorosi sogliono riserbarsi. Nel 1486 ebbe in dono dal 
Duca di Milano la signoria di Torricella con titolo di contado 
nel Parmigiano, tolta a Costanza Sforza, signora di Pesaro, 
perchè avea servito i Veneziani nelle passate guerre contro 
Lodovico il Moro. Poco dopo però questo feudo ritornò alla 
famiglia di Costanza. Alberto morì in Milano con fama di va- 
loroso ed esperto capitano nel 1493. 



VISCONTI DI ARAGONA 

Da lui discendono i seguenti illustri personaggi : 

Ermes, che parteggiando per la casa Sforza fu dai Fran- 
cesi dopo la battaglia di Marignano dichiarato ribelle e ban- 
dito dallo Stato. Nel 1517 però gli fu permesso di ritornar- 
sene; e riconoscendo con sommissione il nuovo Sovrano gli 
furono restituiti i suoi beni. 

Anchise , suo fratello , uomo encomiato dagli storici 
contemporanei per essere stato di un valore sommo e d^una 
grande costanza. Egli parteggiò per gli Sforza, e si distinse 
in molle battaglie ed in altri affari di grande importanza a 
favore di questa. Sostenne molte difficili ed onorevoli cariche 
nello Slato. Sofferse tribulazioni grandi, ed in ispecial modo 
quando Francesco II Sforza, caduto in sospetto agi 1 Imperiali 
che volesse collegarsi coi Francesi, fu spogliato de"* suoi beni, 
e quale sciagurato morì nel 1557 in Milano. 

Carlo Galeazzo Cesare, Giacomo Alfonso Alberto di Tom- 
maso fiorivano tutti nel secolo xvm, distinguendosi colle armi 
in servizio della Spagna. — Galeazzo, figlio di Cesare, si segnalò 
nelle lettere. Fu auditore del Magistrato di Sanità nel 1686, 
vicario pretorio nel 1691, consultor del Santo Ufficio, ed 
auditore generale delle milizie forensi, ec. ec. Morì nel 1715. 
Di lui si hanno alle stampe due orazioni per Pammissione al 
Collegio dei nobili Giureconsulti di Daniel Birago, nel 1685, 
e del cardinal Luigi Omodei nel 1685; dissertazione sopra gli 
affari spettanti alP annona, stampata nel 1703; informazione 
del priorato di S. a Maria di Barro nel territorio dlnvorio, e 
de 1 SS. Giacomo e Filippo nel territorio di Borgo Ticino, 
patronati di sua casa. Nel secondo volume delPArgelIati, 
nelPopera sua delle monete d 1 Italia, viene inserta una dis- 
sertazione di questo Visconti sulFaumenlo delle monete. 

Alberto suo figlio si distinse e nelle armi e nelle lettere. 
Egli servì la Corte di Spagna, e discacciò per questa i Francesi 



VISCONTI DI ARAGONA 

da Arona, che Faveano occupala. Terminala la guerra si 
consacrò agli studii legali laureandosi a Pavia. Nel 1741 era 
senatore di Milano, e Fanno seguente podestà di Pavia. In 
quello stesso anno ebbe dall'Imperatrice Maria Teresa il titolo 
di marchese dlnvorio, trasmissibile ai primogeniti maschi. 
Fu poscia podestà di Cremona, e morì nel 1784. Da lui di- 
scendono Laura, monaca nel monastero di S. a Agnese; Mar- 
gherita e Francesca, monache in Santa Maria Maddalena al 
Cerchio; Isabella, moglie del conte Francesco Giovio; Luigi, 
abate che morì nel 1797; Galeazzo della compagnia di Gesù; 
Ottavio, che militò sotto i vessilli delFaugustissima Casa d 1 Au- 
stria, fu creato ciambellano nel 1775, e morì in Germania. 
Tommaso, colonnello e ciambellano di Casa d* 1 Austria, morì 
in Ungheria nel 1789, ed Antonio, laureato nelP Università 
di Pavia, che fu nel 1747, appartenne al Collegio dei nobili 
Giureconsulti. Nel 1758 fu ascritto al corpo dei lx decurioni; 
nel 1762 fu vicario di provvigione, e nelFanno seguente fu 
provicario del Banco di S. Ambrogio. Nel 1771 divenne ciam- 
bellano, e morì nel 1776. Da lui discende Alberto, padre 
di Alessandro, e quest'Alessandro colla marchesa Vittoria 
Gherardini di Verona ebbe i seguenti: Virginia Teresa, Al- 
berto, Giulia. 




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NOBILI -VITELLESCHI 



Chiamati oggi a tenere parola della nobilissima ed antica Famiglia 
dei Vitelleschi , crediamo far cosa grata ai nostri lettori intrattenendoli 
prima su alcune precipue notizie risguardanti la non meno illustre Fami- 
glia Nobili di cui redo il nome e le molte ricchezze. Diremo perciò bre- 
vemente di entrambe. 

La Famiglia Nobili seguendo le traccie lasciateci dagli storici (raz- 
zerà, Campano, Angeloni, Lanci, Iacobelli e Campetto che impiegarono 
gran parte dei loro studi ad investigare l'origine delle più celebri Fami- 
glie Italiane, ha per suo primo stipite Azzone già nobile Romano, che fino 
dal 900 fermata stanza nel territorio di Rieti, vi eresse dalle fondamenta 
il Castello Azzone, e vi fece acquisto di molte terre che formarono po- 
scia il retaggio de' suoi successori. Ercole di lui figlio accrebbe pur esso 
di altre terre e Castelli il patrimonio paterno, facendo ottimo uso delle 
ricchezze acquistate ed erogandone parte in opere di pubblica utilità. 
Morto Ercole i di lui figli Giuseppe, Libenzio e Berardo non volendo la- 
sciare indiviso l'asse paterno, ne formarono tre parti che assicuravano a 
ciascuno di essi in particolare una splendidissima esistenza. Basta il citare 
per persuadersene, i nomi di alcuni dei tanti Castelli che facevano parte di 
sì vistoso patrimonio, Azzone, cioè, Castel di Lago, Redilecco, Monte Ro- 
tondo, Papigno, Puleggio, Miranda, Monteleone, Valle Aquila, Rocca di 
Corno, per tacere di tanti altri, di cui troppo lungo sarebbe fare l'ennu- 



NOBILI-VITELLESCHI. 

mer azione al presente. A togliere però fin d'ora che qualcuno fosse indotto 
in errore attribuendo ad altre tra le molte diramazioni che di questa Fa- 
miglia posero sede in varie parti d' Italia, ciò che appartiene unicamente 
a quella di cui ragioniamo, è bene che si sappia, come nell'Albero genea- 
logico di questa Famiglia, gì' individui di essa, siano sempre citati col- 
l'aggiuntiva di Alabro o di Labro, uno dei tanti Castelli di loro proprietà, 
in cui ebbero residenza e che pur oggi venne in retaggio dei Vitelleschi ; 
e ciò ad eliminare ogni possibile confusione. Ad una infatti delle molti 
diramazioni di questa Famiglia, vuole lo storico Campano traesse origine 
la celebre prosapia dei Conti Borromeo di Milano. Le investigazioni del 
Campano sono di tale importanza che noi crediamo non doverne defrau- 
dare i nostri lettori : esse fanno parte del libro terzo della sua opera : 
De familiis illustribus Italiae, ac de earum origine. „ De Berardo de- 
„ scenderunt nobiles Melacis, Alabri, Mirandae et Castrilaci, de quibus 
„ descenderunt nobiles De Sancto Miniato qui nunc nominantur Borro- 
„ mei, quasi boni Romani. De progenie dicti Berardi, quidam pulcherri- 
„ mus et strenuus iuvanis, reperiens se Eomae a patre missus ad expe- 
„ dienda negotia domestica, quibus expeditis, prò gratiarum actione Deo 
„ reddenda prò bona speditione, die quadam, cum esset in itinere visi- 
„ tando Ecclesias extra Urbem, ex improvviso sentiens post se impetuose 
„ equum concitato cursu ad se adventantem, clamore terga vertens, vidit 
„ equum ab ore laxata frenum currentem, cui generosus iuvanis effrenato 
„ equo occurrens, appenso frontis crine, retinuit, et insidentem equo a peri- 
„ culo liberavi! Hic equo insidiens erat quidam Comes Mediolanensis nobi- 
„ lissimus qui in ditione mediolanensi multa possidebat castra, qui nobi- 
„ litatem juvanis auxilium sibi adferentis admirans, associatus cum ge- 
„ neroso Eomano juvane, pium iter et visitationem Ecclesiarum extra Ur- 
„ beni complevit ; et Comes Mediolanensis tanto est accensus amore erga 
„ nobilissimum iuvanem considerans ejus affabilitatem et multas animi 
„ corporisque dotes, ut vix ad horam ad se invicem disjungerentur, et 
„ expeditis negotiis nobilissimus iuvanis rogatus a Comite Mediolanensi, 
„ ut dignaretur secum ad Mediolanum venire, promisit juvanis si a patre 
„ licentiam obtineret, qua adsecuta, Comitem Mediolanensem secutus est, 
„ et cum adpropinquasset Civitati multos amicos et affines obviam habuit, 



N0BILI-V1TELLESCHI. 

„ et froquontein per multos dies civium habuit concursuin, cum quibus 

„ omnibus colloquia habens, nobilis Romanus ad sui amorem traxit, ad- 

„ mirautes eius qualitates ut a tota Civitate Mediolanensi, tam apud 

„ nobiles, quaiu apud plebeos, nullo alio vocarent nomine, quam il buon 

„ Bomano, et postea temporis tractu dictus fuit Borromeo, ejusque fa- 

„ milia Borromeo nuncupata fuit : et cum Comes Mediolanensis inter multa 

„ castra terram habebat cum insigni Roccha super quadam flumine posita, 

„ quae a quodam ejus potenti aclversario abrepta fuerat; unde iuvanis 

„ Ronianus ob amici displicentiam commotus, statuit amicnm a mole- 

„ stia liberare, et convocato nobilium amicorum concursu, armatorum 

„ copia eo pervenit ut Roccham Domino proprio restituit. Comes Me- 

„ diolanensis tanta motuus generositate statuit ex duabus filiabus quos 

„ suae copiosae hereditatis successores habebat, primogenitam ei in ma- 

„ trimonium cum precipua hereditatis portione cui in dotem multa castra 

„ donavit, et inter alia, Roccham a se sibidem restitutam, quam iuvanis 

„ Romanus a nomine Abarumi Àzzoni et a castro a quo oriundus erat, 

„ Roccham illam cum oppido adjacentem placuit nominare a suo cogno- 

„ mine Azzone; tali modo ab isto nobilissimo iuvane Romano ab omnibus 

„ Mediolanensibus il Borromeo propagata fuit in dieta civitate Medio- 

„ lanensi nobilissime ejus familia postea Borromea. „ 

E pur voce che trova fondamento nel Libro delle Decretali che una 
tale Famiglia venisse retribuita del cognome De Nobilibus per azioni no- 
bilissime operate, e per potenza nobilmente acquistata. Come storici ci 
credevamo in debito di accennare a questi fatti che però basano e trovano 
fondamento ed appoggio su autorevolissime testimonianze. Poco dopo il 
mille e cinquecento, avendo Girolamo de' Nobili, ultimo stipite di questa 
Famiglia in Roma, menata in moglie Virginia Yitelleschi, né da questo 
matrimonio essendone venuta prole, l'immenso patrimonio De' Nobili venne 
per tal modo in potere dei Vitelleschi che raccogliendone la eredità ne 
assunsero ancora il cognome. 

Detto così brevemente dei Nobili ci rimane a dire più diffusamente 
V origine dei Yitelleschi, e condurre le notizie storiche sui medesimi fino 
ai dì nostri. Questa Famiglia trae la sua origine da Corneto ove fece 



NOBILI-VITELLESCHI. 

dimora per qualche tempo, come lo attestano le seguenti epigrafi funerarie 
esistenti in quella Cattedrale. 

HIC JACET ALEXANDER DE VITELLENSIBUS 

DE CORNETO COMES PALATINUS ET 
MILES IMPERIALIS QUI OBI1T ANNO MILLE. 

HIC JACET SANCTE DE VITELLENSIBUS 

COMES PALATINUS ET MILES IMPERIALIS 

QUI OBIIT ANNO MCCLX. 

HIC JACET BARTHOLOMEUS VITELLENSIBUS 

EPISCOPUS CORNETANUS QUI OBIIT 

ANNO MCCCCLXXXX. 

Stipite di questa Famiglia vuoisi che fosse queir Alessandro che 
troviamo morto nel mille e sepolto nella Cattedrale di Corneto. L' epigrafe 
che abbiamo riferita ci mostra come esso fosse Cavaliere Imperiale e Conte 
Palatino. Il sepolcro ove riposano le di lui ceneri è di stile gotico e vi si 
vede Alessandro I, vestito da cavaliere, con speroni, che tiene la mano 
sulla impugnatura della sua spada, il che ne attesta palesemente il valore. 

Sante pure fu uomo d'arme cavaliere e Conte Palatino. Fiorì nel mille 
e duecento cinquanta prendendo, parte a molte guerresche imprese. Bar- 
tolommeo fu Vescovo di Corneto nella metà circa del 1400 e fu uomo 
di molta dottrina e di eminenti religiose virtù. Gian Cola nato nel 1427 
fu dedito alle armi e vi compì nobilissimi fatti, morì nel I486. Giovanni 
Patriarca d' Alessandria, Arcivescovo di Firenze e Cardinale di Santa Chiesa, 
si coperse pur esso nei primordi della sua vita, di gloria militare: Ge- 
neralissimo dell' esercito papale sotto il pontificato di Eugenio IV, si op- 
pose colla forza delle armi ai Colonna ed ai Savelli che sconfìsse e con- 
dusse a devozione della Santa Sede. Ridotto a tranquillità il patrimonio 
della S. Chiesa, mosse in seguito contro Re Alfonso di Napoli. Trovandosi 
i Fiorentini a mal partito per le armate di Filippo Duca di Milano che 
li stringevano alle spalle, sotto il comando del gran Capitano Piccinino, 
il Pontefice mentre divisava inviare in loro aiuto il Card. Vitelleschi con 
buona mano di uomini, questi fu messo in mala voce di Sua Santità, da 



N0B1LI-V1TELLESCH1. 

alcuni di lui malevoli e invidiosi della celebrità a cui era salito, che per- 
suasero il Papa a riconoscere nell' esimio Porporato, 1' uomo ambizioso 
che per smodata libidine di potere voleva sbalzarlo di trono per insediarsi 
nella Cattedra di S. Pietro. Ciò però non distolse il Papa dal suo primo 
proposito, che anzi diede egli stesso l' ordine della partenza, ma al tran- 
sitare dinanzi Castel Sant Angelo a capo di quelle truppe che dovevano 
recarsi in soccorso dei Fiorentini, il povero Cardinale veniva proditoriamen- 
te assalito ed ucciso dal Castellano Antonio Ridio. Dio scrutatore dei 
cuori ed unico distributore delle pene e delle ricompense, avrà di già 
giudicato il colpevole, e accolta al suo seno la vittima infelice. 

Del Cardinale Giovanni conservasi ancora nella Galleria di Firenze 
un ritratto all' epoca che vi sedeva Arcivescovo. Dopo la sua morte gli 
vennero tributati straordinari onori, tra quali è primo da annoverarsi la 
statua che gli fu decretata in Campidoglio coli' onorevolissima epigrafe 
Secundo a Romulo Parenti. 

A questa Famiglia appartenne pure Muzio che fu per oltre 30 anni 
Generale dell' Ordine dei Gesuiti e che Paolo V. ebbe in tanta stima 
e benevolenza da offerirgli perfino la Sacra Porpora, che venne però mo- 
destamente da lui ricusata. Esso fioriva nel Sec. XVII. 

Ci venne pur data gentile communicazione di un manoscritto in lode 
di Laura Vitelleschi appartenente all' illustre Famiglia dei Mazzabufali, 
donna di molta bellezza, di squisito ingegno e di rara cortesia, morta 
nel 1550. Esso ne ennumera i moltissimi pregi e ne raccomanda l'onorata 
memoria alla posterità. Merita pure speciale menzione Giulio Vitelleschi 
che indossato 1' abito ecclesiastico, si consacrò in particolar modo alla 
predicazione in cui colse ottimi frutti religiosi nei 40 anni che esso ne 
esercitò il santissimo ministero, e venne in fama di culto e nobilissimo 
oratore. Gian Vitello appartenne all' illustre Ordine di Malta. 

Questa Famiglia 'invarie epoche si divise in diverse diramazioni, che 
oggi però rimasero spente, riducendosi al solo ramo che vive attualmente e 
splende di tanta gloria in Roma. Citeremo tra queste, quella che pose stanza 
in Foligno, in cui fiorirono nel 1568 Ottavio, e nel 1718 Antonio, en- 
trambi Cavalieri del Sacro Ordine militare Gerosolimitano, e Vincenzo 
che nel 1673 venne annoverato tra i Cavalieri di Santo Stefano; l'altra 



NOBILI-VITELLESCHI. 

di Rieti che ebbe nel 1 702 in Francesco un nuovo Cav. Gerosolimitano. 
La famiglia Vitelleschi è legata in parentado colle più illustri di Roma 
e possiede ancora tra le molte sue proprietà un vasto tenimento nell'agro 
Reatino, di cui avea fatto acquisto fino dall'epoca del 1350 ed al quale 
davasi titolo di baronia con tutti gli onori ad esso inerenti. 

Attuali Rappresentanti della famiglia sono il Marchese Angelo Vitel- 
leschi Cav. Gerosolimitano, nato nel 1823 figlio al marchese Pietro, 
uomo di incorrotta virtù, la cui vita si spense con grave compianto di 
Roma nel 1843. Sposatosi alla Marchesa Maria S. Laurent di Torino, 
nacquero da questa felicissima unione, Giovanni nel 1853, Giulia nel 
1860, Maria nel 1863 ; Monsignor Salvatore Arcivescovo di Seleucia, 
( fratello al Mse. Angelo ) , Consigliere straordinario di Stato di S. S. l'at- 
tuale Pontefice, Vescovo d' Osimo e Cingoli, onore dell' Episcopato, e uomo 
di eminente dottrina ecclesiastica ; il Mse. Giulio che ebbe vita nel 1824, 
che appartenne ai Consiglieri di prima classe del Municipio Romano ed è 
Foriere dell'Amministrazione Palatina: esso menò in moglie la Msa. Clo- 
tilde De Gregorio, e queste nozze furono rese liete da numerosa prole, 
Maddalena, Pietro, Giuseppe, Maria e Luisa ; il Mse. Francesco nato nel 
1829; Ottavia che vestì l'abito Domenicano e Giacinta che si unì in co- 
spicuo matrimonio col conte Sgarigli d' Ascoli. 



Conte F. Galvani. 



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VIVIMI 

(di Firenze) 

Ardua e malagevole cosa sarebbe il voler rintracciare V origine di questa illu- 
stre prosapia, che si perde nell' oscurità dei tempi, ma attenendoci a quanto se ne 
ha dagli antichi cronisti Malespini, Villani ed altri, che con particolare distinzione 
ne parlano, diremo che la famiglia stessa era chiara e potente in Firenze fin dal 
secolo XII, e fiu da quell'epoca remota era dell'ordine dei grandi, e godea i primi 
onori nella Repubblica, siccome si verificò nel 1174 nella persona di Borgognone 
di Piero di Lapo, cui fu inalzato alla dignità del Consolato, dignità che da se sola 
basta ad illustrare una famiglia. 

Viviano pronipote del suddetto Borgognoni che fioriva nel 1220 apparisce come 
il vero autore della Casata ; e quantunque innanzi a lui sianvi lunga serie di sog- 
getti derivanti da questo ceppo, pur tuttavia la famiglia Viviani non prese questo 
nome che nel secolo XIII, allorquando tutte le famiglie nobili presero i respetlivi 
loro casati. — Viviani possedeva torre e loggia nelle sue case situate in piazza di 
S. Maria del Fiore, ed avea beni considerevoli nel Mugello. 

Il Verino nella sua illustrazione, canta di questa schiatta : 

« Incoia Sambuci Vivianus habetur 
« Non ut rere, nova est; cadem si stirpis erigo est 
« In pretioque fuit quondam, sed mobile sascum 
« In summo nunquam tenuit Rhamrmsia clivo », 



2 . VIVIANI 

Da Viviano nacquero Borgognone e Lapo, i quali furono entrambi Priori neeB 
anni 1256 e 1258. b 

Donalo di Lapo fu cittadino influentissimo e di grande potenza. — Ebbe gran 
parte negli affari del governo, essendo stato cinque volte dell' eccelso Magistrato 
dei Priori. — Egli molto operò in difesa di Firenze contro - 1' Imperatore Arrio-o 
mentre l'anno 1312 col suo esercito ghibellino si accampava nel piano di S. Salvi 
per soggiogare la città. 

Folcardo fu Priore insieme con Donato nel 1313; ed insieme con esso fu con- 
dannato dall' Imperatore Arrigo suddetto a pagare 100 marche d'Argento siccome 
tassa da lui imposta sulla cillà di Firenze, in pena di averli resistito. 

Giovanni di Donato, zelante della patria, risiedè più volte del magistrato dei 
Priori, e fu poscia eletto Gonfaloniere nel tempo in cui l'esercito vittorioso di Ca- 
struccio scorreva più presto le mura di Firenze per la vittoria conseguita contro i 
fiorentini ad Altopascio. 

Lapo di Donato fu Priore per due volle, ed essendo stato fatto Gonfaloniere nel 
1355, si distinse sommamente per la sua saviezza e perizia nel governare. 

Tommaso di Bernardo, uomo di grande ingegno, ed estimazione universale. — Di 
lui si servì la Repubblica in affari rilevanti, cui egli condusse a fine mai sempre 
con buon successo. — Nel 1372 fu inviato Ambasciatore alla Repubblica Aretina 
ove fece spiccare quanto valessero i suoi talenti. — In un documento conservato da 
Luigi Viviani suo discendente, si ha, che egli fu fatto Cavaliere di S. Jago di 
Spagna; e ciò per i suoi meriti singolarissimi. 

Lorenzo fu Priore di libertà nel 1420, e nel 1423 creato Gonfaloniere di Giu- 
stizia. — Siederono del pari nell' eccelso magistrato dei Priori fra il 1420 ed 
il 1440. 

Lodovico, 
Neri e 

Lionardo di Ser Viviano, 
Cav. Tommaso 
Matteo e 

Luigi, ma essendo contrarj ai Medici perderono poscia i Viviani ogni influenza 
nelle cose del Governo. Sotto il Principato due volte i Viviani hanno ottenuto la 
dignità Senatoria, e titolo Marchionale dal Re Carlo di Napoli nel secolo decorso. 
Francesco, uomo di grandi talenti, occupò 1' eminente carica di Commissario 
della Città di Arezzo — Egli era Cavaliere dì S. Stefano, e Priore per Montalcino 
nella stessa religione. Fioriva nel 1860. 

Donato celebre giureconsulto ed avvocato del Collegio dei Nobili, fioriva nel 1670. 
Vincenzio, insigne matematico del secolo XVII, coi generosi doni di Luigi XIV. 
Re di Francia, edificò il palazzo detto dei Cartelloni posto in Firenze Via S. Anto- 
nino. Egli fu discepolo ed Ammiratore di Galileo, di cui fece porre il busto sopra 
la porta di detto suo palazzo, e nelle due lunghe Cartelle di plastica che ricorrono 
nella facciata ne fece scolpire 1' elogio. 

Questa gloriosa stirpe, che al dire del Gamurrini imparentossi colle prime fa- 
miglie di Firenze, nell' anno 1645 per morte di Lorenzo della Robbia Vescovo di 
Fiesole ultimo di sua famiglia, divenne erede dei beni e del nome dei signori della 
Robbia ; laonde traendo la famiglia Viviani assunse fin d' allora il duplice casato di 
Viviani della Robbia, venendo adesso rappresentata dai 
Signori Marchese Antonio e 

, Marchese Carlo, non degeneri dalle virtù dei loro antenati, ma la cono- 



VIVIANI t» 

sciuU loro modestia non ci permeile distendere nei meritali elogi, cui sariano cer- 
tamente alieni da ogni ombra di adulazione. 

e. <;. 
autori dai quali sono tratti questi cenni 

Gamurrini storia genealogica delle famiglie — Malespini e Villani storie fioren- 
tine — Cavalcanti storie fiorentine — Ammirato storie Biografia universale — Ve- 
rino illustrazione di Firenze. 



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ZASIO 

DI FELTRE 



Bagnata dal Sonna e dal Colmeda, due affluenti del 
Piave, sedente sovra un colle all'ombra delle Carniche Alpi, 
posa Feltre, piccola ma antichissima città del Serenissimo 
Dominio di Venezia ed ora parte del Regno d'Italia, provin- 
cia di Belluno. 

La posizione, la piccola forma di questa città ed il li- 
mitato numero de' suoi, abitanti, quantunque industriosi, la 
renderebbero quasi ignota, se la storia^ giusta enumeratrice di 
verità, non la additasse culla di quel 'frate Bernardino che 
nei primi anni del XV secolo si rese illustre per la filantro- 
pica istituzione de' Monti di Pieià, e di quel Vittorio da Fel- 
tre, astro luminoso nella filosofìa e 1 nella rettoriea, sorto nel 
finire dello stesso secolo, non che infine di quel Panfilo Ca- 
staldi; inventore dei caratteri mobili, mercè il quale va questa 
città gloriosa al par di Magonza, ed i popoli Italiani nulla 
hanno ad invidiare perciò ai popoli tedeschi. 

4 questa alpestre ma classica terra appartiene la nobile; 
e vetusta Famiglia dei Conti Zasio, aggregata da tempo re- 
motissimo al Consiglio di Feltre. 

Essa donò alla patria uomini distinti é ragguardevoli in 
guerra, in giurisprudenza e nelle scienze. Al tempo delle Cro- 
ciate, alle quali Feltre- diede il suo contingente, là nobile Fa- 
miglia Zasio elbe personaggi che molto si distinsero in queH 
le gloriose imprese. 

Nella giurisprudenza ebbe, uomini chiarissimi, ed in que- 



ZASIO 

sii ultimi tempi risplende il nome di Antonio Dottor Zasio di 
Giovanni., giureconsulto e molto stimato per le sue doti 
e varie qualità, come ne fa fede,, fra gli altri attestati, Ai- 
duino che mandò alle stampe i suoi Consulti. 

Da Antonio discese Ottavio, pure giureconsulto, che fu 
gloria e decoro della patria pe' suoi talenti, e fu inoltre da 
altre città stimato per le sue virtù e onorato il suo merito. 

Da questo chiarissimo tronco germogliarono Giovanni 
Francesco Doltore, creato dal Consiglio di Feltre l'41 No- 
vembre 1670, avanti che compisse l'età dei 21 anno, Nunzio 
a Venezia per quella Città, ed ivi applicossi all'avvocatura, 
carica molto apprezzata a quei tempi nella Serenissima Do- 
minante, e quindi praticata dai molli primari Patrizi; e Gio- 
vanni Antonio, altro fratello, che fu del pari ragguardevole coltu- 
re dello studio legale, e segnatamente nei commenti sulle leg- 
gi Romane e sulle Pandette. 

La Serenissima Repubblica Veneta, in benemerenza dei 
suoi distinti meriti e dell'attaccamento dimostrato da questa 
nobilissima Famiglia, le conferì il titolo Comitale con investi- 
tura feudale. — 

Ulderico Zasio, Consigliere di Massimiliano II Imperato- 
re di Germania, fece elevare la Toscana a Granducato in oc- 
casione delle nozze avvenute fra quelle eccelse case re- 
gnanti (4). 

Ben degni eredi della fama e della nobiltà de' loro an- 
tenati sono gli odierni fratelli Conti Zasio Lucio del fu Conte 
Carlo, Luigi e Francesco, ed i figli del Conte Lucio Carlo e 
Leopoldo. — Questa illustre Famiglia venne con Reale De- 
creto di S. M. Vittorio Emanuele 48 Maggio 4869 confer- 
mata neh" avito titolo Comitale per tutti i discendenti maschi. 

(I) Vita di Benvenuto Cellini del distintissimo Sig. Carpani. 



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( di Firenze ) 



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ato stipile di questa nobile ed illustre Famiglia le diede il cognome — 
Zato è diminutivo di Davanzalo — Il Verino dice essersi già detti de- 
gl'Aldobrandi ma non si sa con qual fondamento, e dice anche che viene 
da Catenuja di dove hanno origine gli Alberti che furono signori di quel 
luogo, e ciò forse perchè anche gli Zati hanno per arme le catene. 

« Clara Zatù domus estj quonda Aldobranda propago. 
» Dict fuit tribuitque lares Oatenaja mater. 

Furono ricchi cittadini e si ha notizia che nel 1313, nel farsi ii se- 
condo cerchio delle mura Giovanni Zati volle a proprie spese farne co- 
struire 155 braccia in prossimità delle sue case poste nel popolo di S. 
Pier Maggiore. 

Giuliano di Amerigo fu nel 1438 il primo dei diciassette Priori dati 
da questa famiglia alla repubblica da quell'epoca fino al 1525, siccome per 
due volte fu governata la repubblica dai Zati nella suprema carica di 
Gonfaloniere di Giustizia. 

Filippo di Zato fu uno dei più ricchi negozianti del suo secolo, e tenne 
casa bancaria in Parigi ove morì ne. 1338 ed era ritenuto per gran me- 
cenate. 

Giovanni di Francesco fu ricco popolano, prestò forti somme di danaro 
alla repubblica, molto fu considerato dal popolo, che lo fece armar cava- 
liere nel 1378, e onorato di moltiplici ambascerie. 

Molto illustrò questa famiglia Niccolò di Simone di Amerigo, cittadino 
influentissimo il quale essendo dei Dieci nel 1500, ebbe incarico di trat- 
tare la dedizione degl'abitanti di Collecchio; fu Rettore dello studio Fio- 
rentino nell'anno seguente; Commissario generale per la guerra contro 
i Pisani nel 1502; e nel 1527 per opporsi al CONTESTABILE di Bourbon, 
ove avesse voluto inoltrarsi nella Toscana. 

Francesco di Simone nel 1527 fu capitano di Bagno, e l'anno stesso 
fu imborsato per l'ambasciata di Roma — Nel 1528 fece parte della magi- 



2 ZATI 

stratura de Dieci di libertà. Nel 4529 andò Commissario di guerra a Fi- 
renzuola durante l'assedio. Era Potestà di Pisa nel 1530, quando vi fu 
decapitato Iacopo Corsi col figlio, e fu dietro la sua accusa che quell'in- 
felice fu messo a morte. 

Simone di Roberto fu Commissario di Arezzo nel 4529; quindi, duran- 
te l'assedio deputato a provvedere denari per pagare le milizie, e dopo la 
resa confinato a Capua, quindi riconfinato a Villafranca di Nizza. 

Francesco di Bartolo fu mandato per Commissario a Prato nel 1529 
per quietare le vertenze insorte tra Lorenzo Soderini e Francesco Fer- 
rucci — Si trovò in Firenze durante l'assedio e fu animoso nella difesa 
dei diritti dei suoi concittadini, dai quali, negF ultimi periodi dell'assedio, 
fu eletto per uno dei Commissarj delle milizie della città. Quando la Si- 
gnoria intese il tradimento di Malatesta Baglioni depulò egli insieme ad 
Andreolo Niccolini a recarle il Decreto col quale gli toglieva il coman- 
do, ed è noto il modo indegno col quale lo Zati fu ricevuto. Anche An 
dreolo Zati fu zelante di libertà e dopo essere stato a Poppi per Commis- 
sario nel 4529, fu uno degli ostaggi dati agl'Imperiali per la capitolazione. 

GAETANO del Senatore Iacopo di Amerigo che nel 4692 prese per 
moglie la Costanza Agnese Strozzi Vedova del Marchese Del Borro gene- 
rale dell'Impero, ebbe l'onore che una sua figlia nata nel 1704 fosse dal- 
l'Imperatore tenuta a battesimo per mezzo del March. Montauti e fu chia- 
mata Eleonora, Maddalena, Teresa nome dell'Imperatrice allora regnante. 

Cinque Senatori tolsero i Medici da questa casa — M. Giulio e Cam- 
mìllo, detto Simone, figli di altro Simone, si stabilirono a Palermo al 
principio del secolo XVII; e CammiNo vi acquistò il marchesato di Pan- 
fesi circa il 1640, al quale da Don Placido di Zatino fu unito il Ducato 
di Villarosa durante il secolo XVIII. Mancato in Placido suddetto quei 
ramo circa il 4760, successe nei feudi l'altro ramo stabilito in Firenze; 
ma per poco., perciocché anche questo venne meno il 29 settembre 4773 nel 
Marchese Simone Carlo di Gaetano del Senatore Iacopo. I Velluti eredi- 
tarono i fidecommissi ed i titoli; i beni liberi passarono nelle persone a 
favore delle quali detto Simone avea testato. Un ramo di questa famiglia 
tuttora sussiste ma non ricco di averi, e perciò mai inalzatosi al di sopra 
del grado cittadinesco. 

A. D. 

SCRITTORI DAI QUALI Si È TRATTA LA PRESENTI: ISTORIA 

MARUNI, Priorista Fiorentino M. S. esistente nella R. Biblioteca Magiia- 
bechianà. — Verino, Illustrazione di Firenze. Cav. Passerini, note alla 
Marietla de' Ricci di Ademollo. 



THE LIBRARY 

or THE 

UNIVERSI]* uf ILLINOIS 



ZERBI 



(di Radicena-Calabria) 



La illustre Famiglia Zerbi, dalle memorie che abbiamo sott' occhio, 
è oriunda della Corsica. Quali motivi la inducessero ad abbandonare la 
terra natale per porre la propria dimora in Calabria, noi non sappiamo ; 
certo è che nel secolo scorso due rami della medesima fermarono residenza 
l'uno in Radicena, l'altro in Polistena, acquistandosi in queste due località 
la stima e la venerazione di tutti pei larghi beneflcii con cui vennero 
compensando la cortese ospitalità ricevuta. E di questi due rami \è uf- 
ficio nostro il dire separatamente, perchè entrambi degni di particolare 
ricordo, e perchè formanti una istessa Famiglia, e perchè esempio ra- 
rissimo delle più belle virtù. 

Cominceremo adunque da quello di Radicena. 

Da Antonio che fu il primo a fermarvi dimora nacquero Filippo e 
Francesco che amendue sposatisi a eulte e distinte donzelle, si videro 
arricchiti di larga e degna prole. 

Figli di Filippo furono, Francesco die ebbe laurea dottorale e menò 
in moglie la nobilissima baronessa Calfapietra che lo rese padre di Ro- 
dolfa ed Emilia; Vincenzo, che insignito pur esso della laurea dottorale, 
nella stessa illustre Famiglia dei Calfapietra trascelse la propria con- 
sorte ed ebbe a figli Francesco, Filippo ed Agostino, il primo dei quali 
unì le sue sorti a Felicia Fazzari, il secondo a Teresa Lo Schiavo, il terzo 
a Caterina Zerbi di lui cugina, da cui nacquero Vincenzo e Luigi che 
contrassero entrambi onorevolissimi parentadi, legandosi Vincenzo in 
matrimonio con Teresa De Leonardis di Radicena, e Luigi attua- 
le rappresentante di questo ramo con Maria Stella De Leonardis da 
cui trassero nascimento, Natale che dotato di bellissimo ingegno perfe- 



ZERDI DI RADICENA-CALABRIA 

zionasi attualmente negli studi letterari in Napoli, Teresa che si uni in 
matrimonio al cugino Agostino Zerbi, e Carmela che fu condotta in mo- 
glie da Enrico dei Baroni di Palizzi, residente in Reggio di Calabria. Vin - 
cenzo sostenne in altre epoche con molta rettitudine 1' uffizio di Sindaco, 
e varie volte venne eletto a Consigliere provinciale e distrettuale, dando 
aperta testimonianza nel lodevole disimpegno di questi elevati incarichi 
di profonde cognizioni amministrative e di nobile disinteresse. 

Alberto, terzo figlio di Filippo, invaghitosi di Costanza dei Baroni Cal- 
fapietra si strinse a lei in indissolubile nodo. Frutto di questo imeneo furono 
Michele di cui dobbiamo lamentare la morte immatura, Teresa che fu con- 
dotta in moglie dal cugino Domenico Zerbi, Caterina sposa ad Agostino 
Zerbi da cui trasse i natali Francesco che a sua volta ammogliossi con 
Nunziata Ammendolea di S. Giorgio a Morgeto. 

Leopoldo, quarto ed ultimo figlio di Filippo, menò a moglie una Foz- 
zari di Polistena. Dei due figli, Domenico e Clementina, nati da questa 
unione, il primo non visse lungamente, la seconda divenne sposa del cav. 
Felice Genoese e madre di 4 figli, di cui tre furono tolti troppo presto 
ai viventi, ed il quarto, per nome Domenico vive vita felicissima nelle 
gioie del suo matrimonio con Elisa figlia dell' egregio cav. Melissari di 
Reggio. 

Attuale rappresentante di questo ramo, come abbiamo detto supe- 
riormente, è Luigi, specchio di quelle tante virtù che caratterizzano il 
perfetto gentiluomo e 1' onesto e probo cittadino. Esso più volte sotto la 
dinastia caduta venne rieletto a Consigliere Comunale e a Sindaco, otte- 
nendo in quei delicatissimi uffici 1' approvazione e la reverenza di quanti 
ebbero in sorte di poterne apprezzare da vicino le rarissime doti. Oggi 
esso vive lontano da qualunque pubblico ufficio, ma altamente desiderato 
in quelli in cui diede non equivoche testimonianze di zelo, di intelligenza, 
e di retta ed imparziale amministrazione. 

Leopoldo fino dal 1792 trovavasi aver dimora in Polistena. Esso aveva 
condotta in moglie 1' illustre gentildonna Cara Pilogallo che lo rese padre 
di numerosa prole. 

Primo di questa fu Francesco arciprete della Collegiata di Polistena, 
uomo versatissimo nelle discipline teologico-letterarie e che morendo lasciò 
indelebili memorie delle sue virtù e del suo acutissimo ingegno. 



ZERBI DI RADICENA-CALABRIA 

Secondo figlio di Leopoldo tu Raffaele che militò sotto il glorioso ves- 
sillo di Napoleone I. e trovò morte tra gli orridi ghiacci della Russia. 

Domenico fratello a Raffaele, strettosi in nodo coniugale con Marianna 
'ferace, ne ebbe sette figli, 2 maschi e 5 femmine. I primi due, Leo- 
poldo e Francesco, rappresentano oggi in tutto il loro splendore questa 
nobilissima Famiglia ; Leopoldo per le sue eminenti cognizioni teologiche 
e per la carità religiosa che esso, come Canonico della Collegiata di Po- 
listena, ha luogo di esercitare su vastissime proporzioni ; Francesco per 
la nobiltà de' suoi modi, per la versatilità del suo ingegno, ed in ispecial 
modo per lo zelo e solerzia che pone nelle cose amministrative. Delle 5 
femmine, Cara, Raffaella, Francesca e Filotea sono ancor nubili e for- 
mano^!' ornamento e l'invidia delle nobili fanciulle di Polistena, come -è 
esempio di ogni virtù coniugale la quinta, Rosina, sposa a quel fiore di 
nobiltà e di cortesia che è Domenico Cannata. 

Giuseppe, quarto figlio di Leopoldo sostenne con molta lode ed in- 
tegrità vari uffici comunali, e a più eminenti sarebbe certo salito, ove 
morte non lo avesse rapito all' amore dei suoi, all' affetto ed alla vene- 
razione dei propri amministrati : fu avvocato di molta vaglia. Sposatosi 
a Marianna Costarone, Dio benedisse una sì felicissima unione colla na- 
scita di 7 figli, Raffaele e Domenico estinti nel fiore della vita, France- 
sca, Maria, Teresa, Caterina e Fortunata, delle quali una soltanto, cioè, 
Caterina, si uni in matrimonio con Gioacchino appartenente all' illustre 
Famiglia Masdeo di Calabria Ultra. Dei 6 figli che nacquero da questo 
ben augurato matrimonio vari morirono, lasciando immersi nel dolore i 
loro genitori, altri vivono ancora, tra i quali ci piace citare Caterina, 
che menata in moglie dall' egregio e chiarissimo Giudice di Mandamento 
Gaetano Lo Schiavo, ne dovette piangere troppo presto la perdita irre- 
parabile che togliendole un amatissimo consorte, privò le Calabrie di un 
preclaro cittadino, il Foro di un illustre Magistrato. 

Francesco, che come superiormente abbiamo accennato, è il princi- 
pale rappresentante di questa Famiglia, avendo il fratello Domenico ab- 
bracciata la carriera ecclesiastica, menò in moglie Enrichetta Bonini di 
S. Giorgio a Morgeto che lo ha fatto fortunatissimo padre di Domenico, As- 
sunto e Clementina, essendo Maria mancata ai viventi in età infantile. 

Conte F. Galvani 



ZIGNO 



Questa antichissima e nobilissima Famiglia, che secon- 
do alcune antiche Pergamene trarrebbe la sua origine dalla 
Bergamasca, possedeva fin dal 4400 tali fondi in Rovetto di 
Valeriana, e tale era Y autorità, che vi esercitava in quei luo- 
ghi che puossi tenere per certo esserle stata conferita quella 
parte di Yalseriana a titolo di feudo. Compromesso politicamen- 
te insieme alle famiglie Martinengo, Cagnola, Bargnano alcu- 
no de' suoi membri verso la fine del 4500 dovette il super- 
stite fratello., a schivare i rigori della Serenissima., cangiar di 
nome e Io fece ai primordii dei 1660 assumendo quello di de 
Zigno o de Zignis, nome che non si sa se fosse della madre o 
moglie., o d'una parente del suddetto superstite. 

Questo nome secondo alcuni dati sembra derivato dall' an- 
tichissima famiglia degli attuali Baroni del S. R. I. "Zinn non 
Zinnenburg (V. Al. Gotha 1859) stabiliti in Boemia ma che era 
discesa anche in Italia a combattere con Barbarossa le guer- 
re di Lombardia. Essa si chiamava originariamente Czimburg 
ma nel 4 537 e ancor molto prima si chiamavano de Zinnis così 
pure più tardi allorché sotto Rodolfo JI venne concesso il Cava- 
lierato (4 587) del S. R. I. ai quattro fratelli Giovanni., Antonio., 
Pietro e Giacomo de Zinnis nomi i quali tutti sono stati sem- 
pre messi ai membri della Famiglia de Zigno ; ed appunto nel- 



% 



n 



ZIGNO 

l'epoca di cui parliamo avvenne " cangiamento del nome in 
quello di de Zigno, donde puossi inferire che fin da remoto tem- 
po nelle loro guerresche escursioni in Italia i de Zinnis abbian- 
vi lasciato qualche individuo colà stabilitosi. 

Ma ve un' altra non mancante di argomenti ed è che 5 
il nome de Zigno fosse quello d' un membro dell' odierna 
Famiglia de' Marchesi de Cigni francese il quale venisse in 
Italia nelle frequenti guerre, che ebbe la Francia in Lom- 
bardia e colà stabilito fin da remoto tempo. Resta peraltro 
certo che l' attuale Famiglia de Zigno in qualunque delle due 
ipotesi non discende che per via di matrimonio o di parentela 
da una delle suddette famiglie checché ne sia di queste ori- 
gini la famiglia di cui parliamo ancora prima del cangiamento 
di nome godeva in alcuni suoi membri del titolo di Conte fra 
quali Bernardo fratello di colui che politicamente si compromi- 
se. Pare eziandio che fosse ammessa al Consiglio nobile, ma non 
si sa se di Bergamo o Cremona avendo eziandio beni in elusone 
che è sul territorio Cremonese. 

Nel 1693 questa Famiglia de Zigno venne innalzata al gra- 
do di Conte del S. Palazzo Lateranense e a Cavaliere della Milizia 
Aurata nella persona di Alberto de Zignis., ma fatalmente il Diplo- 
ma andò smarrito nelle carte di Famiglia e solo all'esordire della 
repubblica Francese le rinvenne il Nob. Dolt Marco de Zigno.. il 
quale parteggiato re de' Francesi e dei loro principii li trasandò , 
ma il Càv. Achille Bar. de Zigno di lui figlio conscio de' suoi 
diritti riprese anche il titolo di Conto Palatino dato a suoi 
maggiori,, per sé e per i suoi posteri. 

Questa Famiglia ebbe scienziati e militari e fra cui Gia- 
como de Zigno Capitano nelle armate di Maria Teresa e tra- 
duttore della Messiade di Rlopstock. Ebbe dottori in jure in 
S. Teologia : e un Cittadino originario Veneto,, che sostenne la 



ZIGNO 

carica di Procuratore Fiscale della milizia da mar, e fu Teccell. 
Pietro Nob. de Zigno. Nel 4851 il Nob. Achille de Zigno Po- 
destà di Padova fu innalzato alla dignità di Cavaliere eredit. 
deil'Impero Austriaco., e nel 4856 a quella di Barone dello 
stesso impero. 

Questa Famiglia porta eziandio 1' arma della Famiglia 
dei Maguire Irlandesi inquartata nel suo stemma per ave- 
re il Nob. Dott. Marco de Zigno sposato Maria Creagh Ma- 
guire of Tempo ultima rappresentante della linea primogenita 
dei Maguire, Principi e dinasti di Fermanagh., Baroni d'Ennis- 
killen, Pari d'Irlanda e che discendevano da Colla da Crioch 
figlio di Coronac Ulfadha che regnava (nel 254 post Christum) 
(vedi l'opera di sir Bernard Burke, Vicende delle famiglie d'Ir- 
landa). Erano i Maguire Principi di Fermanagh e dinasti di 
Tempo, (nel 4400) ma siccome aveano difeso la indipendenza 
patria contro l'Inghilterra non furono riconosciuti per tali 
all'entrar degli Inglesi in Irlanda; ad essi apparteneva pure 
il magnifico castello feudale di Tempo. Quindi il Barone Achille 
de Zigno Cav. Conte palatino etc.., come pure tutta la sua fami- 
glia ,, discende dagli antichi Re d' Irlanda, dai Principi di Fer- 
managh dinasti di Tempo Baroni di Enniskillen, Pari d'Irlanda, 
e Conti del S. R. Impero e questo direttamente e legittima- 
mente essendo figlio dell' ultimo rappresentante la linea dei 
Maguire cioè di Maria Creagh Maguire figlia di Ugo Maguire 
dei Principi e dinasti di Fermanagh etc. 

Esso Barone Achille discende pure per via della Madre e del 
l'avola materna dagli antichi Re d'Inghilterra Edoardo I. d'Anjou e 
da Leonora di Castiglia; e per Edoardo I. suddetto da Margherita 
di Scozia e S. Luigi d'Anjou Re di Francia, come chiaramente 
per mezzo d'un matrimonio (4300), del ramo Maguire principa- 
le estinto e ora sussistente nella Famiglia de Zigno, si manifesta, 



ZIGNO 

e come è certificato formalmente dalla Pergamena rilasciata 
dal Regio Uffizio Araldico d'Irlanda (1867), aggiuntavi la di- 
chiarazione di sir Bernard Burke Re d' armi d' Irlanda ed Ul- 
ster, è contrassegnato dal suo sigillo e dal sigillo del R- Uff. 
suindicato. È firmata (la succennala Pergamena) dal Viceré 
d'Irlanda, dal ministro degli affari esteri Brittanico, dall'Amba- 
sciatore d'Austria, dall'Ambasciatore di Francia, dall'I. R. Mi- 
nistro degli affari esteri dell' Austria e dal Ministro del Re 
d' Italia a Vienna. Le quali firme volle eziandio con forte spesa 
avere il Cavalier Achille Bar. de Zigno affine che tutti fosse 
appieno persuasi della discendenza Reale e Principesca della sua 
Famiglia. 

Potè quindi mettere la Corona e il Manto Reale sul- 
la sua arma gentilizia e aggiungere oltre l'arma Maguire quel- 
la di Gastiglia e d'Anjou all'antica de Zigno come si vede 
qui nel sottodescritto stemma. 

Membri che compongono la Famiglia de Zigno sono : 

Cav- Achille Bar. de Zigno Conte Palatino e Cavai, 
di più ordini e membro di più Accademie. 

Figli e Figlie- 



Maria Bar. de Zigno moglie al Cav. Conte Girolamo 
de' Bernini di Verona. 

Cav. Alberto Bar. de Zigno Conte Palatino. 
Lucia, Federico, Giovanni e Emma Baroni de Zigno. 






ZIGNO 



Di 



'i questa chiarissima Famiglia, originaria di Lombardia, e 

fino dal XV secolo possedeva latifondi nel Bergamasco, fu 
?rto de' Zigni, che, con Diploma 46 aprile d693 del Cardinale 
alo di Ferrara, venne creato Cavaliere della Milizia Aurata e 
te del S. Palazzo Lateranense. 

Trapiantatasi poscia in Padova e Venezia, fu nel 1777 ascrit- 
ti' ordine dei cittadini Originarj Veneti, e Pietro, dottore in 
>i i diritti, fu dal Consiglio dei Dieci nominato Procuratore Fi- 
e al Collegio della Milizia da mar. 

II fratello di questo, per nome Giacomo Giuliano, servì nel- 
rmate imperiali al tempo di Maria Teresa col grado di Capita- 
e poscia fu attaccalo all' Ambasciala Veneta in Costantinopoli 
o il Bailo Memmo. 

Esso è vantaggiosamente conosciuto nella repubblica lettera- 
come Dotto e Poeta, e in particolare pella pregiata sua tradu- 
ie in verso sciolto della Messiade di Rlopslock. 

Marco, figlio di Pietro, anch' esso dottore in ambe le leggi, 
uranle l' Italico Governo, Membro del Consiglio Generale del 
io e del Consiglio di Prefettura in Padova e coperse altre ca- 
e importanti. 

Nel 4 805 prese in moglie Maria Maguire, figlia di Ugo Ma- 
e, degli antichi Principi di Fermanagb, Baroni d' Enniskillen, 



ZIGNO 

e come è certificato formalmente dalla Pergamena rilas 
dal Regio Uffizio Araldico d'Irlanda (1867), aggiuntavi U 
chiarazione di sir Bernard Burke Re d' armi d' Irlanda ed 
ster, è contrassegnato dal suo sigillo e dal sigillo del R- 
suindicato. È firmata (la succennala Pergamena) dal Vi 
d'Irlanda, dal ministro degli affari esteri Brittanico, dall'Ai 
sciatore d'Austria, dall'Ambasciatore di Francia, dall'I. R 
nistro degli affari esteri dell' Austria e dal Ministro de 
d' Italia a Vienna. Le quali firme volle eziandio con forte s 
avere il Cavalier Achille Bar. de Zigno affine che tutti 
appieno persuasi della discendenza Reale e Principesca dell* 
Famiglia. 

Potè quindi mettere la Corona e il Manto Reale 
la sua arma gentilizia e aggiungere oltre l'arma Maguire 
la di Gastiglia e d' Anjou all' antica de Zigno come si 
qui nel sottodescritto stemma. 

Membri che compongono la Famiglia de Zigno sono 

Cav- Achille Bar. de Zigno Conte Palatino e ( 
di più ordini e membro di più Accademie. 

Figli e Figlie. 

Maria Bar. de Zigno moglie al Cav. Conte Giro 
de' Bernini di Verona. 

Cav. Alberto Bar. de Zigno Conte Palatino. 
Lucia, Federico, Giovanni e Emma Baroni de 2 



ZIGNO 



Di 



i questa chiarissima Famiglia, originaria di Lombardia, e 
che fino dal XV secolo possedeva latifondi nel Bergamasco, fu 
Alberto de' Zigni, che, con Diploma 16 aprile 4 693 del Cardinale 
Legalo di Ferrara, venne creato Cavaliere della Milizia Aurata e 
Conte del S. Palazzo Lateranense. 

Trapiantatasi poscia in Padova e Venezia, fu nel 1777 ascrit- 
ta all' ordine dei cittadini Originarj Veneti, e Pietro, dottore in 
ambi i diritti, fu dal Consiglio dei Dieci nominato Procuratore Fi- 
scale al Collegio della Milizia da mar. 

Il fratello di questo, per nome Giacomo Giuliano, servì nel- 
le armale imperiali al tempo di Maria Teresa col grado di Capita- 
no, e poscia fu attaccalo all' Ambasciala Veneta in Costantinopoli 
sotto il Bailo Memmo. 

Esso è vantaggiosamente conosciuto nella repubblica lettera- 
ria come Dotto e Poeta, e in particolare pella pregiata sua tradu- 
zione in verso sciolto della Messiade di Rlopstock. 

Marco, figlio di Pietro, anch' esso dottore in ambe le leggi, 
fu durante P Italico Governo, Membro del Consiglio Generale del 
regno e del Consiglio di Prefettura in Padova e coperse altre ca- 
riche importanti. 

Nel 4 805 prese in moglie Maria Maguire. figlia di Ugo Ma- 
guire, degli antichi Principi di Fermanagb, Baroni d' Enniskillen, 



Z16NO 

Pari (T Irlanda e Conti (leìF impero in Germania, la quale discen- 
deva per parie di madre in linea retta da Elisabetta Piantagliela, 
figlia di Odoardo I re d' Inghilterra e di Eleonora di Castiglia. (Ciò 
è comprovato da atti ufficiali rilasciali dal reale Archivio Araldico 
d'Irlanda e contrassegnati dai Ministri di Stato del Regno Unito 
della Gran Bretagna.) Con diploma 20 dicembre 1838 questa Fa- 
miglia fu anche aggregala alla Nobiltà dell' Impero. 

1/ unico figlio di Marco e di Maria Maguire,per nome Achille, 
attuale rappresentante della Famiglia, servì per molti anni il suo 
paese coprendo le cariche onorifiche di Podestà di Padova, di De- 
putato Centrale e di Membro del Consiglio dell'Impero per le Pro- 
vincie Venete. Contemporaneamente dava alle stampe varie opere 
risguardiinti la Storia Naturale, che gli procacciarono un posto 
onorevole fra gli Scienziati Italiani, ai cui congressi coperse so- 
vente le cariche di Segretario e di Vicepresidente di Sezione. Le 
sue pubblicazioni scientifiche gli valsero eziandìo la nomina a 
Membro effettivo del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed 
Arti, f aggregazione a molte Accademie sì nazionali che straniere 
e varii Ordini Cavallereschi, oltre a due medaglie d'oro pel merito 
scientifico. 

I membri di questa Famiglia furono con Diploma 28 settem- 
bre 1851 innalzati al grado Equestre, e con Diploma 20 febbraio 
1857 a quello di Baroni ereditarj dell' Impero. 

II suddetto Barone Cavaliere Achille sposò il 22 febbrajo 1848 
la Contessa Adelaide Emo-Capodilista, da cui ebbe sette figli, dei 
quali sei sono viventi, cioè Alberto, Federico, Giovanni, Maria, 
Lucia ed Emma, La figlia maggiore Baronessa Maria sposò, nel 
26 aprile 1870, il Conte Cav. Girolamo de' Bernini di Verona. 



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